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    Regno Unito, Francia, Spagna, Canada e otto Paesi europei vietano le importazioni dagli insediamenti illegali di Israele nei Territori palestinesi occupati

    Il primo ministro britannico Andy Burnham, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier canadese Mark Carney. Credit: Justin Ng / Avalon / Robin Utrecht/SIPA / ZUMAPRESS.com / AGF

    Il bando, annunciato oggi dal ministro degli Esteri britannico Ed Milliband alla Camera dei Comuni di Londra, mira ad arginare l'escalation di violenza dei coloni contro la popolazione palestinese locale. La mossa ha scatenato però le ire di Tel Aviv e un avvertimento dagli Stati Uniti.

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 8 Set. 2026 alle 17:11 Aggiornato il 8 Set. 2026 alle 17:26

    I governi di 12 Paesi, compresi Regno Unito, Francia, Spagna e Canada, hanno annunciato oggi l’intenzione di limitare gli scambi commerciali con gli insediamenti illegali di Israele nei Territori palestinesi occupati dal 1967, in risposta all’escalation senza precedenti della violenza dei coloni contro la popolazione locale. Questa mossa ha provocato le ire dell’esecutivo di Tel Aviv, che ha chiuso il consolato britannico a Gerusalemme ed espulso una serie di diplomatici, e un avvertimento dall’amministrazione degli Stati Uniti del presidente Donald Trump.

    “Salvare” la soluzione dei 2 Stati
    “Le azioni del governo israeliano in Cisgiordania stanno compromettendo la possibilità di una soluzione a due Stati. La situazione sta rapidamente peggiorando a causa di livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni e dell’espansione degli insediamenti, inclusa l’inaccettabile decisione di pubblicare i bandi di gara per il progetto dell’insediamento E1. Il Primo Ministro britannico Andy Burnham, il Presidente francese Emmanuel Macron e il Primo Ministro canadese Mark Carney hanno concordato sulla necessità di intervenire per prevenire ulteriori danni”, si legge in una nota congiunta firmata dai leader di Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. I 12 Paesi hanno ribadito “la loro intenzione di introdurre restrizioni nazionali e/o di sostenere quelle europee sul commercio di beni provenienti dagli insediamenti che sono illegali ai sensi del diritto internazionale, oppure che stanno valutando attivamente queste e altre misure, in conformità con le loro procedure nazionali”.
    “La soluzione dei due Stati deve essere protetta e agiremo per perseguire una pace giusta e duratura”, prosegue il comunicato congiunto. “Ci opponiamo fermamente ad azioni che equivalgano all’annessione di territori palestinesi e allo sfollamento forzato della popolazione palestinese”.

    Annessione di fatto
    Dall’insediamento del sesto esecutivo Netanyahu nel dicembre 2022, sono stati approvati almeno 102 nuovi insediamenti, di cui 50 edificati ex novo. Tra il 2023 e il 2025 sono comparsi dal nulla 185 avamposti, con un’impennata di quelli a vocazione agricola passati da 33 nel 2023, a 61 nel 2024, fino ai 91 dello scorso anno. Oggi questi presidi poco o per nulla regolamentati controllano 1.070 chilometri quadrati, circa il 18% della Cisgiordania, di cui 750 espropriati sotto l’attuale governo, sebbene meno del 40% di queste aree sia classificato dallo Stato come terreno demaniale.
    Tra il 2023 e il 2025, l’esecutivo ha approvato oltre 40mila nuove unità abitative nei Territori occupati, sufficienti ad accogliere 200mila coloni in aggiunta ai 500mila già presenti a fronte di 2,93 milioni di residenti palestinesi, toccando l’anno scorso il picco storico di 27.941 alloggi autorizzati. A questo si sommano la realizzazione di 223 chilometri di strade sterrate, la dichiarazione di 25,95 chilometri quadrati di nuovi terreni demaniali a scapito delle proprietà palestinesi e l’aumento delle demolizioni di edifici dei residenti palestinesi nell’Area C, salite a oltre 1.270 nel 2025. Per consolidare il piano, il governo Netanyahu ha proceduto a una serie di misure specifiche. Intanto ha stanziato circa un miliardo di shekel (oltre 292,7 milioni di euro) per costruire 61 colonie illegali. Poi ha destinato 335 milioni di shekel (oltre 96,91 milioni di euro) a una tangenziale che consenta agli israeliani di viaggiare verso Gerusalemme senza barriere, un’opera non a caso definita “strada dell’apartheid” dalle ong Peace Now e Kerem Navot. Quindi ha riaperto i registri fondiari bloccati dal 1968, revocando persino il divieto di accesso all’insediamento di Homesh. Infine ha avviato le procedure amministrative per il progetto E1 a est di Gerusalemme, un’area ritenuta cruciale poiché la sua edificazione salderebbe l’insediamento di Ma’ale Adumim alla Città Santa, isolandola da Ramallah e Betlemme, spezzando in due la Cisgiordania e pregiudicando la possibilità della nascita di uno Stato palestinese dotato di continuità territoriale. Oggi il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha respinto il ricorso di alcune organizzazioni per i diritti umani contro i bandi per la costruzione di sette complessi residenziali, per un totale di 1.234 unità abitative, mentre restano ancora pendenti altre cause civili e amministrative contro l’iniziativa. Nel frattempo però, le gare d’appalto possono procedere come previsto.
    Nel fine settimana, invece, il premier Netanyahu ha ordinato la rimozione di circa un centinaio di avamposti agricoli non autorizzati nell’Area B della Cisgiordania, dove l’Autorità nazionale palestinese (Anp) detiene l’autorità civile e Israele conserva il controllo della sicurezza, una mossa rara e finora solo annunciata, senza tempi certi, che non è bastata a fermare le sanzioni. Intanto nel fine settimana sono continuate le violenze. Il 6 settembre, secondo il ministero della Sanità dell’Anp citato all’agenzia di stampa ufficiale Wafa, un gruppo di coloni ha fatto irruzione nel villaggio palestinese di Jajja, vicino a Qalqilya, uccidendo il ventenne Omar al-Tubasi e ferendo altre due persone. Ieri mattina, un uomo palestinese ha accoltellato un colono israeliano nell’avamposto di Maoz Yehuda, vicino al villaggio di Qusra, nel nord della Cisgiordania. L’esercito israeliano ha poi individuato e ucciso l’assalitore, fuggito dalla scena e ritenuto responsabile di un successivo tentativo di attacco contro le truppe dell’Idf.

    La denuncia di Londra
    Ma l’attacco più duro al governo di Tel Aviv è arrivato oggi alla Camera dei Comuni da parte del ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, che ha annunciato un pacchetto di sanzioni senza precedenti contro le colonie israeliane in Cisgiordania. Mai un governo di Londra era arrivato a tanto.
    Per la prima volta, infatti, il n. 10 di Downing Street ha bollato come “illegale” l’occupazione israeliana nel suo complesso, denunciando al contempo la “pulizia etnica” in corso in Cisgiordania da parte di “coloni terroristi” nei confronti della popolazione palestinese. “Il terrorismo dei coloni è dilagante”, ha detto Miliband, citando le Nazioni Unite, che quest’anno hanno segnalato una media di sei attacchi violenti al giorno contro la popolazione locale, “il numero più alto mai registrato”. “Il governo britannico concorda che vi è una pulizia etnica dei palestinesi in aree della Cisgiordania, perpetrata da coloni terroristi”, ha aggiunto il ministro degli Esteri britannico. “E troppo spesso il governo israeliano ha chiuso un occhio, o peggio: alcuni suoi membri hanno rilasciato dichiarazioni e compiuto azioni a sostegno dello sfollamento forzato dei palestinesi”.
    Ma cosa prevede il pacchetto annunciato da Miliband? Londra vieterà l’importazione di beni prodotti nelle colonie della Cisgiordania, negherà le licenze per l’esportazione di armi e altri beni ritenuti utile all’occupazione e sanzionerà aziende e singoli individui che agevolano l’espansione degli insediamenti, offrendo servizi nei settori dell’edilizia, delle infrastrutture, del credito e dell’intermediazione immobiliare. “L’illegittimità dell’occupazione dovrebbe riflettersi nei rapporti economici che scegliamo di avere con i territori occupati”, ha detto Miliband, precisando che il bando alle importazioni e il divieto di pubblicizzare le colonie nel Regno Unito faranno parte di un regime sanzionatorio più ampio, che dovrebbe entrare in vigore tra sei o nove mesi e che sarà corredato da “opportune esenzioni religiose”.
    Tra le misure “immediate” annunciate dal governo di Londra, figurano nuove sanzioni contro un gruppo di coloni estremisti accusati di sostenere o istigare le violenze contro i palestinesi, una ampliamento del regime sanzionatorio per colpire più rapidamente l’espansione degli insediamenti, incluso il contestato progetto E1, e il respingimento di tutte le richieste di licenza per esportazioni che contribuiscano materialmente all’occupazione. Miliband ha però precisato che il Regno Unito continuerà a commerciare con Israele entro i confini della Linea Verde e che il governo resta contrario al movimento di boicottaggio BDS. “Il nostro dissenso non è con il popolo Israele, con cui il Regno Unito ha legami indissolubili”, ha chiarito il ministro degli Esteri britannico. “Il nostro dissenso è con la condotta del suo governo”.
    Una precisazione ribadita anche nella nota congiunta firmata dai 12 Paesi, che respingono ogni sospetto di antisemitismo. “Riconosciamo i legittimi interessi di sicurezza di Israele e ribadiamo la nostra condanna dell’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre, il peggior massacro antisemita dall’Olocausto. Siamo fermamente determinati a contrastare l’antisemitismo ovunque si manifesti”, si legge nel comunicato. “Siamo inequivocabilmente impegnati nella soluzione dei due Stati, in conformità con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che consenta a Israele e a uno Stato palestinese sovrano, democratico e vitale di vivere fianco a fianco in pace, sicurezza e mutuo riconoscimento entro confini sicuri e internazionalmente riconosciuti”.

    La risposta di Israele
    Da Tel Aviv la reazione è durissima a tutti i livelli. Il presidente Isaac Herzog ha parlato di un “grave errore di calcolo, una decisione che cadrà dalla parte sbagliata della storia”. “Le sanzioni non sono una soluzione. Il dialogo sì”, ha dichiarato oggi il presidente di Israele, che ha anche denunciato la “grossolana ingerenza” compiuta con questa mossa nelle elezioni israeliane previste il 27 ottobre, sostenendo che la misura danneggerebbe i lavoratori palestinesi e minerebbe la sicurezza delle “nazioni che amano la libertà”.
    Da parte sua, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha avvertito Londra che “se la Gran Bretagna agisce contro lo Stato di Israele, lo Stato di Israele agirà contro la Gran Bretagna”. “Abbiamo gli strumenti per farlo”, ha sottolineato il capo della diplomazia israeliana. Il ministro delle Finanze e leader del partito di estrema destra Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich, ha invece chiesto direttamente l’espulsione dell’ambasciatore britannico in Israele. “Non faremo la parte delle pecore al macello per un governo antisemita, in un Paese conquistato dall’Islam radicale, che cerca di salvarsi da un declino economico e sociale attaccando gli ebrei e lo Stato di Israele”, ha scritto Smotrich sui social, riferendosi al Regno Unito. “Il Mandato britannico in Terra d’Israele è finito”.
    Poco dopo gli ha fatto eco il collega ministro della Sicurezza Nazionale nonché leader del partito di estrema destra Potere ebraico, Itamar Ben-Gvir. “Ho scritto al primo ministro chiedendo di chiudere oggi stesso il consolato britannico a Gerusalemme Est, che opera apertamente per conto dell’Autorità Palestinese. Questa deve essere la risposta israeliana decisa all’arroganza britannica”, ha scritto sui social Ben-Gvir, che già ieri aveva proposto al governo di Tel Aviv di “riconoscere pubblicamente” le isole Falklands come “territorio argentino occupato”. “Lancio un appello al primo ministro Benjamin Netanyahu affinché riconosca la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas e imponga sanzioni alla Gran Bretagna finché l’occupazione continuerà”.
    La proposta di Ben-Gvir è stata accolta dal ministro degli Esteri Sa’ar e dal premier Netanyahu, che hanno varato un pacchetto di contromisure contro Londra. Per tutta risposta, il governo di Tel Aviv ha infatti deciso di chiudere il consolato britannico a Gerusalemme; espellere i rappresentanti britannici dal Centro internazionale di supporto a Gaza, sostenuto dagli Stati Uniti a Kiryat Gat, sciogliere il team di supporto britannico a Ramallah incaricato dell’addestramento dei membri delle forze di sicurezza dell’Anp; e di interdire 12 tra funzionari eletti e cittadini britannici “coinvolti in attività antisemite e anti-israeliane”. “Non abbiamo nulla contro il popolo britannico”, ha detto Sa’ar in una nota divulgata dal suo ministero, riprendendo le parole usate da Miliband. “Purtroppo, al governo c’è un partito laburista ostile che agisce sistematicamente contro Israele e non ci lascerà altra scelta se non quella di rispondere alle sue mosse ostili”.

    Minacce americane
    Ma le reazioni negative non si sono fermate a Israele. Anche l’ambasciatore statunitense nello Stato ebraico, Mike Huckabee, è intervenuto sulla questione minacciando i Paesi aderenti al boicottaggio del commercio con le colonie israeliane nei Territori occupati palestinesi. Ai microfoni della Bbc il diplomatico americano ha parlato di una “discriminazione contro il governo di Israele e contro gli ebrei” e ha promesso che Washington risponderà “senza alcun dubbio”, magari a livello di singoli Stati. “Sarà come lanciare un sasso senza sapere dove finirà”, ha detto Huckabee.
    Da parte sua, il deputato statunitense Randy Fein ha dichiarato che, in base a una legge già approvata, qualsiasi azienda britannica coinvolta in un potenziale bando al commercio con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non potrà svolgere alcuna attività in Florida, che richieda contatti con le autorità locali. “La Florida è uno dei maggiori partner commerciali della Gran Bretagna”, ha scritto oggi Fein sui social. “Dovrebbero capire che il loro progetto a sostegno del terrorismo islamico potrebbe costare loro miliardi di dollari”.
    Ma la situazione potrebbe anche degenerare. A gennaio, il presidente Donald Trump aveva già minacciato dazi del 10% contro otto Paesi, Regno Unito incluso, per il mancato sostegno all’annessione statunitense della Groenlandia. Il precedente pesa non poco alla vigilia dell’Assemblea generale dell’Onu, da cui il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband promette di “puntare i riflettori” su quanto sta accadendo in Cisgiordania, e del primo incontro di persona tra il neopremier Andy Burnham e Trump da quando il laburista si è insediato a Downing Street.

    Segnali simbolici
    L’impatto economico diretto delle misure annunciate oggi resta comunque limitato. Gli scambi commerciali britannici con gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati non superano i 38 milioni di sterline l’anno, circa 44 milioni di euro. Inoltre otto dei 12 Paesi coinvolti sono parte dell’Unione europea e in materia di commercio il diritto comunitario affida la competenza esclusiva all’Ue. Pertanto, le misure annunciate oggi a livello nazionale andranno valutate in sede europea per verificarne la compatibilità con le norme comunitarie.
    Resta comunque il valore simbolico, anche se non è la prima volta che vengono varate misure simili. Lo scorso giugno, i governi di Francia, Australia e Canada avevano già sanzionato aziende, organizzazioni e cittadini israeliani coinvolti nelle violenze contro i palestinesi; Londra e Parigi avevano vietato l’ingresso sul suolo nazionale ai ministri di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich; e gli esecutivi di Irlanda e Spagna si erano mossi da soli per bloccare il commercio con le colonie, tutte misure definite “vergognose” da Israele.

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