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    Ucraina, i signori del grano: ecco chi guadagnerebbe di più dall’adesione di Kiev all’Ue

    Da sinistra a destra: L’uomo più ricco d’Ucraina Rinat Akhmetov, il figlio dell’ex presidente Oleksii Poroshenko e i magnati Andrii Verevskyi, Oleg Bakhmatyuk e Yuriy Kosiuk

    L’uomo più ricco del Paese, il figlio dell’ex presidente e vari oligarchi una volta vicini al filo-russo Yanukovych. Insieme controllano quasi tutto il mercato ucraino dei cereali e, se l'Ucraina entrasse nell’Ue, otterrebbero ogni anno centinaia di milioni di euro di fondi europei

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 7 Ott. 2023 alle 07:00 Aggiornato il 20 Ott. 2023 alle 08:48

    Prima del 15 settembre scorso nessuno immaginava una frattura così profonda tra due alleati di ferro come Ucraina e Polonia, eppure l’eccedenza di grano sul mercato europeo, dovuta all’abolizione delle restrizioni alla vendita entro i confini comunitari, ha messo Kiev contro Varsavia e altri Stati membri dell’Est e Bruxelles in una posizione scomoda.

    Polonia, Ungheria e Slovacchia si sono rifiutate di abrogare le restrizioni alle importazioni di cereali dall’Ucraina come stabilito dalla Commissione europea che, dopo aver limitato l’import nel 2022, è andata incontro a Kiev a seguito dell’abbandono unilaterale da parte della Russia dell’accordo sul grano mediato a luglio dell’anno scorso con Turchia e Nazioni Unite. Questo ha scatenato un effetto domino: l’Ucraina si è rivolta all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e ora, per competenza, la Commissione Ue si ritrova a rappresentare in questa sede internazionale i tre Stati membri che hanno violato le sue stesse disposizioni. Non solo: la Polonia, al voto il prossimo 15 ottobre, ha annunciato che non invierà nuove armi a Kiev finché la disputa non sarà risolta nell’interesse dei suoi agricoltori, preoccupati dal calo dei prezzi dovuto all’eccedenza di grano sul mercato.

    Insomma un pasticcio che, comunque andrà a finire, prefigura alcuni dei potenziali problemi legati all’eventuale adesione dell’Ucraina all’Unione. In mancanza di interventi e riforme, il Paese potrebbe infatti mangiarsi una buona fetta dei fondi comunitari destinati alle politiche agricole, anche a danno di Stati come l’Italia. La maggior parte di queste risorse poi andrebbe a una decina di colossi che controllano quasi tutto il mercato agricolo ucraino, in mano a una manciata di oligarchi.

    Una potenza agricola globale
    Parliamo di un vero e proprio peso massimo internazionale, con un’economia a vocazione agricola. In totale, il Paese conta quasi 30 milioni di ettari di suoli altamente produttivi: la più grande superficie agricola del continente europeo.

    Prima dell’invasione russa del 24 febbraio dell’anno scorso, l’Ucraina esportava il 10 per cento del frumento, il 13 per cento dell’orzo, il 15 per cento del granturco e il 50 per cento dell’olio di girasole a livello globale. Inoltre, il 41 per cento delle sue esportazioni proveniva direttamente dal settore agricolo e fruttava al Paese oltre 27 miliardi di dollari ogni anno. D’altra parte, oltre 42,7 su 60 milioni di ettari del territorio sono destinati alla coltivazione, mentre il comparto agricolo pesa per il 12 per cento sull’economia nazionale.

    Con l’arrivo dei carri armati russi, la situazione è peggiorata ma l’importanza di Kiev sul mercato globale non è stata scalfita: il Paese è ancora il terzo maggior esportatore mondiale di cereali e il quinto di frumento. Malgrado la guerra e l’occupazione del 20 per cento del suo territorio, nella stagione tra il 2022 e il 2023, l’Ucraina ha esportato 49 milioni di tonnellate di cereali, di cui 32,9 milioni vendute all’estero attraverso la Black Sea Grain Initiative, quasi due milioni in più di quanto fatto dall’intera Ue nello stesso periodo. Un mercato enorme, ma in mano a pochi.

    Le dieci sorelle
    Il settore è dominato da una decina di aziende che, secondo la Ukrainian Grain Association (Uga), controllano il 71 per cento del mercato ucraino e sono collegate a una serie di oligarchi.

    Il colosso maggiore è Kernel, che ha sede legale in Lussemburgo, è quotata alla borsa di Varsavia e lavora 530mila ettari di terreni in undici regioni ucraine, dove coltiva mais, grano, girasole e soia. Fondata nel 1995 come piccola azienda, oggi la società controlla il 12 per cento delle esportazioni di cereali dall’Ucraina ed è leader nella produzione e lavorazione di semi oleosi. Kernel è in grado di lavorare 3,5 milioni di tonnellate di semi di girasole all’anno, esportando oltre 1,3 milioni di tonnellate di olio derivato (dati del 2021). Malgrado abbia annunciato un calo del 90 per cento delle vendite nei due mesi seguenti l’invasione russa, l’azienda sostiene di vendere all’estero 6,1 milioni di tonnellate di mais, grano, soia, colza e orzo all’anno, l’80 per cento dei quali in Medio Oriente, Nord Africa e Unione europea, e di detenere l’8 per cento del mercato mondiale e il 30 per cento di quello ucraino dell’olio di girasole. Il fondatore e principale azionista è Andrii Verevskyi, uno degli uomini più ricchi dell’Ucraina, con un passato anche in politica. Prima di quotare la sua impresa in borsa nel 2007 e ricavarne 300 milioni di dollari, Verevskyi fece carriera nelle aziende di stato e come consulente di altri gruppi. Nel 2002 poi entrò in Parlamento, dove rimase fino al 2013 quando un tribunale lo dichiarò decaduto per aver continuato a guidare le sue società malgrado la carica di deputato. In un decennio però passò da una parte all’altra dello schieramento politico, prima appoggiando l’ex premier Yulia Tymoshenko e poi finendo per entrare nel Partito delle Regioni dell’ex presidente filo-russo Viktor Yanukovych, bandito nel febbraio di quest’anno. Lasciata l’attività politica, Verevskyi ha mantenuto amicizie importanti. Secondo l’Ukrainska Pravda, l’uomo possiede un lussuoso chalet – ribattezzato Alexandra – nell’esclusiva località sciistica francese di Courchevel, proprio vicino alla villa di Larisa Chertok, sorella dell’oligarca Igor Kolomoisky, finito al centro dei famosi Pandora Papers e incriminato a settembre in Ucraina per frode e riciclaggio, quando controllava ancora la Ukrtatnafta, la più grande società di raffinazione del Paese, e la Ukrnafta, entrambe confiscategli per un’appropriazione indebita da 1 miliardo di dollari. Il nome di Verevskyi è finito anche nei cosiddetti Paradise Papers, secondo cui il miliardario ucraino possiede una società sull’isola di Man, proprietaria di un jet privato da 25 milioni di dollari.

    La seconda principale azienda del settore in Ucraina è invece la UkrLandFarming, fondata nel 2007 e registrata l’anno successivo come società per azioni a Cipro. Dal 2013 è quotata alla borsa di Dublino e lavora almeno 470mila ettari di terreni in ventidue regioni dell’Ucraina, esportando grano, mais, orzo e colza in 40 Paesi. È uno dei principali esportatori agricoli ucraini e il primo produttore di uova a livello nazionale ma si occupa anche della lavorazione della barbabietola da zucchero, dell’allevamento di bestiame, di produzione e distribuzione di carne, latticini e pellame e del commercio di sementi. Tanto che nel 2014 il colosso statunitense Cargill ne ha acquistato il 5 per cento delle quote. Il suo fondatore è Oleg Bakhmatyuk, accusato di malversazione negli Usa e a Cipro dal fondo di investimento statunitense Gramercy, uno dei suoi principali finanziatori, e di appropriazione indebita in Ucraina.

    Il terzo gigante della lista è Mhp, altra società registrata a Cipro, entrata nel mercato ucraino nel 1998 per poi diventare il più grande produttore di carne di pollo dell’intera Europa sud-orientale. L’azienda lavora 370mila ettari di terreno in otto regioni ucraine, dove coltiva mais, girasole, grano, colza, soia e frumento. Inoltre si occupa anche di colture industriali, ortaggi e frutta, della lavorazione dei semi di girasole, dell’allevamento di bestiame, della produzione di mangimi e di energia da fonti rinnovabili. La sua attività principale però è l’allevamento di pollame: in ognuno dei suoi tanti stabilimenti, circondati da alte recinzioni e pattugliati da personale in tuta mimetica, può allevare fino a 1,5 milioni di animali. Inoltre può contare anche sui finanziamenti di istituzioni internazionali come la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers), l’International Finance Corporation della Banca mondiale e la Banca europea per gli investimenti (Bei). Il suo fondatore e principale azionista è Yuriy Kosiuk, che ha cominciato importando mobili e gas dal Turkmenistan finché nel 1998 non ha creato la Mhp. Allora aveva solo 10 dipendenti, ma dieci anni dopo quotò la società alla borsa di Londra, un’operazione che fruttò oltre 300 milioni di dollari. Oggi il suo patrimonio personale è stimato in oltre 1 miliardo di dollari ma diversi attivisti e organizzazioni civili accusano la sua azienda di inquinare le falde acquifere e di pratiche anti-concorrenziali in Ucraina.

    Altra grande realtà è Epicentr Agro, che coltiva quasi 160mila ettari di terreni in Ucraina e dispone di 14 silos per immagazzinare 2 milioni di tonnellate di grano ciascuno e di 20 allevamenti di bovini e suini. L’azienda appartiene al gruppo Epicentr K, holding della principale catena di supermercati e di negozi di bricolage del Paese, di proprietà dei coniugi Oleksandr e Halyna Hereha, il cui patrimonio nel 2021 era stimato da Forbes in 1,7 miliardi di dollari. Con un passato in politica prima tra le fila del Partito delle Regioni e poi nel movimento “Per il futuro” sostenuto dall’ex oligarca Igor Kolomoisky, Hereha è finito nel mirino dei Pandora Papers per la gestione di un’attività commerciale nella Crimea occupata.

    Anche HarvEast coltiva più di 123mila ettari di terreni in tre regioni ucraine, producendo grano, mais, olio di girasole e 11,6 milioni di tonnellate di latte all’anno. La società è di proprietà della Scm di Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco dell’Ucraina con un patrimonio stimato da Forbes in 5,7 miliardi di dollari, patron dello Shakhtar Donetsk e proprietario delle acciaierie Azovstal. Mai accusato ufficialmente di alcun reato, Akhmetov lasciò il Paese nel 2005 dopo la Rivoluzione arancione di Viktor Yushchenko, perché indagato per omicidio. Rientrò in patria solo qualche anno dopo quando l’ex presidente filo-russo Viktor Yanukovych tornò al potere. Tra i principali sostenitori del Partito delle Regioni, secondo alcuni dispacci diplomatici pubblicati da WikiLeaks, l’oligarca assunse la società di consulenza di Paul Manafort, ex spin doctor della campagna presidenziale di Donald Trump, per dare una nuova immagine al movimento. Malgrado i dissensi con il presidente Volodymyr Zelensky, dopo l’invasione russa ha donato allo Stato almeno 100 milioni di dollari e finanziato l’acquisto di armi ed equipaggiamenti per le forze armate ucraine.

    Tra le aziende più grandi del settore figura poi la UkrPromInvest Agro, che coltiva oltre 116mila ettari di terreni ed è entrata nel mercato ucraino nel 2000. La società è attiva in sei regioni, dove produce grano, mais, girasole, soia, barbabietole da zucchero, farina, latticini e carne, esportando in Moldavia, Georgia, Turkmenistan, Israele, Palestina, Angola, Libano, Siria, Vietnam e Uzbekistan. Fino al 2019, l’impresa era riconducibile all’ex presidente Petro Poroshenko, che alla fine di quell’anno la lasciò al figlio Oleksii.

    Ma non è finita. Altri colossi sono la società Astarta, che coltiva 220mila ettari di terreni in sette regioni ucraine, producendo quasi un milione di tonnellate di cereali e semi oleosi all’anno, riconducibile a Viktor Ivanchyk, il cui patrimonio personale è stimato in 130 milioni di dollari; e la Imc Agro, che lavora 120mila ettari di terreni in tre regioni, esportando mais, frumento e girasole.

    A queste aziende si aggiungono altre società riconducibili a soggetti esteri, come il gruppo Agroprosperis, uno dei maggiori produttori della regione del Mar Nero che lavora 360mila ettari di terreni in undici regioni ucraine, esportando ogni anno oltre 2 milioni di tonnellate di cereali e colture industriali, e il cui principale investitore è la statunitense Nch Capital; e il Continental Farmers Group, entrata nel 2004 in Ucraina, dove coltiva 195mila ettari di terreni, e il cui principale investitore è la United Farmers Holding Company (Ufhc) con sede in Arabia Saudita. Insomma, una lista di giganti, che rischia di mangiarsi il bilancio comunitario destinato all’agricoltura.

    Il prezzo dell’adesione all’Ue
    Con le norme attuali infatti, se l’Ucraina aderisse all’Ue otterrebbe la fetta più ampia dei 386 miliardi di euro disponibili per la Politica agricola comune, che premia gli Stati membri in base alla superficie coltivata. Un aspetto su cui quasi tutte le imprese ucraine, non solo quelle più grandi, risultano avvantaggiate rispetto alle altre aziende europee.

    Qui è tutto maxi: le venti maggiori società del settore in Ucraina detengono il 14 per cento della terra coltivabile del Paese e almeno 93 imprese controllano oltre 10mila ettari di terreni ciascuna. La dimensione media di un’azienda agricola ucraina è di oltre 1.000 ettari, mentre nell’Unione europea arriva circa a 16,1.

    È evidente che, con l’attuale politica agricola comune, sarebbe inevitabile un massiccio trasferimento di denaro dagli Stati membri ai colossi agricoli ucraini, anche a danno delle nostre aziende. Basta fare due calcoli: considerando una media di 266 euro annui per ettaro (dati del 2015), la sola Kernel incasserebbe non meno di 148 milioni di euro all’anno di contributi diretti agricoli, UkrLandFarming fino a 125 milioni di euro e Mhp oltre 97 milioni.

    Cifre molto superiori a quanto ricevuto dalle nostre imprese. Secondo l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), responsabile dei pagamenti diretti, nel 2022 i contributi più alti in Italia sono andati al consorzio First International Association (Finaf), che riunisce oltre novemila agricoltori tra Francia ed Italia e ha ottenuto in tutto 33,784 milioni di euro; al Gruppo Viva, che ha avuto 23,224 milioni; e al consorzio olivicolo Unaprol, che ha incassato 13,94 milioni.

    È chiaro che con l’adesione del gigante ucraino e senza riformare il sistema, le risorse disponibili per il resto del continente sarebbero inferiori a quelle attuali, senza considerare i personaggi nelle cui mani finirebbero questi fondi europei. È questo che oggi, al di là della strumentalizzazione a fini elettorali, preoccupa i contadini polacchi, ungheresi, slovacchi, bulgari e romeni. Forse converrebbe cominciare ad ascoltarli.

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