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    Guerra in Yemen: gli Houthi conquistano Mokha e stringono la morsa su Bab el-Mandeb. L’Arabia Saudita chiede aiuto agli Usa

    Manifestazione di piazza degli Houthi nella capitale dello Yemen, Sana’a, contro Israele e gli Stati Uniti ed in solidarietà con la Palestina. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

    L'offensiva dei miliziani filo-iraniani travolge lo storico porto sul Mar Rosso, spingendo alle stelle le quotazioni internazionali del greggio. Riad chiede l’intervento della Casa bianca, che per ora frena e si limita a offrire supporto tattico

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 11 Set. 2026 alle 11:41 Aggiornato il 11 Set. 2026 alle 12:52

    I ribelli Houthi hanno conquistato la città portuale di Mokha, affacciata sul Mar Rosso, lanciando un’offensiva militare che mira al controllo completo dello Stretto di Bab el-Mandeb, che separa la Penisola araba dal Corno d’Africa, e alimentando l’escalation in Yemen e un’altra grave crisi per il commercio energetico globale.
    Il Paese è diventato l’ennesimo teatro di crisi travolto dal conflitto regionale innescato a fine febbraio dall’offensiva degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Dopo lo scoppio della guerra, infatti, la tregua che reggeva dal 2022 in Yemen è crollata definitivamente a luglio, quando gli Houthi hanno sfidato il controllo dello spazio aereo yemenita da parte dell’Arabia Saudita, riaprendo le ostilità su larga scala e intensificando le incursioni contro installazioni militari e i territori controllati dal governo internazionalmente riconosciuto, appoggiato dalla coalizione guidata da Riad. Nelle ultime settimane, i ribelli yemeniti vicini a Teheran hanno alzato ulteriormente il livello dello scontro bersagliando le navi in transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, e decretando un blocco marittimo ai danni dell’Arabia Saudita, il primo esportatore di greggio al mondo.

    La corsa al mare
    I miliziani, che già controllano gran parte del nord del Paese e la capitale Sanaa, sono entrati in città scandendo slogan inequivocabili. Testimoni oculari, citati dall’agenzia di stampa francese Afp, hanno visto marciare i combattenti Houthi al grido di “Morte all’America e morte a Israele”. La conquista di Mokha non è un episodio isolato, ma rientra in un più ampio disegno strategico per controllare Bab el-Mandeb, un passaggio nevralgico tra l’Asia e l’Europa da cui transitano le merci per e dal Mediterraneo tramite il Canale di Suez, oltre al petrolio proveniente dal Golfo.
    Sotto la spinta nemica, l’esercito regolare del governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen, sostenuto da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, ha dovuto ripiegare. Quattro fonti militari hanno rivelato all’agenzia di stampa britannica Reuters che le truppe si stanno riposizionando più a sud, a Dhubab, nel disperato tentativo di mantenere il controllo dello Stretto.
    La situazione sul campo però appare caotica. Mentre l’Aeronautica saudita ha bombardato l’aeroporto di Mokha, Tarek Saleh, nipote del presidente assassinato Ali Abdullah Saleh e a capo delle forze che difendevano la città, ha ordinato ai propri uomini schierati sulla costa occidentale di allestire un centro di comando alternativo “in un luogo sicuro”. Il comandante ha ammesso che i suoi soldati hanno pagato “un pesante tributo negli ultimi giorni” per fronteggiare un’offensiva “pianificata e sostenuta dall’Iran”. I ribelli si muovono infatti su più fronti. Oltre a lanciare attacchi missilistici sulle strategiche isole Hanish, hanno conquistato l’isola di Zuqar, nel sud del Mar Rosso, impiegando razzi e imbarcazioni leggere per dare l’assalto via mare. Gli Houthi, secondo fonti yemenite sia dei ribelli che del governo, citate all’agenzia di stampa statunitense Associated Press, hanno inoltre conquistato anche l’isola di Mayun, nota anche come Perim, un arido territorio vulcanico situato a circa 3,5 chilometri al largo della costa del Paese, nello Stretto di Bab el-Mandeb, all’imboccatura del Mar Rosso.

    Il costo umano dell’escalation
    Sul terreno, il bilancio delle perdite umane è pesante. La ripresa del conflitto ha già provocato centinaia di morti da ambo le parti e innescato un esodo di massa dei civili residenti nelle zone teatro dei combattimenti. Solo nelle province di Taiz e Hodeidah, stando ai dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), gli scontri delle ultime due settimane hanno costretto quasi 20mila persone ad abbandonare le proprie case. Da Mokha, centinaia di donne e bambini sfollati si sono messi in marcia verso i rifugi allestiti nelle province di Lahj e Aden, controllate dal governo internazionalmente riconosciuto.
    Il conflitto però travalica i confini dello Yemen. L’Arabia Saudita ha denunciato un’intensificazione degli attacchi degli Houthi contro infrastrutture e impianti petroliferi nelle  zone meridionali del regno, che all’inizio della settimana hanno provocato almeno 73 feriti. La Protezione Civile di Riad ha persino diramato ieri un breve allarme, poi rientrato, per il rischio di attacchi nella città di Abha e nella zona di Khamis Mushait. Dal canto loro, i ribelli affermano di aver subito pesanti bombardamenti da parte dell’aviazione saudita, con centinaia di raid condotti tramite caccia F-15 e Typhoon nelle province di Jawaf, Marib, Saada, Taiz e al-Hodeidah, sebbene Riad non abbia ufficialmente confermato queste operazioni.
    L’aggravarsi della crisi umanitaria ha spinto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a convocare ieri una riunione d’urgenza. L’inviato speciale per lo Yemen, Hans Grundberg, ha implorato “l’impegno attivo di ogni membro di questo organismo per allontanarsi da quello che potrebbe essere il precipizio verso un conflitto ben più pericoloso”. D’altra parte i nuovi scontri colpiscono un Paese già alle prese con una grave insicurezza alimentare, malnutrizione, epidemie, inondazioni e sfollamenti di massa. Almeno 19,3 milioni di persone in tutto lo Yemen, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), hanno bisogno di assistenza sanitaria. Oltre 22,3 milioni, secondo l’Ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari dell’Onu, necessitano di aiuti umanitari e almeno 18,3 milioni di yemeniti affrontano una grave insicurezza alimentare.

    Sviluppi diplomatici
    In questo clima, la diplomazia arranca e i telefoni scottano. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, secondo due funzionari statunitensi citati dal portale Axios, avrebbe chiamato per ben due volte il presidente Donald Trump, chiedendo un intervento diretto degli Stati Uniti contro gli Houthi. Ma dalla Casa bianca è arrivato un secco rifiuto. Washington intende infatti concentrare le proprie forze contro l’Iran e nello Stretto di Hormuz, evitando di farsi coinvolgere in un secondo fronte.
    Questo, però, non significa che gli Stati Uniti abbiano abbandonato del tutto Riad. Come riferito dall’emittente Cnn, tra i cento e i duecento consiglieri militari statunitensi si trovano già in Arabia Saudita. Al momento, secondo le fonti citate dall’emittente statunitense, il personale del Pentagono non partecipa agli attacchi, ma offre preziose informazioni di intelligence in tempo reale e supporto per il “targeting geospaziale”, utilizzando anche uno strumento di puntamento simile al sistema Maven per guidare gli attacchi aerei di Riad in Yemen. Nelle ultime settimane, inoltre, è stato istituito un comando di forze congiunte, ma come ha rivelato una fonte alla Cnn: “Non sono più i vecchi tempi”.
    Dietro i ribelli yemeniti però si profila l’ingombrante presenza dell’Iran. Nel tentativo di arginare la crisi, il Pakistan, alleato dell’Arabia Saudita (e della Turchia) tramite il recente Patto della Mecca, si è fatto latore di un duro avvertimento da parte di Riad a Teheran affinché tenga a bada i suoi alleati. Ma la linea ufficiale del regime resta ferma. “L’Iran non controlla gli Houthi”, ha confidato un funzionario di Teheran a Reuters. Dichiarazioni di facciata che stridono con quanto fatto trapelare all’agenzia di stampa britannica da altre due fonti interne al regime iraniano, che hanno rivelato come Teheran non solo abbia incoraggiato gli Houthi ad attaccare l’Arabia Saudita promettendo fondi e armi, ma abbia persino inviato centinaia di militari dei Guardiani della Rivoluzione Islamica in Yemen per aiutare i miliziani a ottenere il controllo completo dello Stretto di Bab el-Mandeb. Una spavalderia confermata dalle parole pubblicate ieri sui social dal presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, rilanciando un messaggio di due anni fa del defunto ayatollah Ali Khamenei. “Il coraggioso popolo yemenita trionferà certamente, con il permesso di Dio Onnipotente”.
    Di fronte a questa escalation, l’attenzione si è spostata su Islamabad. Durante la consueta conferenza stampa settimanale, il portavoce del ministero degli Esteri del Pakistan, Sajjad Haider Khan, ha gettato acqua sul fuoco in merito a un imminente intervento militare al fianco dell’Arabia Saudita: “Al momento non c’è nulla del genere in discussione”, ha precisato, avvertendo però che il Paese farà la sua parte quando arriverà il “momento opportuno”.

    Petrolio sotto scacco
    Le ripercussioni economiche sono già gravi. Isolare i Paesi produttori di petrolio dalle principali rotte di navigazione, ostacolando il traffico navale sia nello Stretto di Hormuz che in quello di Bab el-Mandeb rischia di strangolare i mercati, facendo esplodere i prezzi. Ad agosto, secondo un rapporto dell’Opec citato dal Wall Street Journal, la produzione petrolifera saudita è precipitata del 23 per cento, attestandosi a 6,24 milioni di barili al giorno. Intanto, l’indice Brent, punto di riferimento per il greggio in Europa, ha superato stabilmente i 105 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) viaggia oltre i 101 dollari, livelli che non si registravano dal mese di maggio.
    Anche sui flussi effettivi in uscita da Hormuz continua la guerra delle cifre. Il dipartimento dell’Energia statunitense ha stimato i transiti di mercoledì 9 settembre a quasi 11 milioni di barili al giorno, pari a 40 navi passate nello Stretto, cifre che non trovano riscontro in altre fonti. Secondo i dati raccolti dal portale Kpler, solo sei navi hanno attraversato Hormuz mercoledì, 11 il giorno prima e cinque lunedì. Ieri poi sette navi hanno passato lo Stretto, tra cui due cargo Panamax in uscita dal Golfo, oltre a cinque imbarcazioni in entrata cariche di cereali, acciaio e prodotti petroliferi. La media degli ultimi 10 giorni si attesterebbe a non più di 13 navi al giorno. Lloyd’s List Intelligence ha registrato una media di circa 12 transiti al giorno dal 26 agosto al 1° settembre, mentre secondo i dati di PortWatch, da marzo la media complessiva è scesa a sette navi. Prima dell’inizio della guerra, invece, si stima che in media almeno 100 navi e 20 milioni di barili di greggio transitassero quotidianamente attraverso Hormuz.
    Anche nel vicino Stretto di Bab el-Mandeb i transiti giornalieri sono scesi ieri ad appena 26 navi, al di sotto della già magra media recente e ben lontano dalle oltre 40 di prima del conflitto. Stretto appena 29 chilometri nel suo punto più angusto, da questo passaggio scorreva una volta quasi il 15% del commercio marittimo mondiale. Ora però l’escalation minaccia direttamente la capacità di Riad, il primo esportatore di greggio al mondo, di aggirare l’impasse a Hormuz attraverso il suo oleodotto East-West, che collega i giacimenti situati nel nord-est del regno alla costa occidentale sul Mar Rosso. Una crisi che riguarda sempre di più anche l’Italia e non solo perché tra le principali destinazioni dei traffici in transito nello Stretto di Bab el-Mandeb. Dalla seconda metà di marzo, infatti, il Governo ha schierato, su richiesta dei nostri partner nell’area, circa 700 militari in Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi e Bahrein.

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