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Dietro i riflettori dell’alta moda italiana: le baby modelle costrette a crescere troppo presto

Truccate e vestite come adulte maliziose, costrette a sfilare per ore senza acqua e con i ritmi incalzanti degli adulti che si aspettano il massimo. Ecco cosa si nasconde dietro il patinato mondo della moda

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 30 Ott. 2017 alle 19:54 Aggiornato il 5 Nov. 2017 alle 18:27

Una ragazza di 14 anni di nome Vlada Dzyuba è morta il 27 ottobre dopo essersi sentita male nel corso di una sfilata a Shangai, in Cina.

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Tra le cause del decesso, oltre a una non diagnosticata meningite cronica, anche un grave esaurimento fisico legato allo stato di stanchezza estrema.

La preadolescente era stata costretta a sfilare per 13 ore fila e non si era recata dal medico per i dovuti controlli, nonostante il precario stato di salute.

La morte di Vlada Dzyuba accende i riflettori su un mondo controverso ed esigente come quello della moda e, in particolar modo, su ciò che accade ai monori impiegati nella sua imponente industria, troppo spesso sfruttati e privati delle giuste tutele.

L’Italia in questo panorama non è da meno: baby modelle truccate e vestite come adulte maliziose che sfilano sotto i riflettori con movenze ed espressioni ben lontane dall’immaginario tipicamente legato alla loro età.

Di ciò che accade dietro i riflettori si sa sempre troppo poco, e proprio su questo aspetto ha indagato in modo approfondito la scrittrice Flavia Piccinni autrice del libro “Bellissime”.

Piccinni ha trascorso diversi mesi in giro per l’Italia tra casting e agenzie di modelle, fingendosi all’occorrenza mamma di giovanissimi aspiranti modelle e modelli.

“Ho scoperto un mondo dove le norme vengono violate di continuo e dove la competizione è altissima, sia tra i piccoli modelli, che tra i genitori”, spiega a TPI Flavia Piccinni.

“I bambini e i preadolescenti che partecipano alle sfilate troppo spesso vengono ipersessualizzati, adultizzati con un’accentuazione dei caratteri sessuali. Ma siamo sicuri che questo sia il modello giusto da seguire?”.

La Piccinni spiega come troppo spesso accada che questi giovanissimi modelli siano immersi in un contesto di regole, atteggiamenti e tempi tipici della vita adulta che per loro diventano man mano impossibili da sostenere.

“Secondo il Siberia Times, Vlada Dzyuba ha lavorato per 13 ore di fila. In Italia, ad esempio, per i bambini di tre anni, la nostra normativa prevede che si possa lavorare nel settore dello spettacolo massimo tre ore al giorno, e talvolta questo limite viene superato. Questo vuol dire che lo stress cui sono sottoposti non è da sottovalutare”, spiega la scrittrice.

“Bambini utilizzati e circondati da adulti, con i tempi frenetici della moda. Mi è rimasto impresso che parlando con una bambina di otto anni mi accorsi che aveva già piena contezza del concetto di ‘brand’. Questi giovanissimi modelli vivono le sfilate esattamente come gli adulti, non è un gioco: partecipano ai casting, cercano i riflettori, la fama, la notorietà”, prosegue la Piccinni.

“Essere belle e famose è la cosa più importante per loro, così come soddisfare i desideri delle mamme che le vogliono a tutti i costi top model di successo”, spiega la scrittrice.

In un’intervista a Giornale59, un quodiano locale russo, la giovane modella aveva raccontato di star seguendo la strada che sua madre aveva sognato per lei. “Questo è l’aspetto più controverso: questi preadolescenti sfilano perché spinti dai genitori e si fanno sfruttare anche fino a morire, come è successo nel caso della giovane Vlada, per realizzare i sogni di gloria di adulti poco coscienti di quanto accade loro”.

Come racconta l’autrice di “Bellissime”, in Italia la legge inquadra nello stesso regolamento i minori che hanno 3 anni di età e quelli fino ai 15 anni, considerati tutti appartenenti al comparto degli under 16.

Ma le norme spesso non vengono rispettate, nonostante l’esistenza di una precisa circolare – La numero 67 del 1989 – che disciplina l’impiego dei minori nello spettacolo e che sancisce le regole per le fasce di età 0-3, 3-6, 6-15.

Eppure, nonostante le regole, i baby-modelli italiani sono troppo spesso stressati e privati anche dei beni essenziali normalmente garantiti anche agli adulti.

Così, secondo il libro-inchiesta della Piccinni, durante le sfilate di Pitti Bimbo – la fiera di riferimento mondiale che si tiene ogni anno alla Fortezza da Basso a Firenze – ai bambini non veniva data nemmeno l’acqua nel corso di tutto il pomeriggio di sfilate. Il motivo? “Bisognava evitare il rischio che i bambini potessero bagnarsi o che dovessero andare in bagno”.

Riccardo Nuti, parlamentare ex 5 stelle passato al gruppo misto, il 24 luglio del 2017 ha rivolto un’interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio e al ministro del Lavoro, per innalzare il livello dei controlli sull’applicazione della circolare del ministero del Lavoro sull’impiego dei minori nell’industria della moda e nei casting pubblicitari.

“Mi è sembrato strano che potessero verificarsi simili circostanze”, ha spiegato Nuti a TPI, “e così ho chiesto di approfondire la questione. Ora siamo in attesa di risposta da parte del ministero del Lavoro, risposte che sollecitiamo come da procedura ogni 20 giorni”.

Mentre si attendono le risposte del ministero del Lavoro, anche la Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) si è mossa per evitare che problematiche tipicamente legate all’aspetto fisico e alla sua mercificazione possano essere incentivate tra i giovani e le giovani top model.

Come raccontano a TPI, dal 2006 è in vigore un codice etico per tutti i soggetti che intraprendono rapporti di lavoro o collaborazione con CNMI quali consulenti, fornitori, stilisti, partner sponsor, uffici stampa, indossatori, specialmente nella fashion week di Milano.

Nel codice etico, ad esempio, viene scoraggiato l’utilizzo di modelle con taglie inferiori alla 36 e viene incentivato quello delle taglie 46 e 48.

Noi ci impegniamo a tutelare la salute delle modelle che posano e che sfilano sulle nostre passerelle alle quali chiederemo un certificato medico basato su una valutazione che evidenzi e tenga conto dei criteri scientifici e diagnostici in materia di disordini alimentari (tra cui l’IMC). Di conseguenza ci impegniamo a non far sfilare o posare modelle dal cui certificato medico risultasse l’evidenza di un disturbo alimentare conclamato.

• Noi ci impegniamo a promuovere presso i nostri Associati e le Aziende che  sfilano l’inserimento generalizzato nella produzione delle collezioni per il consumatore finale delle taglie 46 e 48, perché crediamo che il tentativo di elaborare un modello estetico più florido non solo sia importante da un punto di vista culturale e morale, ma sia anche produttivo da un punto di vista commerciale.

In particolar modo si legge nel codice etico, “Noi ci impegniamo a non far sfilare modelle di età inferiore ai 16 anni, perché crediamo che siano giovani non ancora pronte al mondo del professionismo della moda, che rischiano di trasmettere messaggi sbagliati alle loro coetanee della delicata fascia pre-adolescenziale”.

La realtà però è spesso diversa dalle intenzioni e, come spiegano stesso da CNMI, “questo codice etico è una sorta di vademecum, non è un regolamento obbligatorio per le aziende e i brand che scelgono autonomamente i modelli per le loro sfilate”.

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