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    Mittal ha distrutto l’Ilva. Adesso, per salvarla, ci vuole un Colao dell’acciaio

    Credit Image: Manuel Dorati/ZUMA Wir
    Di Luca Telese
    Pubblicato il 9 Giu. 2020 alle 09:57

    Mittal ha distrutto l’Ilva. Adesso, per salvarla, ci vuole un Colao dell’acciaio

    Scrive il Corriere della sera: “ArcelorMittal non ha nessuna intenzione di rimanere a Taranto. A questa consapevolezza sono ormai giunti tutti all’ interno del governo. Anche la parte vicina al Pd e al ministro dell’Economia Gualtieri che ha fatto tutto il possibile per evitare l’uscita dei franco indiani”. Chi legge questo sito sa bene che TPI aveva anticipato questo esito drammatico quasi un anno fa, quando quasi tutti gli osservatori eccellenti scrivevano il contrario.

    “A togliere ogni dubbio – aggiunge il quotidiano di via Solferino – è stato il piano post Covid presentato da Mittal lo scorso 5 giugno”. Un piano che, tradotto in numeri, è facilissimo da capire: i Franco-indiani hanno annunciato che per poter continuare a produrre sarebbe necessario mandare a casa 5mila persone, contando sia i 3.300 dipendenti diretti che quelli della cosiddetta amministrazione straordinaria. La cosa interessante da ricordare è che Ilva aveva vinto la gara impegnandosi a mantenere al lavoro 10.700 persone e zero esuberi.

    Ma la notizia più incredibile è che l’azienda annuncia che, se resta, gli investimenti rimarranno fermi a 176 milioni nel 2020 e 226 nel 2021. E forse bisognerebbe ricordare – fra le tante bugie di quei giorni anche la promessa iperbolica degli amministratori del gruppo al momento della firma: “tra il 2023 e il 2025 ArcelorMittal si è impegnata ad assumere qualsiasi lavoratore sia rimasto nell’amministrazione straordinaria di Ilva”. Parole che oggi fanno rabbia solo rileggerle. Adesso bisognerebbe fare il conto di quanto è costata la farsa indiana: due anni persi, l’acciaieria in stato di abbandono, il tira e molla sui licenziamenti, la lotta eroica dei commissari del governo per difendere le dotazioni dell’azienda, i magazzini pieni di materie prime preziose svuotati per fare cassa, le continue minacce di chiusura.

    Mentre applicavano questa tattica di guerriglia predatoria (fermata solo dai giudici di Milano) i Franco-indiani potevano godere di un nutrito plotone di avvocati difensori, molto zelanti e aggressivi. Oggi sono scomparsi tutti. Il problema è che in tribunale bisognerà anche dimostrare (dimostrare legalmente quello che la cronaca rivela già in modo evidente) che sono stati quelli di Arcelor Mittal a non rispettare i patti. Solo dopo questo passaggio – infatti – sarà possibile riprendere la marcia con una nuova gestione e incassare i 500 milioni di penale che la multinazionale si è impegnata a pagare in caso di uscita anticipata entro novembre.

    Il tema è che mai come oggi servirebbe l’acciaio italiano: la crisi del Covid ha dimostrato anche ai liberisti più ottusi che l’industria nazionale ha bisogno di forniture certe e disponibili in tempi ristretti. Ilva nel tempo della crisi dovrebbe diventare in bancomat dell’acciaio italiano, un tassello decisivo nella ricostruzione. Quando stamattina in video conferenza i ministri Gualtieri (Economia), Catalfo (Lavoro) e Patuanelli (Sviluppo economico) incontreranno i sindacati e i commissari dell’ex Ilva, mentre le maestranze di tutti gli stabilimenti saranno in sciopero, questo sarà il tema cruciale su cui interrogarsi.

    Ovviamente il problema dei problemi è: a chi va affidata la nuova società? Esiste un partner che può sostituire la multinazionale al fianco dello Stato? Oppure la società siderurgica più grande d’Italia dovrà essere completamente nazionalizzata e affidata a un nome di prestigio, un manager alla Colao che possa rilanciarla? La domanda non è peregrina, se è vero che lo spezzatino di quello che un tempo era il grande acciaio di Stato in questi anni di affidamento ai privati ha prodotto quasi ovunque una montagna di macerie e di fallimenti: a Piombino gli indiani di Jindal non sono ancora riusciti a riattivare la produzione. A Terni i tedeschi di Thissenkrupp dicono di voler cedere Ast, la società Acciai speciali di Terni (la cui amministratrice delegata – Lucia Morselli – era stata arruolata da Arcelor) . Tutti bravissimi, questi capitani d’industria, a privatizzare gli investimenti e socializzare le perdite quando la giostra si ferma.

    Ecco perché oggi, purtroppo, a Taranto una delle poche certezze – in mancanza di un nuovo piano – sono le perdite del vecchio: tra i 100 e i 120 milioni al mese, per tenere gli impianti a basso servizio. Dall’Europa, intanto, arriva la proposta di una riconversione ecologica. La Commissione Ue vuole sostituire i combustibili fossili e investire sull’idrogeno pulito come combustibile per la produzione siderurgica. Se questo accadesse davvero Bruxelles potrebbe aumentare il fondo per la transizione energetica da 7,5 a 40 miliardi di euro, con un investimento mostruoso. Quindi l’addio di Mittal è un duro colpo, ma potrebbe essere anche l’occasione di un nuovo inizio. A patto di avere coraggio, idee chiare, e una visione lungimirante. A patto di puntare su un manager quadrato, indiscutibile, e investito dei poteri che servono per mettere fine alla decadenza, con il coraggio di chi sa immaginare il futuro.

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