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C’era una volta Ennio Morricone. E ancora c’è

Ennio Morricone. Credit: EPA/Balazs Mohai

Con Ennio Morricone si chiude una stagione irripetibile della musica. Con lui, finisce il Novecento musicale italiano. O meglio, più che una storia che finisce, la sua è una leggenda che comincia. Una leggenda che somiglia a una fiaba: a un «C’era una volta...». Che sia «il west» o che sia «l’America», non conta. Grazie maestro, per le emozioni, per le lacrime e per la gioia che le sue note ci hanno regalato e che fanno parte di noi

Di Flavio Pagano
Pubblicato il 6 Lug. 2020 alle 11:45 Aggiornato il 6 Lug. 2020 alle 11:46

Ennio Morricone è morto questa mattina all’alba, all’età di 92 anni, in una clinica romana. A determinare l’aggravamento delle sue condizioni, una fatale insidia della terza età: le complicanze di una frattura del femore, provocata da una banale caduta. Anche quest’ultimo passo, tuttavia, il Maestro l’ha compiuto con lo stile impeccabile di sempre: “Si è spento con il conforto della fede”, ha fatto sapere Giorgio Assumma, avvocato ed amico di famiglia, “conservando sino all’ultimo piena lucidità e grande dignità. Fino all’ultimo respiro è stato assistito dalla compagna di sempre, l’adorata moglie Maria, con lui in ogni istante della sua vita umana e professionale, e ha ringraziato figli e nipoti per l’amore e la cura che gli hanno donato, dedicando un commosso ricordo al suo pubblico”. A quel pubblico, aggiungiamo noi, che è il mondo intero, “e dal cui affettuoso sostegno”, come conclude la nota, “Ennio Morricone ha sempre tratto la forza della propria creatività”.

Ma attenzione, il momento è storico. Con Morricone se ne va l’ultimo grande compositore italiano, nel senso più alto e classico del termine. L’erede, insieme all’immenso Nino Rota, della straordinaria tradizione della musica colta italiana, che ha avuto un’influenza enorme sull’intera storia della musica occidentale, e che da sempre ha trovato nel commento all’azione scenica e alle immagini, una delle sue espressioni più alte. È l’Opera che ha reso grande la musica italiana nel mondo, ed è la musica da film che ha continuato a tenerne alto il vessillo.

In diretta continuità con i leggendari nomi di un cammino musicale che attraversa mezzo millennio, partendo dal genio di Claudio Monteverdi (che insieme a Palestrina, Igor Stravinsky e Goffredo Petrassi, suo maestro, era fra i suoi autori prediletti), per arrivare al Novecento di Verdi e Puccini, Morricone ha trasportato nel cinema non soltanto la qualità di un talento straordinario, ma anche una tradizione e una pratica del sapere musicale, fatta prima di tutto di un raffinatissimo lavoro di bottega.

Per far germogliare un musicista del calibro di Morricone, occorre un contesto di sapienti maestri di armonia e composizione, di orchestrazione, di pratica strumentale. Un ricco humus nel quale possa affondare le sue radici, e nutrirsi di fraseggio, di contrappunto, del pensiero musicale nel senso più profondo e autentico del termine. Una tradizione, quella dell’insegnamento musicale (e del canto) in cui l’Italia ha eccelso, ma che purtroppo rischia il declino, se non di andare perduta, a beneficio di un qualunquismo musicale e di una strumentalizzazione della musica classica vista prima di tutto come “brand” commerciale, che ha generato negli ultimi anni fenomeni assai popolari di presunti “compositori”, che sono in realtà del tutto privi di contenuti.

I funerali di Morricone si terranno in forma privata “nel rispetto del sentimento di umiltà che ha sempre ispirato gli atti della sua esistenza”. Anche di umiltà, infatti, Morricone è stato un esempio.
Quando Quentin Tarantino lo paragonò a Mozart, Beethoven e Schubert, in seguito alla vittoria del Golden Globe ottenuto con “The Hateful Eight”, Morricone commentò: “Non me l’aspettavo, io non mi aspetto mai niente. Ma quelle cose non doveva dirle, lui è di parte”.

Eppure di talento ne aveva da vendere, e non solo nella musica. Fu persino un promettente attaccante della Roma calcio, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Pistolero”, nonché valente scacchista. Passione, quest’ultima, che condivideva con il grande collega Aldo Clementi, che amava sfidare. Ma poi la passione per la musica aveva prevalso, e il giovane Ennio era uscito dal Conservatorio romano di Santa Cecilia con un diploma in tromba: strumento al quale avrebbe poi dedicato pagine immortali, nella sua collaborazione con Sergio Leone.

Ennio Morricone ci lascia la musica di cinquecento fra film e serie TV, oltre ad numerose opere di musica contemporanea. Ma la sua esperienza di compositore ha toccato tutti i generi. Come giovane arrangiatore, contribuì a formare il sound degli anni Sessanta, lavorando in maniera innovativa su brani come “Sapore di sale”, “Il mondo”, “Se telefonando”.

A partire dal dopoguerra ha composto più di cento brani classici, ma ciò che lo ha reso uno dei grandi della musica mondiale è stata indubbiamente la musica da film. Una volta disse: “Quando mi fanno vedere un film per il quale scrivere la colonna sonora, anche se non mi convince del tutto, non mi preoccupo: un film è finito solo quando c’è anche la musica. E solo allora si potrà dire com’è davvero”.

La collaborazione con registi come Sergio Leone, Duccio Tessari, Sergio Corbucci, lo porta negli anni Settanta ad Hollywood, e inizia a collaborare con registi americani come John Carpenter, Brian De Palma, Barry Levinson, Mike Nichols, Oliver Stone e Quentin Tarantino. Stanno per arrivare le prime nomine all’Academy Award, per «I giorni del cielo», «The Untouchables», e per uno dei suoi più grandi capolavori: «Mission», dove la tessitura della composizione, al di là della straordinaria invenzione melodica (di cui, dopo Vivaldi, è forse l’esempio più prolifico) dimostra tutta la sua eccelsa sapienza compositiva.

Nel 2007 Morricone ha ricevuto il premio Oscar alla carriera “per i suoi magnifici contributi all’arte della musica da film”, dopo essere stato nominato per 5 volte. Il 28 febbraio del 2016 ottenne il secondo Oscar per il già citato “The Hateful Eight”. Ma l’elenco dei suoi premi è sterminato: tre Grammy Awards, quattro Golden Globes, sei BAFTA, dieci David di Donatello, undici Nastri d’argento, due European Film Awards, un Leone d’Oro alla carriera, un polar Music Prize.

Lui forse non amerebbe dirlo, ma ha venduto quasi cento milioni di dischi in tutto il mondo. Era inoltre Accademico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e socio dell’associazione Nuova Consonanza, impegnata in Italia nella diffusione e nella produzione della musica contemporanea. A lui è dedicata una voce anche nell’”Enciclopedia Italiana dei Compositori Contemporanei”, la più grande opera compilativa mai dedicata alla musica contemporanea italiana, realizzata a Napoli nel 2000.

Il 26 febbraio 2016 gli è stata attribuita la stella numero 2574 nella celebre Hollywood Walk of Fame e il 27 dicembre 2017 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Fra gli altri riconoscimenti, anche a testimonianza dell’affetto che lo circondava, ricordiamo la cittadinanza onoraria ricevuta da molti Comuni italiani, fra cui quello di Cervara di Roma (noto come «il paese degli artisti»), di L’Aquila, di Catanzaro e di Bagheria.

Con Ennio Morricone si chiude una stagione irripetibile della musica. Con lui, finisce il Novecento musicale italiano. O meglio, più che una storia che finisce, la sua è una leggenda che comincia. Una leggenda che somiglia a una fiaba: a un «C’era una volta…». Che sia «il west» o che sia «l’America», non conta. Grazie maestro, per le emozioni, per le lacrime e per la gioia che le sue note ci hanno regalato e che fanno parte di noi. C’era una volta Ennio Morricone: e ancora c’è.

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