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    La relazione del segretario del Pd Nicola Zingaretti alla Direzione Nazionale

    Nicola Zingaretti, segretario del Pd.

    Il testo della relazione del segretario del Pd Nicola Zingaretti alla Direzione Nazionale del Partito democratico

    Di Redazione TPI
    Pubblicato il 8 Gen. 2021 alle 15:10 Aggiornato il 8 Gen. 2021 alle 15:11

    Anche se siamo nel pieno di una vicenda politica in continua evoluzione ho ritenuto utile e opportuno convocare questa riunione della Direzione per informare il gruppo dirigente sulla situazione a oggi. Sapendo che entriamo in una fase nella quale dovremo convocarci a seguito degli sviluppi che si determineranno. Nei giorni scorsi abbiamo tenuto la segreteria, il comitato politico e riunito i segretari regionali e delle città capoluogo.

    Questo perché ritengo giusto condividere tra noi la scelta in un passaggio fondamentale per il futuro non solo del governo che sosteniamo con la massima lealtà, ma del paese alle prese con un’emergenza sanitaria, economica e sociale che non tollera rinvii. Ma non voglio sottrarmi da alcune considerazioni, che ritengo urgenti, che mi suscitano le immagini dell’assalto al Senato degli Stati Uniti d’America da parte di migliaia di persone in preda a una rabbia bestiale.

    Ci sono state vittime e feriti. Sono stati distrutti uffici, tavoli, vetrate, archivi. Proprio lì, nel cuore della democrazia americana. Un senso di preoccupazione misto a tristezza hanno invaso l’animo di tanti cittadini di tutto il mondo, che hanno potuto assistere a questo scempio attraverso la TV. Come si è arrivati a tutto ciò? Certo, Trump. Innanzitutto, Trump. Il suo ego smisurato. Straripante di atti che occhieggiano al razzismo, xenofobia e radicalità e estremismo. Esso ha ingigantito un’anima profonda dell’America che in realtà è un dato permanente della storia di quel grande Paese che si è concretizzato in grandi e simbolici conflitti. Ricordiamo: Joan Baez e la guerra del Vietnam. Martin Luther King e il Ku Klux Klan. McCarty e i Kennedy.

    Potrei continuare. Le sue responsabilità dunque sono immense. Ma dirlo non ci basta. Ma chi ha prodotto Trump? Perché, pur nella sconfitta, ha conquistato 70 milioni di voti su una linea apertamente estremista. Com’è possibile che per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un presidente sconfitto interrompa la continuità istituzionale e non accetti la sua sostituzione? Anzi: grida al furto delle elezioni e fomenta non solo una protesta, ma una vera e propria insurrezione? Avremo il tempo di ragionare. Abbiamo l’obbligo di ragionare.

    Eppure la prima impressione ci dice che nel mondo di oggi, negli impetuosi processi globali, la democrazia intesa solo come la fissazione di regole da rispettare non regge al vento populista. Di quel populismo che anche in altre fasi della storia umana porta sempre con sé una latente minaccia alla libertà e involve nell’autoritarismo.

    Le regole democratiche rischiano di non tenere se le società sono troppo divise, le disuguaglianze troppo grandi, la cultura fruita solo da limitate élite. Se le possibilità di vita sono così diverse al punto che coesistono due fasce di popolazione nelle nazioni così lontane, da non poter più comunicare. Una fascia felicemente globalizzata, protetta, dinamica, avvantaggiata dagli effetti virtuosi dei processi mondiali e un’altra che avverte di essi solo gli effetti perversi e che non coltiva più una speranza di miglioramento del proprio futuro e che la destra populista si candida a rappresentare su una deriva a volte addirittura eversiva o autoritaria.

    Un senso di esclusione, persino al di là del puro dato economico, che incarognisce e esaspera ogni conflitto. E allora gli stessi canali della rappresentanza democratica saltano; e lo scontro avviene tra due mondi che letteralmente vivono a ritmi diversi, con la qualità delle loro esistenze totalmente diverse, con chance di promozione sociale totalmente diverse.

    Ecco il pericolo. Se la democrazia non è accompagnata oltre che dalla indispensabile crescita della giustizia sociale, da una estensione universale del diritto allo studio e alla sanità, da una battaglia valoriale circa la dignità delle persone e il loro rispetto per gli altri, l’impalcatura delle istituzioni liberali è destinata a essere sopraffatta.

    Mi viene da dire che con tutte le difficoltà che ha la vecchia Europa, eppure essa appare più solida rispetto all’istruzione della violenza endemica della destra risorgente. Ho detto più solida. Ma solo a condizione che la stessa Europa continuerà a sviluppare quella svolta attualmente in atto, fondata sulla solidarietà, il rischio comune, la crescita ecologica, la coesione sociale che unisce al loro interno le varie nazioni e le apre al dialogo e alla collaborazione con le altre nazioni. Nulla è scontato.

    Ma quelle immagini da Washington a cui mi riferivo ci sollecitano con ancora più coraggio sulla nuova strada europea alla quale anche noi abbiamo contribuito. Il populismo cavalca i problemi del popolo e in qualche modo li aggrava, una politica popolare li deve risolvere. Questa è la missione del Pd. Dei Democratici in Italia e nel mondo, per questo abbiamo sostenuto e poi salutato con speranza e gioia la vittoria di Biden e della Harris al voto negli Usa. Prima le persone e una politica attenta alla condizione umana è qualcosa di molto di più che uno slogan.

    Torniamo ora al tema del nostro impegno concreto di queste ore. Questa nostra riunione si svolge nel cuore di un impegno e una battaglia sul fronte sanitario e non solo, che è volta a contenere la pandemia e a limitare i suoi effetti più drammatici sulla vita delle persone. Un evento di dimensioni planetarie che ha già causato oltre un milione e ottocentomila vittime nel mondo – più di 75mila solo nel nostro paese – e che ha sconvolto società, economie e la vita di miliardi di donne e uomini con effetti destinati a durare nel tempo.

    L’emergenza non è alle nostre spalle. Ancora oggi in Italia, come in Europa e nel mondo, il numero delle persone positive è in crescita e notizie di possibili varianti del virus non vanno drammatizzate, ma non inducono all’ottimismo. E’ vero l’anno si è aperto nel segno della speranza. L’avvio della campagna vaccinale procede in modo concreto e rappresenta una speranza decisiva per tutti noi. Ma questa notizia, per quanto fondamentale, non deve farci cedere a semplificazioni di alcun genere.
    La scienza, in tempi record, ci ha dato uno strumento potente per difenderci, ma ci attendono altri mesi di impegno pesante per riuscire a contenere e bloccare il contagio.

    L’Italia – a dispetto di tanti profeti di sventura – finora si è mossa bene. Nel modo giusto. I risultati di questa prima fase della campagna di vaccinazione in rapporto al numero di dosi disponibili sono ottimi, ma – insisto – la strada è ancora lunga e molto dipenderà dal possibile arrivo, dopo l’autorizzazione dell’Ema, di nuovi vaccini in grado di aumentare in maniera esponenziale la diffusione necessaria.
    Non è solo o tanto un problema di catena distributiva. Esiste piuttosto una questione legata alle quantità di vaccini disponibili sul mercato mondiale. Quelli approvati dall’Ema al momento sono 2, con un numero di dosi e caratteristiche che comunque chiederanno altro tempo, forse mesi, per conseguire livelli adeguati di copertura della popolazione.

    Dopo l’anno terribile che si è appena chiuso, il vaccino Covid oggi è il più importante motivo di speranza nel futuro. Perché la più grande campagna vaccinale della nostra storia funzioni – come tutti giustamente sperano e pretendono – saranno necessari maggiori quantità di vaccino, assoluto rigore, capacità di coordinamento e rapidità. Su questo obiettivo fondamentale noi vigileremo con la massima attenzione. La battaglia però non si svolge solo sul fronte sanitario. In un quadro di enorme complessità è stato e rimane fondamentale tenere alta l’attenzione sul fronte economico e sociale. Pochi dati danno la misura della gravità.
    • Nei primi 11 mesi del 2020 sono state autorizzate 2 miliardi e 800 milioni di ore di cassa integrazione: oltre dieci volte in più rispetto al 2019.
    • Secondo il Censis sono 460.000 le piccole imprese italiane a rischio chiusura.
    • Come evidenziano gli ultimi dati Eurostat a pagare maggiormente le conseguenze economiche della crisi saranno i più fragili, in particolare lavoratori a termine, giovani e occupati in settori a bassa specializzazione.

    Il Pd, non si distrae. Questa è la priorità. Contrastare gli effetti negativi a medio-lungo termine della pandemia, in particolare sulle persone più svantaggiate, diventa un nostro impegno fondamentale. Le misure eccezionali di sostegno varate dal governo in questi mesi sono state indispensabili per ridurre l’impatto delle conseguenze economiche della pandemia. Ma ora è il momento di un balzo in avanti.
    Il trauma subito è profondo. La nostra capacità di cura e reazione sarà determinante e dipenderà soprattutto dalla velocità, dalla solidità e dal grado di concretezza delle scelte sull’utilizzo delle nuove risorse europee.

    Grazie anche al nostro contributo, il confronto sul Piano italiano per il Recovery fund ha compiuto importanti passi avanti. Su tale tema abbiamo svolto un ruolo prezioso, dando un contributo alla sua stesura anche attraverso il documento d’indirizzo della segreteria con la sottolineatura delle priorità di indirizzo per noi rilevanti. Abbiamo indicato la necessità di ridurre la politica dei bonus per favorire gli investimenti sugli obiettivi strategici: la strada da imboccare è non frammentare le risorse con una miriade di interventi di corto respiro, ma destinarle ad azioni dall’alto impatto trasformativo e per questo capaci di sviluppare filiere virtuose nei settori più avanzati dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità ambientale, dell’innovazione sociale e culturale.

    Abbiamo per questo indicato alcuni punti che riteniamo determinanti per migliorare il Piano: a partire dal capitolo della decarbonizzazione, muovendo da progetti concreti nei territori più sensibili come nel caso di Taranto. Abbiamo proposto l’attuazione di un vero e proprio Piano Cultura 5.0, per consentire l’emergere delle grandi potenzialità dell’industria culturale italiana, volano indispensabile della ripresa economica e della vitalità della nostra democrazia.

    Maggiori risorse e attenzione all’economia e al sistema turismo. Abbiamo ribadito l’esigenza di una riforma profonda e urgente degli ammortizzatori sociali e denunciato la mancanza, nella prima bozza del Piano, di un progetto innovativo sulle politiche attive per il lavoro. Abbiamo chiesto che sul tema della transizione ecologica vi fosse maggiore coraggio con la definizione di obiettivi prioritari, aggiornamento del PNIEC (il Piano Nazionale integrato su energia e clima), economia circolare con la riconversione di interi settori produttivi a partire dalla siderurgia e dall’automotive.

    Abbiamo indicato la priorità di un processo imponente di digitalizzazione del Paese, a cominciare dalla scuola, dalla sanità e delle città, come strumento essenziale di competitività, emancipazione e cittadinanza. Riteniamo che le risorse europee dovranno essere utilizzate col massimo impegno per rafforzare e costruire infrastrutture sociali: proprio il Covid ha mostrato quanto vitale sia investire nella cura, assistenza, sanità, educazione, empowerment della persona.

    Abbiamo condiviso la scelta di fare della parità di genere una delle linee strategiche chiedendo anche su questo maggiore coraggio: la parità di genere deve entrare in maniera esplicita, con obiettivi chiari e misurabili in tutte le missioni del Piano. Crediamo che il Recovery fund possa e debba essere l’occasione per ridurre il divario storico e il dualismo economico-sociale tra Nord e Sud così da riconnettere il Paese eliminando tutti quelle disparità territoriali che indeboliscono tutti. Lo stesso principio deve valere per la frattura tra aree interne e città e, nell’ambito delle città, tra centri storici e periferie.

    Infine abbiamo indicato un punto che giudico davvero indispensabile: introdurre da subito criteri stringenti per la valutazione dell’impatto delle diverse misure. Questa, assieme a un investimento senza precedenti sulla pubblica amministrazione, con l’ingresso di una nuova generazione di operatori e dirigenti, è la condizione perché il Recovery fund produca il cambiamento radicale che oggi occorre al Paese. Un piano serio che offra un futuro all’Italia è la missione del Pd. Lo dobbiamo soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, i giovani italiani che vivono il tempo degli “anni rubati” perché pagheranno più di ogni altro il costo di questo dramma e hanno diritto a chiederci impegni seri e garanzie certe per il loro futuro.

    Ora è il momento di decidere e procedere. Si adotti il testo nel Consiglio dei Ministri e si avvii il percorso parlamentare così da coinvolgere il Paese sulle scelte fondamentali per i prossimi anni. Sarebbe davvero incredibile e privo di senso, dopo aver vinto una battaglia storica in Europa e avere ottenuto il risultato di centinaia di miliardi, riconoscere che questa maggioranza non è in grado di dettare le linee di indirizzo per impegnare quelle risorse.

    Siamo stati i primi a sollecitare chiarezza e anche a chiedere cambiamenti sostanziali rispetto alla prima bozza ma, come ha detto ancora mercoledì Andrea Orlando che per la segreteria ha seguito il dossier, “si è fatto un positivo passo in avanti, con la buona volontà le questioni possono essere affrontate e risolte”.

    Per questo però bisogna accelerare. Anche perché in questo contesto è aumentata, oltre il livello di guardia, la conflittualità dentro la maggioranza e questo ha creato un clima di incertezza che può arrecare danni all’azione di Governo ma, soprattutto, alle condizioni di vita di milioni di italiani.
    In ballo, ancora una volta, non ci sono i destini di un partito. Vedo piuttosto il rischio serio che il protrarsi di una situazione di incertezza allarghi in modo irrimediabile il distacco tra la politica, le istituzioni e i sentimenti e le aspettative delle famiglie.

    Nessuno commetta l’errore di sottovalutare la gravità di ciò che potrebbe accadere. Non sottovalutiamo la disperazione e la rabbia delle persone se a fronte di paure e incertezze la politica assumesse il volto dei giochi di palazzo. C’è un humus sociale ad alta infiammabilità, ci sono pensieri incendiari pronti a scatenarsi. In questi mesi rispetto all’angoscia e alle paure degli italiani siamo stati un punto di riferimento. Se ci siamo riusciti è proprio perché il nostro assillo si è sempre rivolto alla necessità di porre in cima a tutto l’interesse del Paese.

    Questo obiettivo non si raggiunge con la pigrizia nell’azione di Governo – quella pigrizia che con la nostra delegazione e il lavoro dei gruppi parlamentari noi abbiamo sempre combattuto – ma non si raggiunge neppure con un avventurismo distruttivo che non vede e non porta lontano. Su questo voglio essere molto chiaro: da mesi, sempre alla luce del sole, con un’iniziativa politica unitaria, sollecitiamo un rilancio, una ripartenza di una coalizione che dopo la fase positiva dell’emergenza deve affrontare con maggiore unità, solidità, fiducia la ricostruzione dell’Italia. Non solo non lo nascondo: lo rivendico.

    Ma questo nostro impegno si declina nella parola ricostruire e rilanciare. Mai nella parola distruggere. Questa è la differenza. È così da sempre e per quanto ci riguarda così continuerà ad essere. A fine agosto del 2019 eravamo consapevoli dell’eterogeneità e anche della fragilità della maggioranza a cui sceglievamo, con altri, di dare vita. Eppure abbiamo deciso, io credo giustamente, di assumerci quella responsabilità e di avviare una nuova stagione della politica italiana.

    Proprio perché coscienti di quelle fragilità siamo stati di gran lunga e in ogni passaggio la forza più unitaria, quella che di più si è messa a disposizione per rafforzare una visione comune e che ha chiamato, spesso inutilmente, gli alleati a una battaglia condivisa, anche nelle elezioni amministrative. Abbiamo cercato in ogni modo di garantire spesso lasciati soli un fronte comune, per combattere le destre e per affermare una sintonia tra la battaglia politica che conduciamo come forze di Governo e la vita delle comunità locali.

    Il Pd ha raccolto i risultati di questo impianto, ritornando centrale nello scenario politico e anche, a differenza di altri, su quello elettorale. Ora anche grazie alla nostra iniziativa a novembre, dopo il vertice tenuto a Palazzo Chigi si era avviata una stagione positiva di confronto sui contenuti del rilancio.

    Abbiamo creduto e scommesso in quel processo, proprio perché volevamo cambiare e non distruggere.
    Alla vigilia del percorso del Recovery fund, che per l’Italia vuole dire ricostruire speranza, tutto però è tornato a oscillare pericolosamente, con fibrillazioni che rischiano di mandare in frantumi il lavoro di un anno.

    Dentro una pandemia tragica, provocare elezioni anticipate sarebbe un errore imperdonabile. Ma attenzione, e prendetelo pure come un grido di allarme perché tale è: il logoramento dei rapporti politici già in passato, nella storia della Repubblica, ha portato a un’evoluzione incontrollabile, il cui esito sono state proprio le elezioni anticipate. Noi non abbiamo mai temuto il voto. Non lo temevamo quando Salvini ha deciso di porre fine al Governo nell’estate del 2019, non lo temiamo ora.

    Ma poiché il rischio è reale, concreto, ribadiamo con maggiore forza che per noi l’Italia ha più bisogno di sconfiggere il virus e di un solido progetto di sviluppo. E che questo compito spetta a questa alleanza. Si può raggiungere l’obiettivo. Se prevale un vero dialogo.

    Una predisposizione di tutti all’ascolto, e il rispetto di ognuno rispetto agli altri componenti della maggioranza che sostiene il governo. Sono fiducioso. Ma anche consapevole della delicatezza di questo passaggio. Non servono davvero richieste ultimative, prepotenze o imposizioni, pretese unilaterali che impediscono un’autentica collaborazione per raggiungere insieme il risultato di un rafforzamento e di una ripartenza del governo che in questi mesi ha retto bene e con molta dignità le sorti della nazione.

    Ognuno deve saper rinunciare a qualcosa di suo e misurare i propri convincimenti e le proprie proposte con i convincimenti e le proposte degli altri. Un programma di coalizione, d’altra parte, si costruisce così. Ottenendo dove è possibile e continuando a discutere dove ancora è difficile raggiungere una sintesi.

    Qualcuno in questi mesi sbagliando di grosso ha chiamato questa strategia, subalternità. Io la chiamo: BUONA POLITICA RIFORMISTA. Che anteponendo gli interessi del Paese cambia la realtà in meglio. Quale altra strada c’è rispetto a questa? Un altro governo, confuso, trasformista, trasversale, tecnico? Nulla di buono tutto ciò porterebbe all’Italia. Oppure proclamare il nostro fallimento per aprire le porte ad improbabili ritorni della destra nazionalista, in totale contro tendenza con gli orientamenti che si stanno rafforzando in tutta l’Europa?

    O ancora, alla fine accettare le elezioni anticipate in questa condizione così precaria da tutti i punti di vista dentro la quale siamo immersi? Ci capirebbe il popolo italiano? Non sarebbe un rischio da evitare? Ripeto: alla fine tornare al popolo è sempre un’ultima istanza democratica. Ma in questo momento davvero occorrerebbe fare altro.

    Si vada quindi avanti sul confronto sul Recovery. Non vedo ostacoli insormontabili che impediscano l’arrivo a un progetto serio, condiviso e coraggioso. Nelle prossime ore si faccia un passo in avanti.
    Sarebbe importante che il Presidente Conte, sulla base dei contributi elaborati e proposti dalle diverse componenti della maggioranza in questi mesi, prenda un’iniziativa per arrivare a una proposta di patto di legislatura, un’esigenza che con tutti gli alleati di Governo abbiamo condiviso come necessità per dare nuovo slancio al Governo. Si trovi il livello più alto possibile di sintesi, e tutti siano leali e partecipi rispetto all’importanza vitale di questa sfida.

    Un’alleanza vive se tutti riconoscono l’esistenza delle identità di coloro che partecipano alla sfida e insieme si lavora per produrre una sintesi in stretto contatto con il Paese, i lavoratori, le famiglie, i soggetti della rappresentanza sociale. Il Pd le sue priorità le ha indicate. Il giudizio su di noi dipenderà dall’efficacia con cui sapremo gestire i temi cruciali di questa fase:
    • se riusciremo a domare definitivamente il numero dei contagi del virus;
    • se sapremo programmare con efficienza, dedizione e precisione la vaccinazione di massa;
    • se sapremo utilizzare le risorse del Recovery fund per affermare un nuovo modello di sviluppo della Nazione all’insegna della sostenibilità ambientale e sociale, per garantire crescita e benessere;
    • se sapremo dare un’assoluta centralità al tema di come salvare e rilanciare il commercio e l’artigianato italiano che è insieme una ricchezza economica e culturale, lavoro e rete civile che rende vive le nostre città
    • se sapremo avviare una stagione di nuova e buona occupazione, soprattutto quando cesserà lo stop ai licenziamenti per le imprese;
    • se sapremo approntare ammortizzatori sociali e quegli strumenti innovativi ed efficaci di politiche attive per il lavoro che mancano drammaticamente all’Italia da decenni;
    • se sapremo rendere il nostro sistema fiscale più giusto e progressivo, come indica la nostra Costituzione;
    • se sapremo intervenire sul sistema della giustizia, che dovrà essere più equa e più rapida;
    • se sapremo innovare il nostro sistema sanitario, per tutelare il diritto alla salute di tutti;
    • se sapremo dare protagonismo alla forza dei giovani e delle donne;
    • se sapremo cambiare la pubblica amministrazione italiana, in tutte le sue diramazioni, per avvicinarla ai bisogni delle persone, delle imprese, dei territori.

    E se finalmente si realizzeranno quelle riforme costituzionali che correggono le distorsioni derivate allo stesso tempo dal taglio dei parlamentari e dall’esistenza di questa legge elettorale. Ecco la prova a cui siamo chiamati: dare una svolta alla storia dell’Italia, disegnare e realizzare un Paese nuovo, non ricostruire quello debole e fragile che c’era prima del Covid. Facciamo appello alla responsabilità, che non è immobilismo o subalternità, ma protagonismo e sforzo unitario per risolvere i problemi.

    Abbiamo davanti un’occasione storica per Italia. Torniamo a dare la priorità al bene comune dell’Italia.
    Non è il tempo delle barricate, ma – come ha indicato il presidente Mattarella – quello dei costruttori, della collaborazione e della coesione, per indicare e costruire la strada per un futuro migliore da lasciare alle generazioni che verranno.

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