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    È iniziata la battaglia di Stalingrado. Elezioni Emilia Romagna: le sardine rosse contro il Paladozza leghista

    Matteo Salvini apre la campagna elettorale per le Regionali in Emilia in uno dei luoghi simbolo della sinistra. Nel palazzetto dello sport 5mila sostenitori lo applaudono, ma fuori gli risponde la contro-piazza di almeno 11mila persone

    Di Veronica Di Benedetto Montaccini
    Pubblicato il 15 Nov. 2019 alle 07:40 Aggiornato il 25 Feb. 2021 alle 15:30

    Salvini a Bologna: le sardine rosse contro il Paladozza leghista

    di Veronica Di Benedetto Montaccini inviata a Bologna – Leghisti contro “sardine”. Sovranisti contro europeisti. Padre contro figlia nella famiglia Borgonzoni. Salvini contro la piazza, per la prima volta. E Bologna si trasforma subito nel terreno della battaglia di Stalingrado. Una battaglia che ha come guerra le Elezioni in Emilia Romagna del prossimo 26 gennaio.

    Fuori e dentro il palazzo

    La scalata di Matteo Salvini all’Emilia Romagna inizia proprio così: dentro i militanti di ferro venuti a Bologna da tutta la Regione (e da tutta Italia) per prendersi uno spazio tutto loro e ascoltare la candidata legista Lucia Borgonzoni; fuori la città che a sorpresa risponde compatta. I primi a protestare sono i centri sociali: quasi 2mila manifestanti arrivano in corteo fin davanti al palazzetto e vengono respinti violentemente con gli idranti e i fumogeni.

     

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    Ma è solo l’inizio: un flash mob convocato da quattro ragazzi in rete, e appoggiato da civici e Partito Democratico, riempie piazza Maggiore con oltre 11mila persone. Sono numeri pesanti, tanto che per trovare paragoni bisogna tornare a quando Beppe Grillo nel 2013 radunò i suoi per lo “tsunami” che avrebbe portato il M5S in Parlamento.

    Le foto della folla iniziano a circolare mentre il “Palazzo”, così chiamano il Paladozza i bolognesi, inizia a riempirsi, ma per chi sta dentro, almeno per stasera, quello che c’è fuori conta poco. Perché dentro sono in 5mila e per il Carroccio aver riempito un luogo simbolo della sinistra a Bologna è pur sempre un momento storico. Questo parquet non è solo la casa della “fossa dei leoni” della Fortitudo basket o uno dei templi della Virtus, ma proprio qui nel 1969 il PCI ha incoronato Enrico Berlinguer e nel 1990 si è sciolto dopo l’ultimo congresso della Bolognina.

    Nel 1977 queste stesse gradinate le riempì il movimento studentesco. E in tempi più recenti, nel 2010, Michele Santoro ci portò “Rai per una notte” con Marco Travaglio e Daniele Luttazzi: una pagina storica della tv italiana contro la censura e per la libertà d’informazione. Insomma, se Matteo Salvini voleva dimostrare di fare sul serio, ha scelto il posto giusto. Lui che per anni è stato cacciato dalle piazze bolognesi (nel 2016 gli riempirono piazza Verdi con le balle di fieno e fu costretto a spostare il comizio), oggi si è preso un pezzo di rivincita.

    Il giornalista e acclamato conduttore della serata, Mario Giordano appena calpesta il palco grida: “Com’è che vi chiamano?”,  “I barbari”, risponde in coro la folla. “Ora tocca a noi”. Ecco, è proprio qui che la Lega lancia l’assalto finale al governo giallo-rosso.

    Salvini a Bologna: il Paladozza diventa un fortino leghista

    All’ingresso del Paladozza c’è Clara ad accogliere tutti. 60 anni, da venti milita nella Lega in Romagna. “Si vede la bandiera? L’ho cucita tutta io a mano”. Sopra c’è Alberto da Giussano e la scritta Lega con tremila swarowsky. Poi paillettes e lustrini. “Perché oggi è una festa”.

    La serata per Salvini è al chiuso e tra bandiere e cappellini gialli e blu sembra un congresso di partito dei più tradizionali. O meglio: sembra una convention americana in pieno stile Donald Trump.

    Per il leghista che in Umbria si è battuto palmo a palmo tutte le piazze, mentre gli avversari scattavano foto nel chiuso di sale storiche, è già un’ammissione di partire in rincorsa. Anche per questo il leader del Carroccio è tra i primissimi ad arrivare. Scalpita per tutto il pomeriggio: alle 16 è già sulla porta del palazzetto a fare selfie e dirette Facebook. Alle 18 vede i giornalisti. Alle 19 va su e giù dalle gradinate. Alle 21, quando la tabella di marcia segna già mezz’ora di ritardo, sale sul palco e chiede di avere ancora pazienza.

    Luisa in prima fila si alza: “Sono assassini”. Non c’entra niente, ma la applaudono tutti. Poi dagli altoparlanti parte “Romagna mia” e la folla si mette a cantare in coro: sembra una festa dell’Unità, anche se non si può dire ad alta voce.

    In tanti si conoscono: quelli venuti qui sono i militanti degli inizi che hanno visto di tutto, anche la Lega precipitare al 4 per cento alle politiche del 2013. “Ma questa volta la sfida è aperta”, racconta Antonella, venuta da Reggio Emilia. “Stefano Bonaccini – continua la militante – ha amministrato bene, ma siamo stanchi di non essere più padroni in casa nostra”.

    Che la Lega ci tenga a questa serata si vede dalla platea. Nel parterre degli ospiti speciali siedono tutti i principali esponenti del Carroccio che stanno nelle istituzioni. L’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti intanto, quello che è considerato il braccio destro di Salvini, ma anche ultimamente uno dei più in disparte.

    Poi l’ex ministro Gianmarco Centinaio, i capigruppo in Parlamento Romeo e Molinari, gli europarlamentari come Marta Bizzotto e l’ex M5s Marco Zanni e tutti i governatori delle Regioni. Naturalmente c’è il sindaco che si è preso Ferrara Alan Fabbri, quello a cui lo scorso turno è fallita la conquista dell’Emilia Romagna. Poco prima che inizi la serata spuntano pure Simone Pillon, Claudio Borghi e Alberto Bagnai. I grandi assenti sono invece i berlusconiani: non pervenuti.

    I relatori che prendono la parola sul palco sono scelti con attenzione per dare un’immagine pulita, molto a destra e poco estrema. Davide Rondoni, poeta noto a Bologna, ma soprattutto per la sua vicinanza a Comunione e liberazione. Invoca la libertà “degli artisti” e dice di essere un “anarchico romagnolo”. Poi tocca ad Alessandro Amadori, “il sociologo” che studia il sistema Emilia “controllato e dominato dal Pd”. La carta forte è l’imprenditore Marco Omboni: si scaglia contro la plastic tax e raccoglie un’ovazione.

    Insomma ci sono tutti e sono loro ad accogliere, anzi ad accompagnare, la Borgonzoni sul palco quando è il suo turno.

    La Borgonzoni si gioca il tutto per tutto (anche in famiglia)

    La candidata che soffre di luce riflessa, è la faccia su cui il Carroccio si gioca tutto: Lucia Borgonzoni a Bologna è nota per essere la consigliera comunale assenteista che, nonostante il seggio in Senato, non si è mai dimessa. Ma oggi si gioca un’altra partita e se Salvini l’ha scelta, tutti le vanno dietro: in coda c’è chi ammette di non sapere molto di lei e della sua storia, ma basta la benedizione del leader per farla accettare a occhi chiusi.

    Ecco, è proprio la vicinanza a Matteo Salvini che ha fatto, negli anni, allontanare Lucia da suo padre Giambattista Borgonzoni. Mentre la candidata leghista abbraccia il leader del Carroccio, papà Borgonzoni è in prima fila a Piazza Maggiore. Sì, avete capito bene, a manifestare tra le sardine. Come racconta in un’intervista esclusiva a TPI, non voterà per Lucia e si dissocia da tutte le idee della Lega: “Mi vergogno della politica delle ruspe e dei muri. Mia figlia è molto competente, mi dispiace che abbia sbagliato totalmente leader da seguire”, spiega.

     

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    “L’Emilia Romagna deve tornare di tutti”, attacca Borgonzoni sul palco. E’ lo slogan della campagna che le è stata costruita addosso. I suoi temi, quelli su cui punterà, li elenca tutti anche se di fatto, oltre la retorica del liberare la Regione, di atti concreti ne promette pochi: “La sanità”, per prima cosa. Perché, dice, “non è vero che qui va tutto bene”e invece sono favoriti solo “i ricchi”. “Dobbiamo tenere aperti gli ospedali di notte”, è la sua proposta.

    Poi “più infrastrutture” per far diventare l’Emilia Romagna una Regione che funziona da dieci: “Oggi pur essendo da dieci, funziona da sei”. Il primo intervento? “Liberare i nostri amministratori dalla burocrazia”. “Andiamo a liberare la nostra terra e poi andiamo a liberare l’Italia intera”. Si guadagna gli applausi di questa folla, prima di lasciar salire l’uomo che stanno aspettando tutti.

    Salvini entra sulle note di Vincerò di Puccini e si fa il giro del campo da basket come se fossimo a una All star game qualsiasi. L’intervento è tagliato e cucito su misura del Palazzo di Bologna. Una frase si staglia nel vociare del palazzetto: “Abbiamo bisogno di donne e uomini liberi. Dal 26 gennaio toglieremo l’abitudine di chiamare Bologna ‘Rossa’, dal 26 gennaio di rosso, in Emilia-Romagna, ci sarà solo la Ferrari”.

    L’esordio di Salvini ha una pecca: la contro-piazza, almeno per stasera, ha risvegliato il Partito democratico dormiente e tutti i siti aprono con la foto del flash mob delle “sardine” in piazza Maggiore.

    Le “sardine” in Piazza Maggiore: una marea umana

    Oltre 13mila persone si radunano per la “manifestazione delle sardine”, organizzata in contemporanea alla convention Lega al Paladozza. “Hanno partecipato 12-13mila persone” hanno dichiarato gli organizzatori della manifestazione.

    L’obiettivo della “manifestazione delle sardine” era proprio quello di portare sul Crescentone (la parte leggermente rialzata al centro della piazza) 7mila persone, strette, appunto, come sardine.

    Il numero era stato scelto alla vigilia dell’evento leghista proprio perché è leggermente superiore alla capienza del Paladozza. Ma il numero di manifestanti ha superato le aspettative.

    La mobilitazione delle sardine era nata spontaneamente al grido “Bologna non si lega” qualche giorno fa su Facebook, raccogliendo numerose adesioni. I partecipanti erano stati invitati a presentarsi in piazza con una sardina, disegnata su cartone.

    Dopo un minuto di silenzio, in piazza Maggiore è partita la musica, cominciata con ‘Com’è profondo il mare’ di Lucio Dalla. In mezzo a tanti giovani e famiglie, anche numerosi esponenti del Pd, sindaci e amministratori del territorio.

    Le sardine contro Salvini a Bologna non hanno bisogno però di chiamare i lombardi per riempire il Crescentone. Cosa che invece ha fatto la Lega pur di portare persone al Paladozza.

    Una serie di corriere era infatti predisposta da tutte le province Emiliane e da altre regioni del nord Italia per consentire ai militanti della Lega di prendere posto al comizio. Nei giorni scorsi ha circolato la lettera che invitava la Lega Lombarda a mobilitare gli attivisti per andare a Bologna a riempire il palazzetto, come abbiamo dimostrato in un articolo. 

    Lo sforzo messo in campo per portare le persone è notevole. Ma la macchina della propaganda leghista è ben consapevole che sarà tutto dimenticato non appena Salvini prenderà la parola nel Paladozza strapieno. Così come ci si dimenticherà che quelli che saranno ad assistere allo spettacolo non saranno che una minima frazione degli abitanti di tutta l’Emilia Romagna (oltre quattro milioni) o di Bologna (poco meno di 390 mila).

    Anche virtualmente, “la battaglia di Stalingrado” la vincono le sardine: i numeri su Facebook sono impietosi per la Lega che, nonostante le sponsorizzazioni, riceve meno partecipazioni della manifestazione in piazza. 647 “parteciperò”, contro 7881.

    “La sfida dei numeri online l’abbiamo stravinta –  scrivono gli organizzatori – decuplicando i numeri che l’evento di Salvini a Bologna registra su Facebook, nonostante i cartelloni che ci assillano da settimane e le migliaia di euro che questi spendono su Facebook tutti i giorni”.

    Le ragioni potrebbero essere molte, a partire dal fatto che mettere un “parteciperò” non costa nulla e che magari l’elettorato leghista bada poco ai social (non si direbbe visto l’investimento economico della Lega nella campagna elettorale). Con le sardine però non si sono schierati i partiti politici che contenderanno a Salvini la presidenza dell’Emilia Romagna.

    L’importante è far credere, dare l’impressione visiva, che Bologna e l’Emilia Romagna si siano convertite alla Lega. I sondaggi che parlano di un testa a testa tra Bonaccini e la Borgonzoni valgono fino ad un certo punto. La potenza della Lega si deve vedere, toccare con mano.

    In un periodo in cui sembra che la sinistra e il centro sinistra non siano in grado di andare in piazza (e qualcuno nel PD dovrà prima o poi interrogarsi sulla fallimentare strategia umbra) questa volta gli spazi pubblici non sono già stati consegnati alla Lega.

    Quello del 14 novembre è stato l’inizio di una lunga campagna elettorale. Una campagna che finirà solo il 26 gennaio, tra tre mesi. Il leader del Carroccio ha già annunciato che girerà tutta la Regione, città per città, comune per comune. L’Umbria ci ha dimostrato che è in grado di farlo. E l’Umbria ha mostrato anche l’incapacità del centro-sinistra (con o senza Movimento 5 Stelle) di saperlo sfidare sul terreno dei comizi.

    A Bologna dentro il Palazzo Salvini, tra i suoi e le facce storiche, ha vinto. Fuori ha rianimato una piazza che sembrava addirittura non esistesse più. Insomma, il leghista sognerà anche, ma è il primo a sapere che è dura. Ma ha deciso di giocarsela perché, è il suo ragionamento, è la strada per tornare al governo e i leghisti chiedono solo questo. Che la battaglia di Stalingrado abbia inizio.

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