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    La didattica a distanza per le scuole superiori è un errore che colpirà i più poveri

    Di Luca Telese
    Pubblicato il 2 Nov. 2020 alle 18:08

    Inutile girarci intorno: la “messa in didattica a distanza” (ma sarebbe più onesto dire “chiusura”) delle scuole di secondo grado è un errore. Una follia, un gesto (come vedremo tra breve) addirittura stupido e disperato. Colpisce soprattutto gli ultimi, i più deboli, coloro che devono già recuperare un disagio sociale. I più poveri, che ovviamente esistono, e solo nell’istruzione hanno la loro speranza di riscatto. Ma colpisce tutti.

    Un gesto folle, dunque: non una sorpresa, però. È bene ricordare che su questo giornale, nei giorni ormai lontani di agosto avevo scritto che le cosiddette “linee guida” contenevano già l’intenzione trasparente della chiusura, che traspariva in modo chiaro dalle scelte del comitato tecnico-scientifico. In relativa buona fede, ma in modo obliquo e non diretto.

    In quel protocollo non era previsto intervento per il ricambio d’aria (se non la demenziale raccomandazione di tenere le finestre aperte d’inverno). Il mancato acquisto dei Bioscanner – sostituiti con la grottesca prescrizione della “misurazione della temperatura a casa” – e la cosmogonia picaresca del “banco monoposto” (importante ma non decisivo) ci dicevano che gli scienziati non lavoravano per tenere aperto, ma attendevano la buona occasione per chiedere.

    Non per crudeltà, sia chiaro: ma per una errata valutazione logistico-sanitaria. Un abbaglio ideologico, una idea da comitato di salute pubblica, tuttavia declinata con rozzezza, e in maniera indifferenziata: quale pressione sui trasporti pubblici può esercitare una scuola di quartiere? Nessuna. Ma non si ragiona, non si cercano soluzioni: si va con il badile per coprire errori e responsabilità che, in realtà, senza questa drammatizzazione, sarebbero molto chiare. E non tanto per la disputa sul numero dei contagi relativamente “bassi” nelle classi.

    Non solo perché il mondo della scuola aveva risposto positivamente alla sfida del distanziamento, offrendo un modello sorprendente di disciplina (corroborato anche dall’attenzione che gli insegnanti avevano anche per la loro personale salute e per il loro senso di responsabilità). Ma anche e soprattutto per un motivo più importante: è evidente che a meno di non avere l’obiettivo finale di recluderli agli arresti domiciliari, questi ragazzi, è molto meglio – soprattutto dal punto di vista sanitario! – poterli sapere filtrati e controllati a scuola, che arrabbiati e disperati come lupi in giro per le città e i paesi.

    Ma questo sarebbe ragionare e le frasi sulla scuola del ministro Roberto Speranza di queste ore ci dicono che non si è ragionato si è proceduto per affermazioni roboanti e sparate apodittiche.

    Infine – capisco che non freghi nulla a nessuno – ci sono un problema costituzionale e generazionale posti da questa misura. In primo luogo una idea gerontocratica per cui reprimere i diritti dei più giovani sembra sempre possibile e giusto (tanto colpisce una minoranza). E in secondo luogo perché la “scuola dell’obbligo” ha assunto per volere dei nostri padri Costituenti questa denominazione, non per qualche buffo gioco di parole, ma perché quel termine così severo richiama ad un adempimento costituzionale i-ne-lu-di-bi-le.

    Le scuole dovrebbero restare aperte, esattamente come gli ospedali, perché sono un servizio essenziale. Se il comitato tecnico scientifico – quando sei mesi fa bisognava implementare le misure necessarie per garantire oggi questo diritto – dormiva, non è certo colpa di alunni e professori. Ma se tu invece ti dimentichi che la scuola è questo – un diritto e un obbligo – allora te ne puoi anche fregare. Invano, e senza motivo, perché, come ho detto, i ragazzi si sentiranno autorizzati a girare e a ribellarsi al distanziamento sociale, perché questa nuova disciplina non li include fra i garantiti.

    Molti, sempre i più poveri, perderanno la mascherina gratuita a cui avevano diritto. E tutto questo accade delittuosamente, perché il danno che stanno subendo questi ragazzi (e che subiranno in futuro) è enorme: il potere grottesco di questi tempi di Covid ha assunto, pur senza i suoi toni pagliaccistici, lo stesso punto di vista miserabile sostenuto dal governatore De Luca nella sua ormai nota pantomima della “bambina al plutonio”. Che poi era un bambino, ed era colpevole solo di “voler andare a scuola”.

    Ma è evidente che se sei un decisore che viene da una casta o da una élites, della scuola come strumento di democrazia non ti importa un tubo. A noi invece importa, e molto: stiamo preparando una generazione di precari, non garantiti, esclusi e sottoscolarizzati. Ma forse è più facile prendersela – vigliaccamente – con questi ragazzi, scaricare le proprio colpe su di loro, piuttosto che dire ad un governatore che nulla ha fatto per predisporre il tracciamento e i tamponi “sei un incapace, io ti commissario”.

    D’altra parte questa è la storia antica del potere burocratico in Italia: debole con i forti, e forte com i deboli. Mi spiace per Lucia Azzolina, che avrebbe avuto buoni motivi per incatenarsi, anche simbolicamente, in segno di protesta. E mi spiace ancora di più per Giuseppe Conte, che ci aveva ripetuto: “La scuola deve essere l’ultima cosa che chiude”. Una promessa tradita. Questo è il suo primo vero errore dall’inizio della pandemia. Un errore drammatico. Perché lo pagheremo tutti: non solo i ministri allarmisti, non solo i tromboni che lo hanno preparato con le loro grida, ma tutto il paese: nel tempo e negli anni che verranno.

    Leggi anche: Caro Toti, è veramente così difficile dire: “Ho sbagliato”? (di G. Cavalli)

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