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Altro che sovranisti: per i giovani europei sono i Verdi il vero cambiamento

Di Luca Serafini
Pubblicato il 27 Mag. 2019 alle 10:42 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:18

Elezioni europee 2019 | Verdi | Risultati 

Elezioni europee 2019 – Dovevano essere le elezioni dell’ondata sovranista, di una voglia di cambiamento destinata a triturare i partiti europeisti e a sovvertire lo status quo.

Non è andata così: l’avanzata delle forze euroscettiche è stata contenuta (qui tutti i risultati), popolari e socialisti hanno tenuto botta e il prossimo presidente della Commissione europea verrà fuori ancora una volta da un accordo tra partiti moderati ed europeisti (qui la composizione del prossimo parlamento europeo).

Ciò significa che il desiderio di cambiamento in realtà non esisteva, che i cittadini erano soddisfatti del funzionamento delle istituzioni Ue e che la rabbia montante era solo una fantasia cavalcata ad arte dai populisti? Niente affatto.

Ciò che è venuto fuori, però, è che il popolo europeo ha voluto indirizzare la sua insoddisfazione verso forze dedite alla costruzione e non alla distruzione.

Hanno aumentato voti e seggi i liberali, anche grazie all’effetto Macron, sebbene quest’ultimo sia uscito sconfitto in patria, superato da Marine Le Pen.

Ma, soprattutto, a vincere sono stati i Verdi. Il grido ambientalista lanciato da Greta Thunberg e fatto proprio da milioni di persone con gli scioperi globali sul clima ha avuto un chiaro effetto nelle urne.

Elezioni europee 2019 | I risultati dei Verdi – In Germania, i Verdi si sono affermati come seconda forza politica della nazione, dietro solo alla Cdu-Csu della Cancelliera Angela Merkel, comunque in vistoso calo rispetto alle precedenti tornate elettorali.

“Adesso cambiamo insieme questa Europa”, ha ringraziato commossa la co-leader Annalena Baerbock, secondo cui i tedeschi si sono espressi “per la protezione del clima, per la democrazia, contro il populismo e per i diritti dell’uomo”.

I Verdi sono ormai la principale forza di opposizione in Germania, nettamente avanti rispetto ai socialdemocratici.

Un ottimo risultato degli ambientalisti si è registrato anche in Francia: qui la lista Europe-Ecologie les Verts, il partito ecologista guidato da Yannick Jadot, è il terzo partito con il 12,8 per cento dei consensi, molto meglio della destra dei Republicains e dei derelitti socialisti, e dietro soltanto alla Le Pen e a Macron.

E che dire dell’Irlanda? Qui i Verdi hanno sbaragliato la concorrenza nella capitale Dublino, affermandosi come primo partito con oltre il 20 per cento dei consensi.

Anche a livello nazionale, gli ambientalisti irlandesi sono andati molto bene, salendo in cinque anni dall’1,6 al 15 per cento.

Complessivamente, nel prossimo parlamento europeo i Verdi dovrebbero avere 69 seggi, 17 in più rispetto alla precedente legislatura, quando ne avevano 52.

Una crescita esponenziale che ha intercettato la voglia di cambiamento soprattutto dei giovani, indirizzandola però verso una linea comunque europeista. Solo all’interno dell’Ue, infatti, è possibile portare avanti le battaglie globali contro il cambiamento climatico.

Impossibile, su questo tema, muoversi da soli, come tanti pezzetti di un puzzle impossibili da incastrare tra loro. La battaglia climatica è per definizione globale e può essere condotta solo all’interno di una cornice politica sovranazionale.

Questo i Verdi, a tutte le latitudini, l’hanno capito bene, impostando campagne elettorali filo-Ue che sono state premiate dagli elettori.

Se questi ultimi erano scettici nei confronti di popolari e socialisti, che hanno comunque tenuto botta ma hanno registrato un calo nei consensi, erano però evidentemente disposti a scommettere un europeismo rinnovato e pronto ad affrontare le sfide del futuro, come appunto quello incarnato dai Verdi.

L’ambientalismo, in questo scenario, può allora rappresentare davvero l’avanguardia politica dei prossimi anni. È (anche) sulla base delle battaglie ambientali che l’Europa può rilanciarsi come progetto politico comune e sconfiggere il sovranismo.

Di sicuro questa è una delle richieste più importanti che emerge dalle urne. Come sappiamo, a spingere sul tema dei cambiamenti climatici sono soprattutto i giovani, quelli che hanno riempito le piazze di tutta Europa negli ultimi mesi e che invocano risposte immediate da parte di chi ha il potere e gli strumenti per poterle dare.

Con gli Stati Uniti guidati dal negazionista Trump, la Cina pronta a tutto pur di pompare al massimo la propria crescita industriale, solo l’Europa sembra in grado di poter fare propria una missione di questa portata.

L’ambientalismo, ovviamente, per fare da traino all’europeismo dovrà coniugarsi con la difesa dei diritti sociali, con la creazione di posti di lavoro, non dovrà insomma essere percepito come un movimento elitario e in contrasto con i bisogni primari di chi è in difficoltà.

Ancora una volta, sta all’Europa raccogliere il messaggio delle urne e non sprecare questa occasione storica, rispondendo al grido di una generazione e facendo dell’ambientalismo l’avanguardia anti-populista del continente.

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