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    Elezioni di Midterm negli Usa, l’Iran esulta: “Un voto contro la guerra”. Trump smentisce “piani immediati” per nuove offensive contro Teheran

    Il presidente del Parlamento e capo-negoziatore dell’Iran, Mohammad Bagher Ghalibaf. Credit: Hamed Malekpour/MEI/SIPA / AGF

    Dopo la vittoria dei democratici al Congresso, il presidente ha ammesso che il conflitto ha pesato sul risultato. Da parte sua, la Repubblica islamica esulta in attesa di una possibile ripresa delle ostilità. Ma la Casa bianca sembra concentrata sul negoziato. Per ora

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 4 Nov. 2026 alle 12:31 Aggiornato il 4 Nov. 2026 alle 13:59

    “Gli americani hanno detto no alla guerra, e noi appoggiamo questo messaggio”. Così, a nome di Teheran, il presidente del Parlamento e capo negoziatore dell’Iran, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha reagito alla vittoria dei democratici alle elezioni di Midterm negli Stati Uniti, dove lo stesso presidente Donald Trump ha riconosciuto la sconfitta elettorale, ammettendo che il conflitto ha pesato sul voto ed escludendo “piani immediati” per nuove offensive contro Teheran.
    Gli equilibri politici interni agli Usa e le dinamiche internazionali nel Golfo si intrecciano così a fondo che la pressione economica sul potere d’acquisto delle famiglie statunitensi, appesantito anche dalle conseguenze della guerra scatenata il 28 febbraio dalla Casa bianca e da Israele contro la Repubblica islamica, sembra aver orientato gli elettori a punire l’amministrazione repubblicana. Il blocco navale dei porti iraniani imposto da Washington e la risposta di Teheran attraverso il controllo del traffico nello stretto di Hormuz, da dove prima del conflitto passavano un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati sul pianeta, hanno causato uno shock sui mercati delle risorse energetiche. Nemmeno le trattative delle ultime ore, promosse dalle potenze del Golfo nel timore di una ripresa delle ostilità dopo il voto, hanno consentito ai repubblicani di Trump di recuperare terreno elettorale, con esplicita soddisfazione della Repubblica islamica.

    La reazione di Teheran
    Con il suo consueto stile diretto, sui social il presidente del Parlamento e capo negoziatore della Repubblica Islamica per le trattative con Washington ha espresso il punto di vista dell’Iran sul risultato elettorale arrivato da Oltreoceano, senza riuscire a celare la soddisfazione per la sconfitta della Casa bianca. “Coscienza o costo della vita, gli americani hanno detto NO ALLA GUERRA, e noi appoggiamo questo messaggio”, ha scritto senza mezzi termini sui social, leggendo nell’avanzata delle opposizioni un netto e inconfondibile rifiuto verso la linea bellica tenuta dall’amministrazione repubblicana. “Se il governo USA tradisce la volontà popolare per servire padroni e ricattatori internazionali, imparerà che al nostro NO seguirà un Incubo”, ha aggiunto, riferendosi – senza nominarlo esplicitamente – al premier di Israele, Benjamin Netanyahu, accusato negli ultimi giorni di premere su Trump per riprendere il conflitto.
    Da parte sua, invece, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, che non è ancora apparso in pubblico da quando ha assunto il potere a marzo dopo l’uccisione del padre Alì, ha definito quella odierna la “Giornata Nazionale della Lotta contro l’Arroganza Globale”, senza concedere nulla a eventuali cambi di rotta negli Stati Uniti e minacciando un allargamento del conflitto, in caso di ripresa delle ostilità. “Il 4 novembre di quest’anno, gli iraniani comprendono la loro posizione nei confronti degli Stati Uniti in modo più chiaro e inequivocabile che mai”, ha scritto in un comunicato divulgato sui suoi canali social e dall’agenzia di stampa ufficiale Irna. “La storia della lunga inimicizia tra l’America e la nazione musulmana dell’Iran, e la strenua resistenza di tutti gli iraniani contro questo nemico, ha raggiunto un punto tale che non solo il 4 novembre, ma ogni giorno e ogni ora, sono diventati giorni di resistenza e di lotta contro il grande Satana”, ha aggiunto l’ayatollah, rivendicando a Teheran il merito di aver “sfatato il mito dell’invincibilità” degli Stati Uniti “nel Golfo e in particolare nello Stretto di Hormuz”. “Se qualcuno nutre ancora speranze di un cambiamento di comportamento o di mutamenti di fazione e di partito nel sistema di governo, o se immagina che facendo concessioni all’America si possa dissuaderla dall’ostilità verso la nazione iraniana, si sbaglia di grosso”, ha concluso Khamenei, che pure nei giorni scorsi aveva autorizzato nuovi negoziati con Washington per porre fine al conflitto, minacciando: “Se tali aggressioni (da parte degli Usa, ndr) dovessero ripetersi, la portata della guerra si allargherebbe ancora di più”.

    L’ammissione di Trump
    Intanto, riflettendo sul risultato elettorale a urne appena chiuse durante un’intervista telefonica concessa nella notte italiana all’emittente statunitense Fox News, il presidente Trump riconosceva il verdetto elettorale senza nascondere l’impatto delle dinamiche belliche sul voto. Il magnate ha infatti ammesso che le operazioni contro l’Iran sono state “in parte” la causa della sconfitta patita dai repubblicani.
    Poco più tardi, poi, in un’intervista al quotidiano economico britannico The Financial Times all’indomani del bombardamento dell’isola iraniana di Qeshm da parte del Pentagono, il presidente ha spento gli allarmi rispetto a una potenziale, immediata campagna di raid aerei a largo raggio contro l’Iran. Tracciando un bilancio del confronto strategico, Trump si è detto persuaso del fatto che, nei fatti, la sua amministrazione “sembra ottenere tutto quello che vuole” dagli iraniani, senza comunque precludere altre opzioni sul piano militare. “Siamo pronti”, ha risposto a chi gli chiedeva se ci si si dovesse attendere un’incursione nei giorni a venire. “Siamo nella posizione di sparare se necessario, ma potrebbe non esserci motivo per farlo”, ha aggiunto. Restano tuttavia da sciogliere i nodi più duri del dossier, legati anzitutto alla dotazione di uranio arricchito in possesso di Teheran. “Anche se è sotto centinaia di tonnellate di rocce, direi che non sono soddisfatto che resti lì”, ha ammesso al quotidiano britannico l’inquilino della Casa bianca, che negli scorsi giorni aveva paventato un attacco ai bunker dove è conservato l’uranio, già bombardati nel giugno dell’anno scorso. “Quindi questo è uno degli argomenti di cui stiamo discutendo con loro. Ma vedremo come si svilupperanno le trattative”.

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