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    Da Sciascia a Macaluso: ritratto di Peppe Provenzano, neo-vicesegretario del Pd

    Nell'illustrazione di Emanuele Fucecchi il neo-segretario del Pd, Enrico Letta, "pesa" i suoi due vice, Peppe Provenzano e Irene Tinagli
    Di Luca Telese
    Pubblicato il 18 Mar. 2021 alle 13:27 Aggiornato il 18 Mar. 2021 alle 19:56

    È il dirigente più a sinistra che abbia mai fatto capolino nella prima fila Pd degli ultimi dieci anni. E da ieri Peppe Provenzano è vicesegretario del partito, nominato da Enrico Letta, in tandem con Irene Tinagli (che da ragazza era di Rifondazione Comunista, ma poi è stata montezemolina e renziana).

    Le biografie e le traiettorie sono sempre complesse, in questi anni difficili, e quella dei due nuovi vice non fa eccezione. Quando gli chiedevi da dove venisse, Provenzano si raccontava così: “Sono nato a Milena, a 43 chilometri da Caltanissetta. Per andare al liceo ci mettevo un’ora e un quarto”.

    Viene dal Sud del Sud, dunque, dalla Sicilia dei grandi narratori. E ha sempre descritto la sua Isola come un mondo fantastico: “Milena è la mia Macondo, come se il suo paesaggio fosse partorito dalla penna di Garcia Marquez: colline di gesso, di sale e zolfo. Nel punto esatto dove il complesso minerario si è innestato sulla storia di un paese contadino. Per dare un’idea di questo paesaggio: tra Milena e Racalmuto, in mezzo, a fare da confine, c’è solo una miniera di sale”.

    Il paese di Provenzano, infatti, è attaccato a Racalmuto, il paese di Sciascia, trasfigurato in Regalpetra in un suo celebre romanzo. E il giovane Provenzano ci passava davanti spesso, facendo la spola.

    Il padre del neosegretario faceva l’artigiano. Lavorava il ferro con il martello e con l’incudine, un mestiere duro: “Il mio ricordo sono i suoi occhi arrossati dalle scintille a fine giornata”. Il giovane Provenzano da piccolo lo faceva disperare perché non aveva la sua abilità manuale per fare le cose: “Il massimo che mi concedeva è stato rassettare e pulire l’officina per timore che facessi disastri”.

    Ma sempre il padre ha trasmesso al figlio l’amore per la campagna, per i campi, e addirittura la scienza dell’apicultura. Ve lo immaginate il numero due di un partito del terzo millennio alle prese con le api? Lui sì, e lo fa anche con orgoglio: “Mentre il mondo soffre la morìa delle api, noi abbiamo fatto un percorso al contrario. Abbiamo ripopolato. È stato il nostro contribuito, ovviamente piccolo, con poco più di una ventina di arnie. Ma magari lo facessero tutti!”.

    La cosa che più ama di quel lavoro da apicultore, spiegava il nuovo numero due del Pd, era lo spettacolo di un sanguinoso delitto: “È molto bello quando bisogna andare ad ammazzare la vecchia regina”. Ecco perché non può che stupire che un politico sappia così tanto sulla produzione del miele: “È la materia prima nel mondo delle api. Sia nutrimento che fondamento delle celle esagonali. E, siccome lì c’è più miele di quello che alle api serve, l’apicolture è un amorevole tutore che ad un certo punto diventa ladro del superfluo”.

    Provenzano giura che può riconoscere una partita di miele dall’aroma dei fiori che cambiano con la stagionalità: “Il nostro è prevalentemente di zagara e mandorle. Ma a fine agosto diventa di eucalipto. E quindi si innerva anche con la sulla, e infine con il corbezzolo. Le api sono così radicate nell’ecosistema che appena c’è inquinamento muoiono”.

    Basterebbe questa digressione per dire quanto e in che modo Provenzano si consideri ambientalista, non nello stile “metropolitan” di Legambiente, alla Ermete Realacci o alla Angelo Bonelli: “I primi difensori dell’ecologia – spiega – sono stati i contadini. L’abbandono di quelle campagne è un problema rimosso del nostro paese”. E questo spiega anche perché il neo vicesegretario si consideri “meridionalista da sempre”.

    Provenzano si è formato alla scuola di Emanuele Macaluso, il suo maestro politico scomparso pochi mesi fa, crescendo con la memoria delle occupazioni delle terre in Sicilia: “Le prime vere politiche per il Sud, dagli stralci della riforma agraria fino alla Cassa del Mezzogiorno – racconta sempre – nascono nel dopoguerra. Il piano di Di Vittorio è del 1949”.

    E parliamo della madre dell’ex ministro, maestra elementare. Si chiamava Ingrao di cognome, per una lontanissima parentela (mai provata) con Pietro, storico dirigente del Pci. Il nonno di Ingrao – Francesco – era stato garibaldino di Grotte, e nelle foto seppiate nonno Provenzano ha una certa sorprendente somiglianza con Pietro.

    Il padre del nuovo numero due del Nazareno era stato emigrato nel corso dell’autunno caldo, ma non aveva mai dato testimonianze di impegno militante. La madre votava socialista, ed era cresciuta in un paese segnato da una grande partecipazione femminile alla vita pubblica.

    Il giovane Provenzano mosse i primi passi sul terreno della politica contestando il sindaco, che però era anche suo zio, e organizzando uno sciopero contro di lui per via di alcuni termosifoni che a scuola non funzionavano. Il giovane Giuseppe, dunque, arriva alla sinistra grazie alla scuola pubblica.

    Il giorno della strage di Capaci era caduto alla vigilia della sua prima comunione: “Mi è rimasto un ricordo impastato di un forte sentimento di dolore”. Falcone e Borsellino non portavano necessariamente a sinistra, certo, ma produssero nella generazione degli anni Ottanta – soprattutto in Sicilia – una idea di coscienza civile: “Vedi le bombe a casa tua, come una guerra, e in Sicilia senti la mafia come un nemico vicino”.

    In quel lontano 1993, anno di grande emergenza civile, “per noi, in Sicilia le parole di Scalfaro risuonarono più serie e drammatiche che altrove”. Era il famoso discorso su “L’Italia risorgerà”. Raccontava ancora Provenzano, nei giorni in cui giurava da ministro: “Quella frase ci ha segnato. A scuola mi insegnarono i canti popolari della Resistenza e del risorgimento, dei soldati in guerra”.

    E infatti il numero due del Pd talvolta si diverte a canticchiare, anche a suoi figli, versi come: “O Gorizia, tu sei maledetta/ Traditori signori ufficiali/ Che la guerra l’avete voluta/ Scannatori di carne vendute”.

    Il futuro dirigente del Pd frequenta il liceo classico a Caltanissetta. Ogni giorno un viaggio da pendolare, alle 7 di mattina in autobus, e ritorno in paese in autostop: “Una bella palestra”. Inizia a fare politica al secondo anno di liceo, con la Sinistra Giovanile: “Mi carico dei problemi dei fuorisede, vengo eletto rappresentante di istituto per questo. Prima nel sindacato studentesco, poi in politica”, racconta.

    Più che D’Alema o Veltroni, pesa su di lui la figura della professoressa di Italiano. Alla Maturità Provenzano fa una un tema su “la piazza”, e prende 100/100 con lode. Si iscrive ai Ds, all’università sceglie Giurisprudenza a Pisa, e nel 2001 si laurea all’Istituto Sant’Anna con una tesi (neanche a farlo apposta, dato il suo futuro incarico) sul regionalismo nella Riforma del titolo V della Costituzione. Poi un dottorato sulle politiche di coesione.

    Nel 2001 va al G8 a Genova. “Ma di nascosto” perché la madre non si preoccupi. Tra i suoi professori c’è Paolo Carrozza. Le lezioni di Storia dell’Economia e della Moneta più belle sono quelle con Marcello De Cecco.

    Dopo la laurea, tuttavia, torna in Sicilia, convinto di dover fondare il Pd nella sua regione. Fatto rilevante in una biografia politica, esordisce rinunciando a una candidatura con posto certo. Motivo? Non voleva stare dietro alla figlia di Totò Cardinale, storico ex ministrone dell’Udc, appena trasmigrato a sinistra. Non fu una cosa gridata, ma messa nero su bianco: “Era diventato un seggio ereditario, non mi piaceva, per un mio bisogno di coerenza”.

    Così, dopo aver rinunciato all’emozione, si mette a fare il giornalista, da inviato scrive articoli su L’Unità di Concita De Gregorio (una sua maestra) e per Le Ragioni del Socialismo, la rivista fondata da Macaluso con Rino Formica. Racconta, ovviamente dalla Sicilia, un po’ di tutto. Sullo sfruttamento nelle serre di Vittoria. Sugli operai a Pomigliano.

    Da inviato da Concita va persino a Pontida, dove lo scambiano per un altro, Luca Bertazzoni (“Ma tu sei quel giornalista di Santoro?”) e lo ricoprono di insulti.

    Dopodiché, ed è già la terza vita, inizia a collaborare con lo Svimez: “Stavo finendo la mia tesi, entro in istituto per questo motivo. Sono rimasto lì e non me ne sono mai andato, se non dopo la nomina a ministro”. Resta nella storia la battuta di Luca Bianchi, direttore dell’istituto, che il giorno della nomina gira per i corridoi dello Svimez dicendo: “Ma se il mio vice diventa ministro io cosa faccio?”.

    Ed ecco il capitolo del rapporto con Emanuele Macaluso, il grande vecchio del Pci. Spesso – girando per Testaccio – si poteva sorprenderli “attovagliati” (come ama scrivere Dagospia) nelle trattorie del quartiere romano (la preferita era “La Torricella”) .

    Il rapporto con Le Ragioni del Socialismo nasce a Pisa: Provenzano e Macaluso si conoscono ad una presentazione del libro biografico di Macaluso (“Cinquant’anni nel PCI”). Provenzano si presenta, lui gli chiede: “Tu di dove sei?”. Quando il ragazzo cita il nome del suo paese, il grande vecchio gli fa: “A Milena ho fatto il mio primo comizio su Monarchia o Repubblica, parlai di fronte a una piazza di donne con i fazzoletti rossi!”.

    Dettaglio drammatico: Macaluso era stato provocato e stava per finire male. E quel giorno gli racconta. “Avevo 22 anni: ho avuto la tentazione di sparare in fronte ad un uomo”.

    Un rapporto complesso. Macaluso era contrario al governo giallorosso, ma il giorno prima del giuramento Provenzano lo va a trovare e gli dice: “Emanue’, guarda che forse c’è questa cosa. Che devo fare?”. Risposta: “Se lo riesci a fare nel segno della discontinuità, devi accettare”.

    Il Conte due, come è noto, parte accompagnato dal fuoco della contraerea, e i quarantenni del Pd si lanciano in prima linea. In quelle ore Provenzano batte i pugni sul tavolo: “Non siamo mammolette. Molti di noi sono figli di una generazione di politici che si è formata dopo gli anni Novanta. Dopo la crisi”.

    Dentro il Consiglio dei ministri si forma un gruppo che ha un sentimento condiviso, non solo anagrafico: Patuanelli, Boccia, Fioramonti, Gualtieri. Hanno riferimenti comuni, passione politica, studi economici. Sono a cavallo tra Pd e M5S. La Azzolina è siciliana come il nuovo vicesegretario del Pd. Fateci caso: sono stati fatti fuori, tutti con il passaggio al Governo Draghi.

    Il primo vero salto, però, Provenzano lo fa solo quando Zingaretti lo sceglie responsabile Lavoro, e la nomina viene salutata dai renziani, che gli sparano addosso per le sue dichiarazioni (critiche) sul Jobs Act che ha rotto il rapporto con il suo mondo tradizionale. Lui minimizza così: “Ho fatto battaglie di minoranza e ne sono contento”.

    Di Zingaretti diceva: “Abbiamo un rapporto da prima dell’ingresso in segreteria. Ne invidio la pazienza di Giobbe”. E sul nuovo Pd: “Nicola ha abbattuto il muro di ostilità che circondava il Pd, dopo Renzi”. Vero. E mai ricordato abbastanza.

    Da ministro Provenzano fece infuriare i leghisti (e non solo), con le famose frasi su Milano: “Non restituisce quasi niente all’Italia”. Lui la spiegò così e la difese a spada tratta: “Era una osservazione sui divari. Ma, polemiche a parte, voglio tenere questo punto, molto controcorrente: è il Nord che ha bisogno del Sud, e non solo il contrario”.

    Contro la Lega ha combattuto forse la sua più tenace battaglia culturale: “L’idea che hanno i leghisti del Nord, che con le Autonomie ci si possa ‘Liberare della zavorra’, fa male prima di tutto al Nord. Il Nord è cresciuto, nella storia, solo quando è cresciuto il Sud”.

    Ovvio che nel governo in cui è tornato Salvini, Provenzano dovesse restare fuori. Il neo-vicesegretario ha una moglie (Valentina) e due figli: Giovanni (di 7 anni) e Caterina (di 4).

    La mossa di Letta, con la doppia nomina di ieri, dunque, non è stata solo un modo per battezzare una destra e una sinistra nel partito, ma anche per collocare se stesso al centro. Capire che segno lascerà in questo nuovo incarico Provenzano, capitalizzando la sua esperienza di governo e il pedigree complesso, dunque, significa capire anche che faccia avrà il nuovo Pd dell’era Letta.

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