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Sea Watch, chi ha vinto e chi ha perso

L'editoriale del direttore di TPI Giulio Gambino

Immagine di copertina
I migranti sulla Sea Watch esultano dopo l'annuncio dello sbarco a Malta.

Ci sono voluti due terzi di un mese, 19 giorni, per sbloccare la vicenda Sea Watch.

Malta, da cui il vice premier Matteo Salvini dice di non voler prendere lezioni, ha fatto una figura da gran signora e ne è uscita vincente. Agli occhi del mondo intero. Un paese “inutile” pronto tuttavia a farsi carico – ancora una volta – del fallimento dell’intera classe politica europea.

L’Italia del “cambiamento” ha mostrato di essere un paese spaccato a metà. Tra la retorica di chi vuole accogliere i migranti “per fini umanitari” e la propaganda di chi va contro gli immigrati a tutti i costi, anche in assenza di una spiegazione sensata.

Entrambe le posizioni sono convenienti ai fini elettorali; ed entrambe lacerano in due l’Italia, dando vita oggi più che mai a tifoserie da stadio: una pro e una contro i migranti.

Sullo sfondo tre leader – Salvini, Di Maio e Conte – che dicono tutto e il contrario di tutto. Un giorno dopo l’altro. Contraddicendosi l’uno con l’altro e sfruttando questa confusione per distogliere l’attenzione mediatica da casi come il salvataggio della Banca Carige.

Mostrando così al mondo un paese confuso e debole. Incapace di accogliere chi viene da fuori. Anche perché, diciamolo chiaramente, gli sbarchi continuano ovunque (9.940 dal 1/6 al 31/12 del 2018, fonte ministero dell’Interno), a prescindere dal lavoro delle Ong, diventate ormai capro espiatorio di una politica che fa il suo gioco sulla pelle di un mucchio di poveracci venuti da un mondo che disconosciamo e del quale vogliamo vedere poco o nulla.

Con l’aggravante, poi, che questo governo ha accettato che la ripartizione dei migranti intra-Ue avvenga oggi su base volontaria, e non più obbligatoria; il che vuole dire che un tempo la Commissione poteva sanzionare chi non rispettava gli obblighi di ricollocamento, mentre adesso non può più farlo.

Un altro regalino di Salvini all’Ungheria di Viktor Orban, che del popolo italiano se ne infischia alla grande.

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