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È ancora possibile arginare il dominio incontrastato dei giganti del web?

Facebook, Google e poche altre compagnie esercitano ormai un potere monopolistico nel mondo digitale. Le autorità antitrust se ne sono accorte e stanno provando ad intervenire: ma è ancora possibile fare qualcosa?

Di Luca Serafini
Pubblicato il 10 Ott. 2018 alle 17:52 Aggiornato il 11 Ott. 2018 alle 09:27

I giganti del web come Facebook e Google hanno portato a compimento il più grande paradosso del capitalismo globale: in un settore per definizione “aperto” come quello della rete, hanno dato vita a monopoli il cui potere è di gran lunga superiore a quello di qualsiasi apparato pubblico, stato o organizzazione sovranazionale.

Si tratta di una bizzarra eterogenesi dei fini del libero mercato che, ogni giorno di più, fa sentire le sue nefaste conseguenze.

Nati con l’obiettivo dichiarato di favorire la libertà e la trasparenza in un settore, quello di internet, considerato impossibile da monopolizzare, oggi queste compagnie sono diventate la massima espressione di un blocco di potere che ha azzerato ogni forma di concorrenza.

L’ultimo scandalo in ordine di tempo, la violazione di oltre 50 milioni di account Facebook da parte di alcuni hacker, ha evidenziato una volta di più l’effetto monopolio creato dal social di Zuckerberg e dai (pochi) altri Over The Top.

Poiché, infatti, l’account Facebook può essere ormai utilizzato per accedere a moltissime app, gli hacker hanno avuto accesso anche ai dati condivisi da ciascun utente sulle altre piattaforme che utilizza abitualmente.

Un caso che mostra come, nella sostanza, la rete sia stata quasi totalmente colonizzata da uno sparuto numero di compagnie. Per quanto riguarda Facebook, ciò è avvenuto anche e soprattuto grazie all’acquisizione di alcuni dei suoi principali competitor: Instagram nel 2012 e Whatsapp nel 2014.

Acquisizioni che sono avvenute senza che le autorità poste a tutela della concorrenza sui mercati battessero ciglio.

Negli ultimi mesi, però, i principi e le regole che hanno permesso la formazione di questi monopoli hanno cominciato ad essere rimessi in discussione.

Ciò è avvenuto e sta avvenendo sia nel dibattito intellettuale e giornalistico sia a livello di interventi delle autorità antitrust.

Margrethe Vestager, commissario europeo per la concorrenza, lo scorso settembre ha annunciato l’avvio di un’indagine su un possibile abuso di posizione dominante da parte di Amazon, che sfrutterebbe i dati forniti da altre aziende (che lo utilizzano come piattaforma per vendere i propri prodotti) per indirizzare agli utenti annunci pubblicitari mirati di merci a marchio Amazon.

Si tratta di un caso che mette in luce come la posta in gioco principale per le autorità che tutelano la concorrenza sia quella del monopolio sui dati.

Potendo agire pressoché indisturbati, infatti, i giganti come Amazon, Facebook e Google acquisiscono dati anche da piattaforme terze. Ma una mole enorme di dati in mano a poche compagnie significa che queste ultime possono indirizzare a piacimento non solo le scelte di acquisto degli utenti ma anche le loro scelte politiche.

L’apertura del mercato digitale alla concorrenza ha quindi una posta in gioco che va ben oltre quella della tutela del consumatore, e che riguarda il funzionamento stesso della democrazia.

Stati e organizzazioni sovranazionali se ne sono accorti molto in ritardo: come ha evidenziato un articolo del Washington Post, infatti, per molto tempo si è ritenuto (erroneamente) che i social network e in generale le piattaforme digitali a cui si accede gratuitamente non ponessero problemi per i consumatori.

Anche con una concorrenza limitata, non ci sarebbe stato alcun impatto sulle tasche delle persone, proprio perché si tratta di piattaforme gratuite.

Un ragionamento che non considerava le conseguenze politiche e sociali provocate dalla creazione di monopoli digitali e non teneva nella dovuta considerazione beni immateriali ma fondamentali come il tempo e l’attenzione degli utenti.

Ecco perché da più parti, come sintetizza questo articolo del The Guardian, si ritiene che sia ormai necessario spacchettare le grandi compagnie che, attraverso progressive fusioni, hanno occupato porzioni di mercato sempre maggiori diventando esse stesse il mercato.

L’esempio più eclatante, come detto, è quello di Facebook: in questo caso, come ha scritto anche Agi, la soluzione potrebbe essere quella di costringere la società di Zuckerberg a “liberarsi” delle compagnie che ha in pancia come Instagram e Whatsapp, che diventerebbero aziende autonome in grado di competere sul mercato.

Tim Wu, autore di un libro in uscita a novembre sui grandi cartelli del mondo digitale, nel già citato articolo del Washington Post evidenzia come non sia troppo tardi per rimediare agli errori del passato.

Se l’amministrazione Obama, in linea con le normative antitrust già esistenti, aveva escluso interventi sanzionatori per quanto riguarda le fusioni tra social network, è anche vero che “il governo statunitense ha la facoltà di annullare una fusione già realizzata che viola la legge, specialmente quando c’è motivo di sospettare che le autorità antitrust non abbiano compreso i rischi per il mercato nel momento in cui la fusione è avvenuta” (e ci sono casi recenti, richiamati da Wu, in cui questa legge è stata applicata e alcune società sono state “spacchettate”).

Tuttavia, come ha scritto Politico.eu, certificare che i giganti della Silicon Valley stiano esercitando un monopolio ingiusto e dannoso per i consumatori potrebbe essere piuttosto complesso.

Da un punto di vista legale, esistendo comunque diverse compagnie a cui vengono ceduti i dati, da Twitter a Snapchat passando per Linkedin, fino a numerosi “data brokers” sconosciuti al grande pubblico, non è facile dimostrare che siano in pochi a trarre beneficio da ciò che gli utenti postano online.

Ancora più complesso sarebbe dimostrare che l’utilizzo massiccio di dati da parte dei giganti del web venga percepito dagli utenti come un danno.

Proprio attraverso i nostri dati, infatti, queste compagnie sono nella posizione di poter offrire servizi personalizzati, mostrandoci solo i post degli amici sul Newsfeed di Facebook o suggerendoci prodotti in linea con i nostri acquisti precedenti.

Siamo sicuri che la maggior parte delle persone sarebbe disposta a rinunciare a cuor leggero a questi servizi?

Il problema, in sintesi, è che le autorità antitrust possono operare sulla base di leggi e principi prevalentemente di natura commerciale, mentre i pericoli rappresentati dall’assenza di concorrenza nel mondo digitale hanno molto più a che fare con la sfera socio-politica.

Se i consumatori possono trovare accettabile (o persino vantaggiosa) la cessione di dati a pochi operatori in cambio di servizi personalizzati, le democrazie sono messe a rischio dall’esistenza di un blocco di potere rappresentato da un limitatissimo numero di grandi compagnie che operano in questo settore.

Anche per questo, quindi, un intervento delle autorità antitrust è pensabile solo sulla base di una precisa strategia politica messa in atto dagli stati e dalle entità sovranazionali più potenti.

Un’azione politica coordinata che, al momento, sembra ancora ben lontana dal potersi realizzare.

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