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    “Io, curdo, in sciopero della fame per Ocalan e per i diritti del mio popolo”

    Erol Aydemir nella sua stanza ad Ararat. Credit: Futura D'Aprile
    Di Futura D'Aprile
    Pubblicato il 6 Apr. 2019 alle 12:55 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:20

    Erol Aydemir non mangia da più di due settimane, da quando il 21 marzo ha deciso di iniziare lo sciopero della fame unendosi a chi da più di 100 giorni porta avanti questa battaglia contro il Governo turco e l’isolamento di Abullah Ocalan, leader del PKK in carcere dal 1999.

    Dopo 17 giorni, i primi segni di stanchezza si fanno sentire. Le energie iniziano a mancare, ogni gesto deve essere ben ponderato per non sprecare inutilmente le forze. Eppure quando Erol parla il suo sguardo si fa vivo, trasmette sicurezza e lascia intravedere una forza d’animo che né la fame né la stanchezza sembrano in grado di scalfire.

    “Oggi [5 aprile, ndr] sto meglio, ieri mi sentivo più debole. Sento che ogni giorno che passa perdo energie, ma il medico ha detto che è normale che sia così”.

    Erol da una settimana vive nel centro curdo di Roma (Ararat) in una stanza con un letto, tre tappeti, un tavolino su cui sono impilati alcuni libri e una finestra che dà sul cortile. Circondato dalle foto di chi prima di lui ha iniziato lo sciopero della fame e con alle spalle la bandiera del Kurdistan, Erol ha spiegato a TPI il perché della sua lotta.

    “Ho deciso di iniziare lo sciopero della fame dopo essere stato 4 mesi in Rojava e a Sinjar. Sono andato lì per vedere con i miei occhi il Confederalismo democratico e la rivoluzione di cui avevo letto nei libri di Ocalan, per capire come potesse funzionare: pensare ad un simile modello quando si vive in una società capitalista non è facile. Lì però ho visto la rivoluzione e posso dire che funziona, con i suoi pregi e difetti.

    Quando sono tornato in Italia mi sentivo in debito e volevo fare qualcosa per rompere questo silenzio che c’è qui, così ho iniziato lo sciopero della fame. Il mio gesto tra l’altro non è niente di che: in Kurdistan e a Strasburgo c’è chi non mangia da 149 giorni, da 129 o da 110.

    Tutti noi che siamo in sciopero della fame amiamo la vita, non vogliamo morire, ma siamo pronti a tutto  pur di mettere fine all’isolamento di Ocalan. Ma non stiamo lottando solo per lui, bensì per tutto il popolo curdo. Ocalan rappresenta tutti noi ed è usato dal Governo turco come arma di ricatto: il presidente Erdogan colpisce lui per danneggiare tutti noi curdi, per questo chiediamo la fine del suo isolamento e che gli vengano garantiti i diritti che spettano a tutti i prigionieri.

    Ocalan propone una società in cui non c’è spazio per il capitalismo, che si basa sul femminismo, sull’ecologia, sulla libertà e il successo di questo modello nel Rojava è visto come una minaccia: per questo è finito in carcere, ma dopo 20 anni le sue idee sono più forti di prima, sempre più persone lo conoscono”.

    Cosa chiedete al Governo turco?

    Noi curdi non vogliamo un altro Stato, quello che chiediamo è di avere maggiore autonomia senza che il Governo ci imponga qualcuno dall’alto che decida quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. Vogliamo la democrazia, ma 40mila persone sono già morte per una richiesta tanto semplice. Nei paesi europei però di tutto questo non si parla e ogni giorno una persona muore a causa di questo silenzio.

    Perché sei in Italia?

    Sono dovuto scappare dalla Turchia perché sono un ragazzo curdo. Ho frequentato due diverse università e da entrambe sono stato cacciato per motivi politici: facevo teatro e sono stato accusato di avere fatto propaganda per il PKK, ma il vero motivo è che sono curdo e in Turchia tanto basta per essere considerato un terrorista.

    Cosa chiedi ai paesi che sostengono Erdogan?

    Già 7 persone in sciopero della fame sono morte nelle carceri della Turchia perché non veniva dato loro neanche lo zucchero. Noi vogliamo vivere, ma continueremo a lottare non solo per il popolo curdo, ma per tutti quanti: la libertà è un valore universale.

    Anche Lorenzo Orsetti era venuto in Rojava non solo per difendere i curdi, ma quei valori universali in cui credeva. Stiamo resistendo anche per lui: noi abbiamo un debito verso Lorenzo e tutti gli altri che hanno dato la loro vita per la libertà.

    Chiedo a tutti gli Stati che dicono di rispettare i diritti umani di fare qualcosa, di mettere fine a questa tortura contro i curdi. Sono 12mila i compagni morti nella lotta contro l’Isis, ma ancora non siamo liberi. Cosa altro vogliono ancora dai noi i Governi che continuano a sostenere Erdogan?

    Il nostro secondo nome è Resistenza e continueremo a resistere, ma quello che chiediamo è di vivere finalmente in pace.

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