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Premio Unesco al Prosecco, ma quali sono le conseguenze della monocoltura per il territorio?

Una vigna di Prosecco

Il retrogusto amaro delle bollicine

Di Madi Ferrucci
Pubblicato il 8 Lug. 2019 alle 22:59 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:13

Premio Unesco Prosecco conseguenze | Danni al territorio | Monocoltura

Premio Unesco Prosecco conseguenze – Dopo l’iscrizione del Prosecco nella lista Unesco dei siti da tutelare come patrimonio dell’Umanità, non tutti brindano tra le colline venete delle bollicine. Il premio Unesco potrebbe infatti avere anche delle conseguenze negative per il territorio.

In una nota la referente veneta dell’Associazione Guide turistiche d’Italia (Gti), Silvia Graziani, afferma: “Si tratta di una mera operazione di business che nella migliore delle ipotesi ha a che fare col commercio, non certo con lo sviluppo sostenibile, di cui andrebbe tenuto conto nella valorizzazione di un territorio che ora, grazie a questa consacrazione, rischia addirittura di subire danni”.

> Unesco: “Le colline del prosecco sono patrimonio dell’umanità”. Il ministro Centinaio: “Giornata storica”

Il Prosecco e la biodiversità distrutta

Secondo Graziani il territorio non è attrezzato per accogliere la trasformazione che seguirà alla vittoria del premio. Il territorio sarebbe stato in realtà “distrutto” dalla monocoltura del Prosecco, che ha eliminato ogni altra varietà di vigneto a favore di coltivazioni intensive dannose per l’agricoltura.

“Quali sono gli strumenti per accompagnare questa trasformazione da un punto di vista logistico e di ricettività? Forse sarebbe stato meglio procedere per gradi, con una promozione consapevole.”, aggiunge preoccupata.

Monocoltura del Prosecco: i rischi per la salute

Non solo. Il Prosecco farebbe male persino alla salute perché per la sua coltivazione vengono utilizzati pesticidi la cui pericolosità è stata messa nero su bianco da Legambiente, in un dossier, del 2017. Gli ambientalisti avevano presentato un report agli ispettori dell’Icmos, l’organismo consultivo dell’Unesco, che doveva valutare la candidatura delle bollicine venete a diventare patrimonio dell’umanità.

Secondo i dati, in Veneto si è passati dai 70mila vigneti del 2007 ai 94mila del 2018, e le superfici occupate dall’uva bianca sono aumentate in maniera esponenziale. Le viti si sono sostituite alle altre coltivazioni, provocando disboscamenti e danni ambientali. Per vendere le bottiglie del celebre vino veneto insomma, si sono dovuti sacrificare i territori e l’equilibrio tra natura e industria si è infranto in nome del prodotto Docg.

“Di questo passo si arriverà nel 2019, a produrre oltre mezzo miliardo di bottiglie ma i vigneti di glera, il vitigno da cui si ricava il prosecco, vengono piantati dove storicamente non ci sono mai stati, anche in aree paludose o esposte a nord, non vocate per clima e composizione del terreno: questo implica un utilizzo ancora maggiore di fitofarmaci. I trattamenti, poi, si fanno in momenti diversi, perché ciascun viticoltore decide in autonomia quando farli, quindi ogni anno è un’irrorazione continua fra primavera ed estate”, denunciavano allora gli attivisti.

Il Prosecco, al di là dei vincoli

Secondo le dichiarazioni dell’avvocato di Coldiretti e Confagricoltura Bruno Barel, la Regione avrebbe accolto le osservazioni delle due associazioni di categoria, da lui stesso redatte. In queste osservazioni veniva richiesto un approccio più “soft” sui cosìdetti “vincoli Unesco”, che per eleggere il Prosecco sul podio dell’umanità chiedevano una garanzia di sostenibilità delle coltivazioni.

L’avvocato precisa cosa intende per “approccio morbido” al quotidiano La Tribuna di Treviso: “Meno regole rigide, più orientamenti e buone pratiche. E abbiamo detto anche di stare attenti, appena le regole vengono irrigidite, perdono la morbidezza frutto dell’esperienza quotidiana del lavoro”.

E al giornalista che gli chiede se questa morbidezza non rischi di colpire duramente il paesaggio e la varietà delle coltivazioni, Barel risponde: “La bellezza del territorio di oggi non è frutto di qualcuno che l’ha disegnata a tavolino, ma di un’armonia naturale dipesa dalla tradizione, dall’inventiva dei singoli, dall’agronomia, è il risultato di una componente che ha generato un bel territorio nel corso di cambiamenti durati anni, e maturati lentamente. Prima di irrigidire immaginando l’evoluzione perfetta a tavolino, stiamo attenti: rischiamo di trasformare una bellezza naturale in una artificiosa”.

La Regione dal canto suo non sembra accogliere bene le dichiarazioni di Barel e dichiara la sua estraneità in un comunicato: “È con vivo rammarico che l’Ufficio stampa della Giunta regionale del Veneto sottolinea come non corrisponda affatto al vero quanto dichiarato dall’avvocato Bruno Barel a un giornale trevigiano. Non risultano, infatti, ‘linee di indirizzo’ e neppure un disciplinare tecnico che nei prossimi mesi sarà recepito dai comuni in materia di pianificazione territoriale delle zone interessate dalla recente decisione Unesco di iscrizione delle Colline del Prosecco Conegliano Valdobbiadene alla lista dei patrimoni dell’umanità. Esiste un dossier, serio e puntuale, al quale tutti gli stati rappresentati a Baku hanno dato il pieno appoggio. Nessuna linea soft”.

Per capire come andrà a finire non resta che aspettare il Piano di gestione di questo nuovo riconoscimento che verrà elaborato anche sulla base del dossier.

Per adesso nel bicchiere del Prosecco resta la nota amara di una polemica che attende di essere chiarita.

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