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    La campagna per il vaccino: un grande reality show, ma poca sostanza (di Selvaggia Lucarelli)

    La primula di Boeri per la campagna vaccinale Credits: ANSA
    Di Selvaggia Lucarelli
    Pubblicato il 27 Dic. 2020 alle 16:45 Aggiornato il 27 Dic. 2020 alle 16:46

    C’è qualcosa di profondamente disagiante nell’immagine del camion con i vaccini Pfizer seguito dalle telecamere, raccontato come il viaggio epico dell’eroe che attraversa valichi e frontiere, scortato dalle forze dell’ordine come un giudice di mafia o un capo di stato, descritto con l’aulicità retorica dell’Istituto Luce. Qualcosa che sa di quei profumi per gli ambienti dolciastri, artificiali, che dovrebbero coprire gli odori ma ne creano uno fastidioso e stordente che non copre nulla.

    C’è l’esercito, dicono, a scortarlo. Lo stesso esercito che scortò le bare a Bergamo nel buio di quel 18 marzo, senza telecamere al seguito, solo qualche telefonino dai balconi che ha consegnato alla storia la fotografia più indelebile dell’epidemia in Italia.

    Per il viaggio dei vaccini contro il Covid invece ci sono la luce del sole e il video emozionale, i titoli trionfali, la gara ad intestarsi la vittoria. E che questa fosse la strada patinata della comunicazione pro-vax (che suona più come una comunicazione pro-governo) lo raccontava già il lancio del padiglione-primula progettato da Boeri, quello definito “il concept architettonico e comunicativo della campagna di vaccinazione”.

    Un lancio da settimana della moda, da salone del mobile, roba che ti aspetti di entrare nel padiglione primula per vaccinarti e di uscire col gadget, col peluche a forma di Covid sotto l’ascella o col saturimetro firmato Versace. E poi il “Vaccine Day” col vaccino inoculato alla prima italiana che non è la vecchietta inglese ma un’infermiera dello Spallanzani rigorosamente giovane e carina, perfetta per i media, magari sul red carpet al prossimo festival, con contorno scenografico. (”Sulla facciata dello Spallanzani inoltre viene proiettata un’animazione luminosa. Nell’installazione si vedono delle primule che fioriscono su tutto il territorio italiano, come simbolo di rinascita…”).

    E poi l’annuncio strombazzato di una campagna mediatica emozionante e persuasiva in arrivo per convincere gli indecisi a vaccinarsi, come se le emozioni di questi ultimi mesi tra terapie intensive, forni crematori saturi e 70.000 morti fossero robetta per cinici. Come se quelli che sanno emozionarsi, che empatizzano, che hanno il senso del bene comune non fossero già convinti. Come se chi crede che il 5g attivi il microchip iniettato col vaccino e ne è certo perché lo dice il sito “quellochenoncivoglionodire.org” si lasciasse convincere dalla primuletta di Boeri. Ma soprattutto, come se si fosse fatto abbastanza, in questi mesi, per avvicinare la gente alla scienza anziché alla cialtroneria. Come se dall’alto fossero sempre arrivati segnali limpidi e di sostegno agli esperti più rigorosi.

    Come se non ci fossimo accorti che quello che “il 95 per cento degli infetti è asintomatico” (Giorgio Palù) a dicembre è stato nominato presidente dell’Aifa. Come se non ci fossimo accorti che quello che ammonì Andrea Crisanti (Domenico Mantoan) per aver eseguito attività di testing agli asintomatici provenienti dalla Cina è stato nominato dal ministro Speranza direttore generale dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali). Come se non ci fossimo accorti che quel Matteo Bassetti che minimizzò per tutta l’estate il rischio di una nuova ondata, è stato nominato coordinatore scientifico per la gestione del paziente Covid-19 per il ministero della Salute.

    Ecco, anche queste sono campagne persuasive. Quelle che persuadono ad allontanarsi sia dalla scienza che dalle linee del governo. E non sarà il profumo di una primula a riparare i danni.

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