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Giornata contro l’omofobia: un italiano su 4 pensa che l’omosessualità sia una malattia

Credit: Marco Bertorello/ Afp

La relazione della commissione Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, il 25 per cento degli italiani considera l’omosessualità una malattia. Tutti gli altri dati

Di Laura Melissari
Pubblicato il 17 Mag. 2018 alle 16:04 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 19:56

Il 17 maggio 2018 ricorre la Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. Qui abbiamo spiegato perché si festeggia questa ricorrenza.

Nonostante in Italia da oltre 30 anni l’omosessualità è stata esclusa dalla lista delle patologie, un italiano su quattro la considera ancora una malattia.

La relazione della commissione Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, di cui avevamo parlato in questo articolo, il 25 per cento degli italiani considera l’omosessualità una malattia.

Per omofobia si intende il pregiudizio, l’odio o la paura nei confronti dell’omosessualità o di persone identificate o percepite come lesbiche, omosessuali, bisessuali, transgender o intersex.

Il 43,1 per cento degli italiani, intervistati nell’ambito del lavoro della commissione Jo Cox sulle discriminazioni, ritiene che i gay siano uomini effeminati, e il 38 per cento che le lesbiche siano donne mascoline, confermando una serie di stereotipi di genere duri a morire.

Molti italiani intervistati considerano inoltre l’omosessualità come una minaccia per la famiglia “tradizionale”, e un comportamento contro-natura.

Spesso le opinioni omofobe si traducono nel pensare che le persone omosessuali non siano i colleghi di lavoro più auspicabili: un cittadino su cinque ritiene poco o per niente accettabile avere un collega o un superiore o un amico omosessuale.

Le difficoltà aumentano quando si considerano i ruoli pubblici. La quota di quanti hanno delle perplessità sul fatto che possano essere ricoperti da persone con orientamento omosessuale sale al 24,8% nel caso di un politico, al 28,1% nel caso di un medico, al 41,4% nel caso di insegnante di scuola elementare.

I dati della relazione confermano che chi è più sensibile a stereotipi e pregiudizi è anche più propenso non solo a negare il riconoscimento di pari diritti alla popolazione omosessuale (per esempio rispetto al matrimonio o all’adozione), ma anche a stigmatizzare come inaccettabile una relazione affettiva e sessuale con una persona dello stesso sesso, o a ritenere inaccettabile che una persona omosessuale ricopra alcuni ruoli di valenza sociale (medico, politico, insegnante, etc.).

Conoscere una persona omosessuale, per esempio, riduce la chiusura relazionale nei loro confronti: il 18,2% delle persone che conoscono una persona omosessuale, ritiene che l’omosessualità sia una malattia. L’omofobia diminuisce all’aumentare del grado di prossimità con le persone omosessuali: averne nella propria cerchia di amici, o, ancor più, di familiari, riduce la propensione a stigmatizzare negativamente e a discriminare le persone omosessuali.

L’intolleranza nei confronti delle persone omosessuali si traduce spesso in aggressioni fisiche e verbali, considerati discorsi di odio e crimini di odio. Come nel caso della violenza contro le donne, non sempre queste aggressioni vengono denunciate; al contrario, ciò avviene solo in piccola parte.

Non sorprende quindi che, nell’ambito ristretto dei fatti penalmente rilevanti, ovvero dei cosiddetti crimini di odio, ovvero di atti criminali motivati da un pregiudizio contro un particolare gruppo di persone, quelli di tipo omofobico e transfobico che lasciano traccia come tali siano relativamente pochi e costituiscano una minoranza di tutti i crimini di odio denunciati.

Secondo i dati dell’OSCE/ODHIR riportati dalla relazione della commissione Jo Cox su 555 crimini d’odio registrati dalla polizia nel 2015, “solo” 45 (per lo più aggressioni fisiche) sono riconducibili a omofobia e transfobia a fronte di 369 riconducibili a razzismo e xenofobia e a 141 a ostilità contro le persone disabili.

Particolarmente vulnerabili alle aggressioni violente, fino all’omicidio, sembrano essere in Italia le persone transessuali. Secondo il Trans Murder Monitoring Project tra il 2006 e il 2016 ci sarebbero stati trenta omicidi di transessuali in Italia, a fronte di otto in Gran Bretagna e Spagna, cinque in Francia.

Il lessico italiano degli insulti che si riferiscono alla omosessualità è particolarmente ricco e fantasioso.

Alcuni paesi hanno garantito maggiori diritti, come ad esempio la possibilità di unioni civili o di matrimoni omosessuali (Qui la mappa che mostra quali sono i paesi in cui le coppie dello stesso sesso si possono sposare), altri hanno varato leggi e regolamenti a tutela delle discriminazioni sessuali.

Il discorso dell’odio omofobico è sempre più presente su Internet. La manifestazione pubblica dell’omosessualità è proibita in certi paesi e in alcuni ambiti, come lo sport, l’omofobia è ancora ben radicata.

Claudio Mencacci, psichiatra e presidente della società italiana di psichiatria, spiega a TPIcome “la stigmatizzazione dell’omosessualità e l’omofobia siano fenomeni ancora molto presenti in Italia. Oltre gli atteggiamenti più espliciti e le posizioni apertamente avverse all’omosessualità, esiste un tipo di omofobia strisciante”, continua a spiegare lo psichiatra “che si declina in battute e considerazioni critiche in modo aprioristico che azzerano il dibattito e alimentano un certo tipo di mentalità. A quella forma di omofobia bisogna stare anche più attenti”.

Le posizioni in Italia sul tema dell’omosessualità sono ancora molto contrastanti: parte del mondo cattolico propugna una possibile “guarigione” dall’omosessualità.

Sono diversi, infatti, i siti web di stampo cattolico dove è possibile leggere che l’omosessualità è “uno stato psicologico particolare, determinato da fattori esterni all’uomo, che ne influenzano e ne condizionano il carattere e che ritornare eterosessuali è possibile”, e dove vengono addirittura indicati i link cui far riferimento per cominciare un percorso di guarigione e “ritornare in una condizione naturale normale”.

C’è anche chi, come la dottoressa e scrittrice Silvana De Mari, sostiene che l’omosessualità non esiste. Da diversi anni De Mari sta portando avanti una battaglia aperta contro il movimento Lgtb per la salvaguardia del credo cattolico e la salvezza del mondo occidentale.

Come ha infatti spiegato a TPI, “L’omosessualità è la non accettazione del diverso in cui vi è una sostanziale rinuncia alla sessualità vera e propria”, intesa come metodo riproduttivo.

Sempre secondo quanto asserito dalla dottoressa, “gli omosessuali sono in realtà degli asessuati omoerotici che stanno annientando il cristianesimo. L’omosessualità è un disturbo istrionico della personalità che pochi psichiatri hanno eletto a condizione normale di un essere umano”.

Nonostante il dibattito sia ancora molto acceso e le posizioni nettamente contrastanti, il presidente della società italiana di psichiatria Mencacci ha dichiarato che attualmente non risultano professionisti psichiatri che proclamino una possibile cura dell’omosessualità e che sicuramente questi non fanno parte del loro consesso scientifico.

“A noi non risulta che ci siano colleghi, nostri soci che abbiamo un approccio all’identità di genere orientato a considerare l’omosessualità come una patologia”, ha concluso Mencacci.

L’Italia è in 32esima posizione nella classifica di ILGA-Europe, l’organizzazione ombrello che riunisce le organizzazioni LGBTI europee. Ai primi posti si trovano Malta, Belgio e Norvegia. Agli ultimi, con punteggi bassissimi, ci sono Azerbaijan, Armenia e Turchia. L’Italia, con il suo 32esimo posto, si trova a metà classifica, dietro Serbia, Repubblica Ceca e Slovacchia

“Nonostante il passo avanti della legge sulle unioni civili, che proprio in questi giorni compie due anni, spiccano le tante aree di intervento ancora prive di normative e politiche attive: dal pieno accesso a tutti gli istituti vigenti nel diritto di famiglia e delle persone, compreso il pieno riconoscimento dell’omogenitorialità, al contrasto alle discriminazioni, ai crimini e ai discorsi d’odio, fino al diritto all’autodeterminazione, al riconoscimento e all’integrità fisica e alla salute delle persone trans e intersex”, specificano i responsabili di Arcigay, Associazione Radicale Certi Diritti, Circolo di Cultura Omosessuale – Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno e Movimento Identità Trans.

L’Italia è superata da molti dei suoi vicini nella classifica di Rainbow Europe. Membro fondatore dell’Unione europea, l’Italia ha un punteggio basso nell’indice delle leggi e delle politiche LGBTI non solo se paragonata agli altri Stati membri dell’Ue, ma anche in confronto ad alcuni paesi non membri dell’Unione.

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