«Il dolore senza nome è il più solitario di tutti». Una sola frase racconta bene il filo rosso che attraversa l’ultimo saggio della neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta Olivia Ninotti, “La scimmia antropomorta”, in libreria per Solferino. Non è la solitudine di chi è fisicamente solo, ma quella più insidiosa di chi è circondato da persone, notifiche, contatti, eppure non trova più nessuno disposto a restare abbastanza a lungo da comprenderlo. È l’antropomorto e ci somiglia sempre di più: è vivo e connesso, ma ha perso, uno dopo l’altro, gli spazi intermedi che un tempo lo tenevano al riparo dalla solitudine assoluta: comunità, chiesa, partito, sindacato. Restano il corpo, che parla quando le parole non arrivano, e uno schermo che promette compagnia e restituisce, sempre più, solo la propria immagine riflessa. Gli algoritmi, ci spiega Ninotti, provano a fare le veci del fuoco attorno a cui si riunivano i clan tribali, ma non funziona perché le fiamme scaldano solo se intorno ci sono persone vere, che si conoscono e sopravvivono insieme. Non a caso sempre più adolescenti preferiscono confidarsi con i chatbot piuttosto che con un amico: nessun giudizio, nessuna delusione, nessuna vera alterità, ma anche nessuna crescita, che nasce solo nel confronto con l’altro. «L’essere umano è l’unico animale capace di abitare contemporaneamente il reale e il possibile. L’antropomorto è esattamente l’opposto, ha smesso di immaginare e si è limitato a consumare immagini prodotte da altri», sottolinea la psicoterapeuta. «Immaginare significa esercitare una libertà che nessun algoritmo può completamente prevedere. È l’atto più sovversivo che ci rimane». Ma la neuropsichiatra infantile ci indica anche una via per uscirne: «In 40mila anni è cambiata la neuroplasticità, non il Dna. La buona notizia è che è reversibile e la solitudine dell’antropomorto resta un rischio, non un destino».
Il titolo del suo libro è una provocazione: stiamo diventando “antropomorti”. L’evoluzione tecnologica dell’umanità è in perdita?
«Parlerei di trasformazione ambigua, non di perdita. L’evoluzione non è mai una marcia trionfale: è sempre un guadagno da una parte e una rinuncia dall’altra. L’antropomorto non è biologicamente morto — respira, lavora, vive — ma rischia di perdere le funzioni antropologiche fondamentali: la capacità di simbolizzare, tollerare il limite, immaginare, stare nella complessità. La tecnologia non è la causa, ma l’amplificatore di meccanismi narcisistici e di ricompensa rapidi. Il cervello di un adolescente che passa ore sui social è sostanzialmente lo stesso di un Homo sapiens vissuto quarantamila anni fa: cambia la neuroplasticità, non il Dna. Come ricordava Hebb, i neuroni che si attivano insieme si connettono insieme. Ogni epoca allena certi circuiti e ne lascia atrofizzare altri. La fisica quantistica offre qui una metafora preziosa: prima dell’osservazione, una particella esiste in sovrapposizione di stati. Anche l’essere umano vive in una sovrapposizione di possibilità — fino al momento della scelta. L’antropomorto è colui che ha collassato in un unico stato immobile, quello della reazione immediata, della gratificazione istantanea, della visibilità. Ha smesso di essere in tensione verso il possibile. Biologicamente vivo, umanamente spento. Però la buona notizia è che la neuroplasticità è reversibile. L’antropomorto non è un destino, è un rischio antropologico. E i rischi, a differenza dei destini, si possono evitare».
Lei delinea uno spostamento da un’identità collettiva a una individuale. Come si manifesta concretamente questa trasformazione nelle nostre relazioni e che ruolo ha avuto la tecnologia?
«Per centinaia di migliaia di anni la domanda fondamentale era: “Chi siamo?”. Collettiva, tribale, necessariamente plurale. Poi, con la modernità, si è trasformata in “Chi sono io?”. Un progresso, senza dubbio. Oggi però, nell’era della post-modernità, la domanda si è ulteriormente contratta: “Come appaio?” — e questo non è un progresso, è una regressione narcisistica mascherata da selfie. L’identità collettiva infatti rispondeva a bisogni narcisistici iscritti nella biologia come quelli di appartenenza, riconoscimento, rispecchiamento. Famiglia, miti, religioni non erano solo strutture sociali — erano dispositivi simbolici che aiutavano l’individuo a rispondere alle grandi domande: chi sono, da dove vengo, cosa faccio con il dolore e con la morte. Già con la modernità liquida descritta da Bauman nel secolo scorso, questi contenitori si sono indeboliti. Ed è qui che la tecnologia ha trovato terreno fertile per essere orientata, sviluppata e accelerata: non ha creato il bisogno di essere visti, lo ha trovato già lì, disperato e senza risposta. Come mostrano le neuroscienze sociali di Matthew Lieberman, le reti cerebrali per comprendere sé stessi e gli altri sono profondamente intrecciate. Impoverire le relazioni impoverisce l’identità. L’antropomorto scambia l’appartenenza con la visibilità — come se i like, i gruppi, la socialità superficiale, la performance, la felicità ostentata negli eventi postati siano sostituti del fuoco del clan. Non funziona. Il fuoco scalda davvero perché oggi come allora richiede persone intorno che si conoscono e sopravvivono insieme».
I dati sull’autolesionismo adolescenziale mostrano una prevalenza femminile significativa. Il narcisismo digitale ha un genere?
«Le forme cambiano, il bisogno sottostante è identico ed è quello di essere riconosciuti. Per narcisismo digitale intendo la trasformazione del bisogno ancestrale di essere visti — iscritto nel cervello da millenni di vita tribale — in una performance continua sugli schermi, dove l’identità smette di essere qualcosa che si costruisce nell’intimità delle relazioni e diventa qualcosa che si misura in immagine prodotta. Non più “chi sono”, ma “quanti mi guardano”. Le ragazze sono maggiormente esposte alla valutazione estetica e relazionale — il corpo come capitale sociale, il “like” come misura del valore. I ragazzi più frequentemente alla prestazione, alla competizione, all’invulnerabilità come identità. Ma sono variazioni sullo stesso tema, un Sé costruito su metriche esterne piuttosto che su un’esperienza interiore stabile. L’autolesionismo femminile può essere letto come la privatizzazione sul corpo di un’angoscia che non trova altro linguaggio. È il corpo che parla al posto di una soggettività che non riesce a formularsi. Come Gregor Samsa che si sveglia insetto nella Metamorfosi di Kafka: la trasformazione esteriore esprime l’alienazione interiore che le parole non raggiungono. Il narcisismo digitale non ha un genere, ma ha sicuramente dei complici di genere. La vera questione è culturale. Stiamo producendo generazioni che misurano il proprio valore attraverso indicatori quantitativi — like, follower, visualizzazioni. L’essere umano maturo sa che il valore di una persona non è misurabile. L’antropomorto lo ha dimenticato, e ne paga il prezzo — con il corpo, quando le parole mancano».
Cita in particolare il caso di un paziente, poi diventato obeso, che non riusciva a dire “non voglio figli”. Ci spiega il fenomeno della “privatizzazione” dell’angoscia?
«Per secoli il dolore aveva una grammatica collettiva — riti, miti, comunità che lo rendevano comprensibile e condivisibile. Oggi il disagio psichico è diventato un problema individuale da risolvere privatamente, preferibilmente in silenzio e con un’app di meditazione. Quel paziente non riusciva a dire “non voglio figli”. Tre parole. Il corpo ha risposto al posto suo con l’obesità — che è una verità emotiva espressa somaticamente quando la coscienza non riesce a formularla. Come insegna Damasio, emozione e cognizione non sono mondi separati. Quando una verità non trova rappresentazione simbolica, trova il corpo. L’antropomorto, in questo senso, non è chi non soffre; è chi soffre senza più conoscere il senso della propria sofferenza. Se non sai perché soffri, non puoi capire che quella sofferenza appartiene all’umano — e non solo a te. Non puoi scegliere. Non puoi agire. La privatizzi nel corpo, la rendi visibile e incomprensibile insieme. Il dolore senza nome è il più solitario di tutti».
I genitori contemporanei, scrive nel suo libro, “diventano contenuti per i figli invece di esserne i contenitori”. Quando un genitore smette di essere un punto di riferimento e comincia a essere un bisogno del figlio da soddisfare?
«Quando un genitore cerca nel figlio la conferma che dovrebbe trovare dentro sé stesso, ecco che perde la sua funzione di contenitore educativo e affettivo. Un contenitore accoglie l’angoscia senza esserne travolto — la metabolizza, la restituisce in forma tollerabile. Un contenuto, invece, chiede inconsapevolmente al figlio di occuparsi delle proprie fragilità. È il paradosso della generazione che ha sostituito il “figlio bravo” con il “figlio felice” dove non si educa più per formare l’altro, ma per vedere riflesso in lui il proprio successo emotivo. Due persone che cercano entrambe di essere contenute non possono contenersi a vicenda. È come il principio di Archimede applicato alla psiche: se sei sommerso anche tu, non puoi aiutare nessuno. Il risultato è una coppia genitore-figlio in perenne negoziazione sindacale, dove il “no” diventa glutine emotivo e ogni lacrima infantile viene vissuta come un fallimento educativo».
Che ruolo ha la tecnologia in tutto questo?
«La tecnologia amplifica tutto questo in modo spettacolare. I bambini e gli adolescenti ci osservano e osservano adulti costantemente impegnati a curare la propria immagine pubblica, a guardare lo smartphone, a performare per lo sguardo sociale. Come nella teoria dei neuroni specchio, imparano per imitazione. Imparano che esistere significa essere osservati. L’antropomorto-genitore desidera essere approvato dal figlio prima ancora di essere la sua guida. È Narciso che alleva Narciso — ed è sorprendente che qualcuno poi si stupisca dell’esito».
Molti genitori di oggi sono stati a loro volta cresciuti in famiglie in cui spesso il conflitto o era assente oppure era distruttivo, perché non veniva gestito o perché non veniva insegnato loro a farlo. Come si trasmette di generazione in generazione questa incapacità di stare dentro il disagio altrui?
«Le famiglie trasmettono non solo ciò che sanno, ma ciò che non riescono a pensare. Se una generazione ha imparato che il conflitto porta alla catastrofe — e molte generazioni del Novecento lo hanno imparato a proprie spese — la successiva eredita quella fuga come modello implicito, non come scelta consapevole. È epigenetica culturale: il trauma non si trasmette solo nel Dna – o meglio nella sua metilazione o nelle sue proteine di ancoraggio – ma nei silenzi, nelle reazioni sproporzionate, nella distanza emotiva che diventa stile familiare».
Dove si può interrompere la catena?
«Gli studi di Bruce McEwen e altri hanno mostrato come esperienze di stress e cura modifichino il funzionamento biologico senza toccare il codice genetico. Le vulnerabilità si trasmettono, ma — ed è qui la buona notizia — si trasmettono anche le risorse. La resilienza è altrettanto ereditabile, o meglio trasmissibile, di quanto lo sia il trauma. La catena si interrompe quando qualcuno ha il coraggio di restare nel disagio abbastanza a lungo da comprenderlo — invece di attraversarlo correndo o di trasmetterlo al prossimo della fila. La maturità non consiste nell’evitare la sofferenza; consiste nel non esserne immediatamente governati. È la differenza tra chi reagisce e chi risponde. Reagire è automatico; rispondere richiede un attimo di pausa — quell’attimo in cui la catena si può spezzare».
Lei sostiene che abbiamo sostituito i riti di passaggio con eventi-spettacolo. Il problema è la forma del rito o la scomparsa di qualcuno disposto a testimoniarlo?
«Il problema non è la scomparsa dei riti. È la scomparsa della loro funzione simbolica. Un rito trasforma. Uno spettacolo documenta. Oggi fotografiamo la vita invece di attraversarla, come nella celebre intuizione di Debord: la realtà si dissolve nella sua rappresentazione. La maturità diventa una performance condivisa con tutti per Instagram, il lutto un post commemorativo, il matrimonio una storia da trenta secondi. Arnold van Gennep, nel 1909, definiva i riti di passaggio come momenti di separazione, margine e aggregazione. Tre fasi per dire: qui finisce una cosa, poi c’è la soglia, dopo ne inizia un’altra. Senza la soglia, esiste un prima e dopo immediato. Si rimane, come dicevo prima, in una sovrapposizione di stato — adulti-bambini, bambini-adulti, anime disordinate in un flusso continuo senza soglie riconoscibili».
Avere ancora intorno a sé una comunità capace di costruire riti significativi è un privilegio di classe?
«Il privilegio di classe esiste, ma è più sottile di quanto sembri. È avere una comunità disposta a testimoniare il proprio cambiamento, a dire “ti vedo diverso, ti riconosco nuovo”. Questo è un lusso raro. Perché nessun rito esiste senza testimoni, e i testimoni — quelli veri, quelli che fanno parte dell’affettività, delle relazioni strette — si stanno estinguendo più velocemente dei panda».
Anche la scuola è ormai un’istituzione in crisi, che Lei descrive come un “palcoscenico di ansie”. È la causa del disagio o il suo specchio?
«Principalmente uno specchio. Chiediamo alla scuola di risolvere problemi che nascono nella famiglia, nell’economia, nella cultura e nelle tecnologie — e poi la accusiamo quando fallisce. È come rimproverare il termometro per la febbre. Quello che osserviamo è una generazione con straordinarie competenze tecniche e crescenti difficoltà simboliche. I nostri giovani sanno reperire informazioni ma faticano a costruire significati. Sanno reagire velocemente ma tollerano poco la frustrazione. Come osservava Hannah Arendt, educare significa introdurre qualcuno in un mondo che esisteva prima di lui. La scuola oggi forma consumatori di contenuti, non costruttori di senso».
Cosa dovrebbe fare concretamente per recuperare un ruolo di “contenitore di senso”?
«Concretamente dovremmo recuperare il valore del rito, del tempo lento, della frustrazione come strumento pedagogico. Il voto scolastico è diventato un numero orfano, sganciato dalla crescita reale. Gli studenti imparano a ottimizzare il voto, non il sapere — e producono una competenza addestrata anziché una coscienza coltivata. La scuola dovrebbe tornare a essere un luogo in cui si impara anche a convivere con l’incertezza, non solo a risolverla. Il disagio non è un’anomalia da correggere, è la materia prima della formazione. Tornando al rito di passaggio, esso presuppone una soglia tra l’essere una cosa e il diventarne un’altra. L’esame di maturità oggi assomiglia a un casello autostradale che nessuno nota perché tutti stanno guardando il navigatore per il prossimo svincolo — quello dei test di ammissione all’università, già prenotati, già pagati, già ansiogeni. Non sei uno studente che diventa adulto; sei praticamente un candidato che stava già candidandosi. Il rito scolastico non trasforma nulla perché non c’è nessuno fermo abbastanza da essere trasformato. Come si attraversa una soglia se stai già correndo verso quella dopo?».
Lei descrive la vergogna come il “collante tribale originario”. Oggi è stata sostituita dal bisogno di visibilità o è sempre lo stesso sentimento travestito in fenomeni come lo “shitstorming”, il “doxing” o al contrario la “cancel culture”?
«La vergogna non è scomparsa — si è travestita. Dietro il bisogno compulsivo di visibilità si nasconde spesso la sua immagine speculare che è la paura dell’irrilevanza. Non essere visti è la nuova vergogna tribale. E la tribù, come sempre, ha trovato i suoi meccanismi di regolazione. Shitstorming, doxing, cancel culture sono forme aggiornate del collante sociale originario. La tribù ha cambiato infrastruttura. Invece del fuoco del clan, ha l’algoritmo. Il principio è lo stesso; chi trasgredisce le norme implicite del gruppo viene espulso simbolicamente. La differenza è la scala e la velocità. L’esecuzione pubblica ora raggiunge milioni di persone in pochi minuti. La fisica quantistica suggerisce che l’osservatore modifica il fenomeno osservato. Così la consapevolezza di essere costantemente osservati — in ogni post, ogni commento, ogni scelta visibile — modifica profondamente il comportamento. Non siamo più solo noi a guardarci, siamo un esperimento in corso. Il problema nasce quando finiamo per esistere solo nello sguardo degli altri. Allora non siamo più soggetti, diventiamo oggetti di osservazione. Narciso, di nuovo. Solo che questa volta lo specchio ha milioni di occhi».
I meccanismi tribali digitali che Lei descrive, come “bolle”, “echo chamber” e “radicalizzazione”, sono stati deliberatamente sfruttati dai cosiddetti movimenti politici “populisti” di tutto il mondo. Il narcisismo di massa è una risorsa politica?
«La politica ha sempre saputo che gli esseri umani non si mobilitano attraverso i fatti, ma attraverso le emozioni. Ciò che cambia oggi è la precisione chirurgica con cui quelle emozioni possono essere identificate, coltivate e attivate. L’algoritmo personalizza la manipolazione. Ti dà esattamente il nemico di cui hai bisogno. L’antropomorto è un cittadino particolarmente vulnerabile: ha perso molte delle appartenenze intermedie che filtravano le emozioni — comunità, chiesa, partito, sindacato. È più solo, più esposto, più bisognoso di riconoscimento».
Chi la governa oggi?
«La politica populista non governa opinioni ma, a mio parere, governa ferite narcisistiche. Offre appartenenza a chi l’ha persa, identità a chi l’ha smarrita, nemici chiari a chi vive nell’incertezza. Byung-Chul Han parlava della società della trasparenza come di un luogo in cui la profondità scompare sotto l’eccesso di visibilità. La tecnologia è il più potente acceleratore emotivo mai esistito — e come ogni acceleratore, amplifica sia il buono che il cattivo. Chi governa oggi l’attenzione, governa il consenso. E l’attenzione, purtroppo, si compra a meno di un like».
Lei identifica le cause del disagio come prevalentemente psicologiche e antropologiche. Ma Meta, TikTok, Google e in generale le Big Tech guadagnano miliardi vendendo la nostra compulsione all’auto-esposizione. Che effetto ha questo sulla salute mentale, in particolare dei più giovani?
«Le piattaforme monetizzano l’attenzione. E l’attenzione è una risorsa biologica limitata — non scalabile, non rinnovabile, non rimborsabile. Anna Lembke e Kent Berridge hanno mostrato come il sistema dopaminergico sia profondamente coinvolto nei meccanismi di anticipazione dove ogni notifica promette una piccola dose di riconoscimento. La dopamina però non dice “sei soddisfatto”. Dice “continua a cercare”. Così si è sempre in attesa, sempre raggiungibili, sempre incompleti. Come nel paradosso di Zenone, Achille insegue la tartaruga e non la raggiunge mai, perché ogni volta che si avvicina c’è qualche altra tartaruga che lo attira. Per gli adolescenti, il cui cervello è ancora in sviluppo — la corteccia prefrontale matura fino ai 25 anni — questa esposizione continua può alterare profondamente la costruzione dell’identità e la regolazione emotiva. Non stiamo parlando di cattive abitudini; stiamo parlando di architettura cerebrale. Le Big Tech sanno benissimo cosa stanno facendo. Per cui la questione per me è a monte, non è piattaforme sì o piattaforme no. È invece una questione politica ed etica, importantissima».
I giovani che soffrono di più sono spesso anche quelli più esposti alla precarietà economica. A povertà, mancanza di futuro lavorativo, assenza di prospettive si aggiunge il disagio psicologico. Dove porta la nostra società questo mix?
«È una miscela esplosiva, e sottovalutata. Perché alla fragilità identitaria — il buco narcisistico di cui parlo nel libro — si aggiunge l’incertezza materiale. Quando manca il futuro, il presente diventa insopportabilmente pesante. E quando il presente è insopportabilmente pesante, il virtuale diventa l’unica forma di controllo disponibile. Molti giovani non soffrono solo perché stanno male psicologicamente. Soffrono perché faticano a immaginare una traiettoria. L’antropomorto è anche il prodotto di una crisi dell’immaginazione collettiva. Come Kafka, il cui Josef K. nel Processo è perseguitato da un’accusa di cui non conosce né il nome né il tribunale, molti giovani oggi si sentono colpevoli di qualcosa che non capiscono, condannati da un sistema che non vedono. Una società che non riesce più a raccontare un futuro condiviso produce individui che faticano a immaginare il proprio. E un individuo che non immagina il futuro non agisce nel presente e lo subisce. Il narcisismo digitale è anche questo, cioè la compensazione esibizionistica di chi non ha abbastanza futuro per costruire un’identità nel tempo lungo».
Disconnessione consapevole, presenza relazionale, consapevolezza, relazioni autentiche: i quattro passi individuali che lei propone verso la guarigione rappresentano una risposta privatistica a un problema strutturale?
«Il rischio esiste, e lo riconosco. Proporre soluzioni individuali a problemi strutturali può diventare un modo per scaricare sul singolo una responsabilità che appartiene al sistema. Come se avessi scritto: medita mezz’ora al giorno prima di aprire Google per cercare il ristorante più vicino. Detto questo, sarebbe un errore opposto e ugualmente comodo attendere il cambiamento delle strutture senza modificare nulla delle proprie pratiche quotidiane. Responsabilità individuale e responsabilità collettiva sono sempre complementari. La neuroplasticità ci insegna che ogni comportamento ripetuto modifica il cervello. Possiamo regolamentare le piattaforme e riappropriarci della capacità di scegliere a cosa dedicare l’attenzione. La libertà non consiste nell’assenza di condizionamenti, quella è fantasia, i condizionamenti esistono anche nelle famiglie migliori. Consiste nella capacità di riconoscerli. Ai miei figli ripeto che la consapevolezza non risolve tutto, però, senza consapevolezza non si risolve nulla».
L’IA è sempre più presente nelle nostre vite, in particolare dei giovani, che affidano a questa tecnologia anche le proprie confidenze più intime. Molti adolescenti preferiscono parlare di sé a un chatbot piuttosto che a un amico o a un terapeuta. Cosa cambia, per la psiche umana, avere un interlocutore digitale?
«L’intelligenza artificiale offre qualcosa di profondamente seducente: disponibilità costante, assenza di giudizio, prevedibilità assoluta. Non si stanca, non ti tradisce, non ha una brutta giornata. Per un adolescente che ha imparato che le relazioni umane sono fonte di delusione e ferite narcisistiche, è una proposta irresistibile. Il problema è che la crescita psicologica avviene nell’attrito, non nella sua assenza. L’essere umano si forma nel contatto con l’alterità, con qualcuno che può contraddirci, deluderci, sorprenderci, non capirci. Un chatbot non introduce mai vera alterità, è un “Io-Esso” non un “Io-Tu” perché rispecchia, adatta, ottimizza la risposta per la nostra soddisfazione. È Winnicott rovesciato dove, invece di uno specchio materno che restituisce il bambino a sé stesso, è uno specchio che restituisce solo ciò che il bambino vuole vedere. Secondo la mia metafora di antropomorto, rischiamo generazioni che preferiranno da adulti una relazione perfettamente prevedibile a una autenticamente trasformativa. Il prezzo, come sappiamo dalla letteratura classica e dai film, è l’anima».
“Immagino dunque sono”. Il suo libro si chiude con una definizione irriducibile dell’essenza umana, in cui la creatività è una forma di resistenza, una “dichiarazione di libertà trascendente”. Cosa distingue l’immaginazione che ci salva da quella che ci distrugge?
«L’immaginazione che salva apre possibilità. Quella che distrugge sostituisce la realtà. La prima genera mondi probabili a partire da ciò che esiste; la seconda costruisce mondi impermeabili a qualsiasi falsificazione. È la differenza tra il sogno di Alice — che attraversa lo specchio e ne torna trasformata — e quello di Narciso, che muore perché non riesce a uscire dal riflesso. In termini di fisica quantistica, l’immaginazione sana mantiene aperta la sovrapposizione delle possibilità, collassa in uno stato di scelta responsabile e creativa, poi si riapre alla funzione d’onda. È un fluire e un confluire in azioni che agiscono bene sugli altri, non solo su se stessi. Quella patologica, invece, rifiuta il collasso nell’azione reale, preferendo la potenzialità infinita alla responsabilità del presente. Come l’esperimento di Schrödinger: il gatto nella scatola è al sicuro finché non si apre — ma è anche impossibile che viva davvero. L’essere umano è l’unico animale capace di abitare contemporaneamente il reale e il possibile. L’antropomorto, che è esattamente l’opposto, ha smesso di immaginare e si è limitato a consumare immagini prodotte da altri. Immaginare significa esercitare una libertà che nessun algoritmo può completamente prevedere. È l’atto più sovversivo che ci rimane».
Ha scritto un libro che chiede ai lettori di smettere di guardarsi in uno schermo e di cominciare a farlo allo specchio. Scrivendolo, ci si è guardata anche lei? Ha trovato qualcosa di scomodo?
«Sì. E sarebbe stato impossibile fare altrimenti. Chiunque scriva del narcisismo contemporaneo scopre rapidamente di non esserne immune. Ho trovato i miei bisogni di approvazione, le mie dipendenze dallo sguardo altrui, le mie resistenze. Ho trovato la psicoterapeuta che spiega ai pazienti di stare nel disagio e poi durante la settimana controlla il telefono ogni venti minuti. La differenza non è tra chi è narcisista e chi non lo è. Il vero punto è tra chi riconosce quella parte di sé e chi la scambia per la propria intera identità. Come nel dottor Jekyll e mister Hyde, il problema non è tanto Hyde, è credere di essere solo Jekyll».
Qual è il primo passo?
«Il primo passo è imparare a stare nel vuoto, nel pensiero non sollecitato, nella domanda senza risposta immediata. È lì, in quello spazio apparentemente inutile, che l’antropomorto può tornare lentamente a essere umano. Con il silenzio e il pensiero libero, quell’antica tecnologia che non ha bisogno di aggiornamenti né di uno smartphone sempre attaccato alla mano».
Homo Social, la psicoterapeuta Olivia Ninotti a TPI: “Siamo antropomorti: biologicamente vivi e umanamente spenti”
“Siamo gli unici animali capaci di abitare sia il reale che il possibile. L'essere umano nato nell’era digitale, invece, è l’opposto. Ma la tecnologia non è la causa, è l’amplificatore di meccanismi narcisistici”. La neuropsichiatra infantile indica però come invertire la rotta: “Immaginare è l'atto più sovversivo che ci rimane”
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