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    Perché la nuova tassa sui money transfer fa tanto discutere

    Credit: Afp/Artur Widak/NurPhoto

    La misura viene accusata di colpire gli immigrati regolari, andando contro il principio "aiutiamoli a casa loro": ecco cosa prevede e quanto si potrebbe incassare

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 3 Dic. 2018 alle 11:15

    Tra le norme contenute nel decreto fiscale collegato alla manovra è prevista una tassa dell’1,5 per cento sui money transfer, cioè sui trasferimenti di denaro furoi dall’Italia, verso Paesi non appartenenti all’Unione europea.

    L’imposta, proposta dalla Lega, sarà in vigore dal primo gennaio 2019 e si applicherà a tutte le operazioni di importo superiore a 10 euro, escluse le transazioni commerciali.

    Chi critica la misura l’ha definita una tassa sugli immigrati regolari con effetti discriminatori. Chi la difende sottolinea l’obiettivo di trattenere in Italia almeno una piccola quota del denaro prodotto sul territorio nazionale.

    Secondo uno studio realizzato dalla Fondazione Leone Moressa, lo Stato incasserà da questa nuova tassa una cifra piuttosto bassa, pari a poco più di 60 milioni di euro. E i più colpiti saranno, come facilmente immaginabile, cittadini di origine straniera: in particolare, nell’ordine, bengalesi, filippini e senegalesi.

    La Fondazione ha calcolato che nella prima metà del 2018 l’ammontare dei money transfer verso l’estero è stato di 2,7 miliardi euro, di cui circa l’80 per cento destinato a Paesi extra-europei. Per l’intero anno, si parlerebbe quindi di una cifra nell’ordine dei 5 miliardi di euro.

    Attualmente i migranti che trasferiscono denaro all’estero, il più delle volte in patria, pagano già una commissione del 6,2 per cento. Chi critica la nuova tassa sui money transfer sottolinea che questa andrebbe a costituire un ulteriore peso economico per lavoratori regolari e che si rischierebbe così di andare a ingrossare i canali di trasferimento di denaro illeciti.

    Inoltre, è stato sostenuto che l’imposta contraddice il principio dell’aiutiamoli a casa loro, tanto caro alla Lega. In alcuni Paesi africani o asiatici, infatti, una quota rilevante del Pil è costituita dalle rimesse di denaro provenienti da cittadini emigrati all’estero.

    Della viene contestato anche, come detto, l’effetto discriminatorio. Tuttavia sembra difficile che la misura possa essere cassata come incostituzionale, visto che non si applica a una categoria specifica di individui ma a delle transazioni economiche.

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