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    “Per 12 ore le coppie etero hanno capito cosa vuol dire essere nulla per lo Stato”: il post virale di una donna omosessuale

    Di Linda Caglioni
    Pubblicato il 28 Apr. 2020 alle 20:10 Aggiornato il 28 Apr. 2020 alle 20:24

    “Per 12 ore, in Italia, le coppie eterosessuali non sposate civilmente hanno provato cosa voglia dire non essere riconosciuti dallo Stato. Sentirsi considerati come niente non è piacevole. Ma ora il diritto l’hanno ottenuto, quindi questa sensazione di totale incertezza che noi coppie omosessuali proviamo troppo, troppo spesso, l’avranno già dimenticata”. Sono le parole che Elisa, donna di 30 anni, ha affidato a un post facebook che in poche ore è stato ricondiviso da oltre 2 mila persone. Parole che hanno preso spunto dalle polemiche seguite alla conferenza stampa del premier Conte, dopo che i fidanzati d’Italia sono insorti spinti dal terrore di non potersi riabbracciare nemmeno nella Fase due.

    “La questione dei congiunti ha fatto impazzire tutti. Al lavoro la mia collega si lamentava perché quando le cose non erano ancora chiare pensava di non poter far visita al ragazzo con cui sta da dieci anni – spiega Elisa al telefono – la sua rabbia mi ha fatto pensare a tutte le volte in cui io o le persone che fanno parte della comunità lgbtqi ci siamo trovati in difficoltà nel dover spiegare la nostra situazione sentimentale. Casi in cui non c’entrava alcun virus, ma a ostacolarci era la chiusura mentale del Paese”. Il problema di un’intolleranza radicata nei confronti di chi fa parte della comunità lgbtqi emerge chiaramente dai numeri: gli ultimi dati Istat disponibili (2012) mostrano che gli omosessuali o i bisessuali che si sono sentiti discriminati in virtù del loro orientamento sessuale a scuola o all’università sono più degli eterosessuali (24% contro 14,2%). Una differenza che non risparmia la sfera professionale (22,1% contro il 12,7%).

    La legge Cirinnà sulle unioni civili del maggio del 2016 ha segnato un passo in avanti. Dall’entrata in vigore, ha dato il via libera a 9.520 unioni tra persone dello stesso sesso (2.336 nel secondo semestre del 2016, 4.376 nel 2017 e 2.808 nel 2018). Ma se da un lato ha garantito agli omosessuali di vedersi riconosciuti certi diritti, dall’altro ha erroneamente presentato come un punto d’arrivo assoluto quelle conquiste. “Dopo le unioni civili la gente ci chiedeva che senso avesse fare ancora manifestazioni in strada– aggiunge Elisa, che ha seguito l’organizzazione del primo pride a Bergamo, nel 2018 – secondo molti dovremmo accontentarci, come se non si trattasse di diritti che ci spettavano. Credono che dovremmo già essere soddisfatti così, mentre in questa situazione di blocco tutti i limiti delle unioni civili diventano sempre più chiari”.

    Basta pensare alle coppie omosessuali con figli, composte da un genitore biologico e un genitore cosiddetto sociale (non naturale) che, per legge, non è riconosciuto e non gode di alcun diritto sul bambino. “Se la coppia si è separata, il genitore sociale non può dimostrare una vera parentela con il figlio. Sul piano legale ha meno valore di quanto ne abbiano zii alla lontana che però hanno un legame di sangue col genitore biologico. Così trovo assurdo che ci chiedano di accontentarci di questa situazione”. La conquista di una reale parità tra etero e omosessuali è ancora lontana. E si gioca soprattutto su un piano culturale. “Io e la mia compagna conviviamo da più di un anno. Per fortuna abbiamo vissuto il lockdown sotto lo stesso tetto. Se fossi dovuta andare a trovarla, spiegarlo ai Carabinieri sarebbe stato difficile. Chi è omosessuale sa che ogni volta deve affidarsi al destino, incrociare le dita sperando nella comprensione e nell’apertura mentale della persona che avrà davanti. È sempre un salto nel vuoto per noi. E mentre ci gettiamo pensiamo: che reazione avremo davanti ai nostri occhi?”.

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