Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Esteri
  • Home » Esteri

    Cosa c’entrano due porti gemelli sull’Oceano indiano con il controllo dell’Asia centrale?

    I porti di Chabahar e Gwadar che sorgono in Iran e Pakistan a 170 chilometri l’uno dall’altro sono i terminali fondamentali del conflitto tra Cina, Stati Uniti, Russia e India per il controllo di un'area ricca di giacimenti di idrocarburi.

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 15 Dic. 2018 alle 11:48 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:41

    A inizio dicembre un attentato terroristico ha scosso una città poco conosciuta dell’Iran sud orientale, Chabahar, il cui porto è al centro della lotta per il controllo delle rotte tra l’Asia centrale e l’Oceano indiano tra Russia, India, Stati Uniti e Cina. La città presenta poco più di 200mila abitanti ed è l’unico porto oceanico del paese, che si affaccia sul Golfo dell’Oman. Chabahar ha però un rivale, il porto gemello di Gwadar, in Pakistan, che sorge a poco più di 170 chilometri a est. Entrambe le città sono destinate a essere i terminali sul mare di due corridoi economici e logistici con l’Asia centrale, una regione dall’alto potenziale e dalle risorse energetiche fondamentali per giganti affamati come Cina e India.

    Questa regione, che comprende gli stati di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, non ha sbocco sul mare ma si trova al crocevia degli interessi delle maggiori potenze globali e di altre emergenti, che hanno legami storici ed economici secolari con l’Asia centrale. La regione possiede caratteristiche che la rendono diversa da altre aree post-sovietiche. Innanzitutto, è costituita da stati con identità prevalentemente turca, escluso il Tagikistan, dove cultura e lingua prevalenti hanno origini iraniche, ma possiede ingenti risorse e una posizione strategica unica.

    Asia centrale: terreno di conquista per le maggiori potenze

    Mentre altri stati post-sovietici hanno lentamente abbracciato sistemi di governo più o meno simili al modello occidentale basato sul liberalismo, tutti e cinque gli stati dell’Asia centrale restano di fatto autocrazie. Secondo un rapporto pubblicato quest’anno dall’ong statunitense Freedom House, questi paesi presentano “regimi autoritari consolidati”, con scarsi risultati in termini di progresso democratico.

    Nonostante la regione sia stata liquidita spesso come un semplice “ponte” tra l’est e l’ovest, i suoi territori presentano risorse appetibili per le maggiori potenze mondiali e per quelle regionali in ascesa, che vanno al di là di mere considerazioni logistiche.

    Il Kazakistan, il più esteso paese dell’Asia centrale che occupa una superficie pari a quella compresa tra Portogallo e Romania, ha spesso ribadito la propria identità di “stato eurasiatico”, secondo la definizione del proprio presidente Nursultan Nazarbayev, in carica ininterrottamente dal 1994. Il paese ha mantenuto forti legami con la Russia, di cui ospita una base militare, ma ad aprile ha concesso alla Marina militare statunitense l’approdo nei porti di Kuryk e Aktau, sul mar Caspio, per operazioni logistiche verso l’Afghanistan. Astana ha inoltre abbracciato il libero commercio ed è ora classificata come economia di mercato. Il settore energetico è quello che contribuisce a quasi il 20 per cento del Pil del paese, che esporta il 78 per centro della propria produzione di petrolio, in gran parte verso Cina e Russia. Negli ultimi decenni, il Kazakistan è diventato il centro finanziario dell’Asia centrale, facendo leva sui sistemi bancari dei suoi vicini più piccoli.

    Il Kirghizistan ha preso invece una strada differente, diventando il primo paese dell’Asia centrale a tenere elezioni parlamentari. Nonostante le proteste e le accuse di brogli e colpi di mano tra le varie fazioni politiche dopo la caduta del primo presidente eletto, Kurmanbek Bakiyev, che ha lasciato Bişkek nell’aprile del 2010, il Kirghizistan si è allontanato considerevolmente dal vecchio sistema centralistico sovietico per adottare un regime che garantisce una maggiore apertura, specialmente se confrontato con i suoi vicini, pur restando un paese autoritario. Le numerose minoranze uzbeke e tagike stanziate nel sud del paese così come le controversie sulle limitate risorse idriche hanno provocato tensioni e frequenti dispute di confine con i suoi vicini. Nonostante le difficoltà economiche e politiche, la posizione strategica del Kirghizistan lo rende un paese strategico in Asia centrale. Qui sono presenti sia una base militare russa, a Kant, sia una base aerea statunitense, a Manas, punto di transito fondamentale per le operazioni militari della NATO nel vicino Afghanistan.

    Il Tagikistan, l’unico in Asia centrale con una popolazione prevalentemente di lingua e cultura persiana, è il paese dell’Asia centrale che ha sperimentato il periodo più travagliato dopo la caduta dell’Unione sovietica. Dal 1992 al 1997, il paese fu teatro di una sanguinosa guerra civile che uccise o costrinse ad abbandonare le proprie abitazioni gran parte della popolazione. Il territorio montuoso e la divisione in clan tradizionali ha favorito sostanziali differenze e divisioni regionali, in particolare tra le comunità di Sughd, nel nord, Khatlon, nel sud, e Gorno-Badakhshan nell’est. Il paese sperimenta inoltre periodiche dispute in materia di controllo delle risorse idriche e confini con i propri vicini, in particolare con Uzbekistan e Kirghizistan, con i quali condivide la valle di Fergana. Nel Tagikistan meridionale è in costruzione la diga di Rogun, i cui lavori in corso sul fiume Vakhsh sono stati affidati all’impresa italiana Salini-Impregilo. Questo progetto ha raccolto le proteste dei vicini, soprattutto dell’Uzbekistan, che teme per la propria agricoltura.

    Il Turkmenistan ha invece attraversato l’epoca post-sovietica governato da due figure dedite entrambe a un particolare culto della personalità. Durante la presidenza di Saparmyrat Niyazov, ex primo segretario del Partito Comunista del Turkmenistan tra il 1985 e il 1991 e quindi capo dello stato del nuovo paese indipendente fino al 2006, il presidente ha tentato di ricostruire l’identità turkmena cominciando col definirsi “il padre dei turkmeni”, facendo realizzare statue dorate di se stesso e pubblicando un libro chiamato Ruhnama, che avrebbe dovuto diventare la guida spirituale per il popolo del paese. Dopo la sua scomparsa, il modello di culto della personalità è stato ereditato dall’attuale presidente, Gurbanguly Berdimuhamedov, che ha sostituito il culto di Niyazov con il proprio. L’economia del moderno Turkmenistan è dominata dalla produzione di gas naturale, di cui il paese presenta alcune delle maggiori riserve al mondo e il cui piccolo mercato interno le rende quasi tutte disponibili per l’esportazione. La maggior parte della popolazione è concentrata nei centri abitati lungo i canali di irrigazione e i bacini fluviali nell’estremo nord e sud del Turkmenistan. Uno di questi centri è Ashgabat, che funge da capitale e principale nucleo demografico, politico ed economico del paese, che per l’85 per cento della sua estensione è occupato dal deserto del Karakum. La sua posizione vicino a paesi come Iran, Uzbekistan e il perennemente instabile Afghanistan crea notevoli problemi di sicurezza per Ashgabat, che dal 1991 si è proclamato ufficialmente neutrale e non aderisce ad alcuna alleanza militare con nazioni straniere.

    In Uzbekistan, il paese più popolato dell’Asia centrale con oltre 32 milioni di persone, le due maggiori preoccupazioni dall’indipendenza a oggi sono state la stabilità politica e la pace tra le varie comunità interne. Per perseguire questi obiettivi, il presidente Islam Karimov, che ha governato l’Uzbekistan dal 1991 fino alla sua morte nel 2016, ha represso duramente il dissenso politico e dei gruppi religiosi di ispirazione fondamentalista islamica. Il paese resta un regime autoritario nonostante la salita al potere di Shavkat Mirziyoyev sia coincisa con maggiori sforzi per liberalizzare l’economia e con nuove aperture all’estero. Anche l’Uzbekistan è un importante produttore ed esportatore di petrolio e gas naturale, il cui settore domina l’economia insieme all’agricoltura. Queste risorse, così come la posizione strategica del paese e la presenza di gruppi fondamentalisti hanno attirato l’interesse di potenze straniere come Cina, Russia e Stati Uniti. Per questo motivo, la principale sfida dell’Uzbekistan resta quella di mantenere l’unità, bilanciando gli interessi dei suoi vicini regionali e delle maggiori potenze straniere.

    La complessità delle dinamiche interne all’Asia centrale, in particolare in relazione alla valle di Fergana che rappresenta il cuore demografico e agricolo della regione, divisa da una serie di confini complessi e mal definiti stabiliti durante l’era sovietica per impedire l’emergere di uno stato turcofono unificato, hanno riportato quest’area alla ribalta internazionale come oggetto dei desideri dei maggiori attori della politica globale e non più come mero retroterra geopolitico di Mosca.

    Durante la crisi economica globale, questa regione ha inoltre offerto nuove opportunità agli investitori cinesi, per lo più società statali, ma anche a diversi paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). L’ambiziosa iniziativa cinese One Belt One Road (la cosiddetta nuova Via della Seta) da mille miliardi di dollari ha così contribuito in maniera importante alla crescita dell’Asia centrale. Secondo l’ultimo rapporto del centro studi statunitense International Tax and Investment Center (ITIC), le infrastrutture sono il vero motore dello sviluppo economico della regione, in particolare nel settore energetico.

    Sfruttando la propria posizione tra alcuni dei maggiori mercati mondiali come Europa, Russia, Cina e India, i paesi dell’Asia centrale si sono rivolti a partner esterni, come stati, istituzioni finanziarie internazionali e società private, per colmare il proprio divario infrastrutturale con le nazioni più sviluppate per sbloccare il potenziale delle rispettive economie. Mentre l’Occidente e la Russia hanno sempre investito nel settore dei combustibili fossili della regione, il maggior investitore è ora la Cina, la cui fame di energia dipende dall’incapacità di soddisfare il 60 per cento del proprio fabbisogno energetico con risorse proprie. Non a caso, uno dei principali progetti della cosiddetta nuova Via della Seta è l’oleodotto da 3 miliardi di dollari e 2.800 chilometri che collegherà i giacimenti kazaki nel mar Caspio al terminal cinese di Alashankou e alla raffineria di Dushanzi, nella provincia cinese dello Xinjiang. Secondo la Banca Asiatica per lo Sviluppo (ADB), l’Asia centrale avrà bisogno di almeno 33 miliardi di dollari nei prossimi 12 anni per realizzare le proprie infrastrutture, che saranno finanziate sempre più da capitali cinesi.

    La corsa al mare: i corridoi economici finanziati da Cina e India

    Per raggiungere queste risorse e permetterne l’esportazione, un paese come l’India necessita di passare dal suo maggior rivale strategico, il Pakistan, con cui New Delhi è formalmente in guerra dal 1947, e dall’instabile Afghanistan, di cui finanzia la ricostruzione e appoggia il governo. Per questo, l’India ha scelto di oltrepassare l’ostacolo pakistano e finanziare un porto in Iran, quello di Chabahar, e il relativo collegamento ferroviario con Kabul.

    Nonostante la Cina non abbia di questi problemi per raggiungere le risorse dell’Asia centrale, Pechino ha bisogno di uno sbocco nell’Oceano indiano occidentale per esportare le proprie merci e tagliare il percorso in mare attraverso il mar Cinese meridionale e gli stretti di Singapore e Sumatra, passando invece dal Pakistan e da lì verso lo stretto di Bab el-Mandeb e il canale di Suez in direzione dell’Europa. Questo corridoio economico sino-pakistano (CPEC), che collegherà la maggiore città cinese occidentale, Kashgar, con il porto di Gwadar, potrà essere utilizzato anche in senso inverso per importare altre risorse energetiche dalla penisola araba, risparmiando di nuovo sui costi di trasporto.

    Inoltre, attraverso il porto pakistano, situato vicino allo stretto di Hormuz dove passa il 40% della fornitura mondiale di petrolio, la Cina può monitorare le attività navali statunitensi e indiane nel Golfo Persico e nel Mar Arabico. Da parte sua, attraverso Chabahar, l’India si garantisce una porta d’ingresso all’Afghanistan bypassando il proprio rivale pakistano, all’Asia centrale e alla Russia, con cui condivide una vicinanza strategica sin dagli anni dell’Unione sovietica. Il porto iraniano consente a sua volta all’India di monitorare le attività navali pakistane e cinesi nella regione dell’Oceano Indiano e nel Golfo persico.

    La necessità indiana di raggiungere l’Asia centrale è giustificata anche dalle poco sfruttate risorse dell’Afghanistan, che comprendono 2,2 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, 60 milioni di tonnellate di rame e 1,4 milioni di tonnellate di terre rare come cerio, neodimio e lantanio, oltre a giacimenti di oro, argento, bauxite, zinco, litio e mercurio. Le sole riserve di carbonite situate nella provincia di Helmand hanno un valore stimato di 89 miliardi di dollari. Al momento, Kabul dipende dai porti pakistani per i propri scambi internazionali. Il porto di Chahbahar fornirebbe invece una via alternativa alle esportazioni afghane, attraverso la ferrovia che collegherebbe la capitale Kabul alle città di Delaram e Zaranj e oltre confine fino a Zahedan, in Iran, e quindi al mare.

    Nonostante i due progetti abbiano obiettivi non dissimili, sono difficilmente paragonabili dal punto di vista economico. In primo luogo, il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato progetti infrastrutturali in Pakistan per 64 miliardi di dollari, secondo l’accordo raggiunto nel 2014 con Islamabad che prevede la realizzazione di una complessa rete di strade, ferrovie e oleodotti per il trasporto di merci, petrolio e gas. Il finanziamento del porto di Chabahar da parte dell’India, secondo il memorandum d’intesa firmato nel 2016 dal primo ministro Narendra Modi e dal presidente Hassan Rouhani, impegna invece New Delhi per soli 85,2 milioni di dollari, che saranno impiegati per costruire un porto per navi porta-container e terminal multiuso. Altri 500 milioni saranno investiti per la realizzazione del corridoio ferroviario, che avrà un costo totale di 1,6 miliardi di dollari.

    Nella foto: il porto di Chabahar

    Anche le tempistiche risultano assai diverse. Lo sviluppo del porto di Gwadar comincia infatti nel 2002, con la prima fase del progetto conclusa già nel 2005 per un costo di circa 200 milioni di dollari. In poco più di quindici anni, questa cittadina di 5.000 abitanti situata su una stretta linea di terra che collega il continente asiatico a una formazione rocciosa in mezzo al mare, ha raggiunto una popolazione di oltre 125mila persone. I lavori a Chabahar sono invece iniziati soltanto lo scorso anno, dopo oltre 13 anni di negoziati tra India e Iran. Il primo progetto proposto da New Delhi risale infatti al 2003.

    Nella foto: la città di Gwadar, in Pakistan

    All’inaugurazione dei lavori nel porto, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha cercato di dissipare le voci di una rivalità tra i due progetti, richiamandosi a una “competizione positiva” con Gwadar e chiedendo un maggiore “impegno e unità” nella regione. Teheran considera i due progetti come complementari tra loro, un’idea confermata dalla presenza alla cerimonia dell’allora ministro pakistano per gli Affari Marittimi nonché presidente della società di gestione del porto di Gwadar, Mir Hasil Khan Bizenjo. Apparentemente, l’Iran ha in programma di esportare elettricità a Gwadar e ha firmato un memorandum d’intesa con il Pakistan per una collaborazione tra i due porti, mentre la Cina ha proposto a Teheran la realizzazione di una ferrovia che colleghi le due infrastrutture.

    I due porti non sono però paragonabili nemmeno in prospettiva. Se Chabahar mira ad aumentare la propria capacità portuale di almeno 8 milioni di tonnellate di merci all’anno, raggiungendo un massimo di 10 o 12 milioni dai soli 2,5 odierni, quella di Gwadar sarà compresa tra i 300 e i 400 milioni di tonnellate una volta raggiunta la massima espansione. Il porto pakistano potrebbe così gestire più delle metà delle merci gestite ogni anno da tutti i 212 porti dell’India, che hanno una capacità complessiva di 500 milioni di tonnellate annue.

    Separatismo e influenze esterne: due porti gemelli

    I due progetti condividono una posizione invidiabile sull’Oceano indiano, che rappresenta però anche un problema: quello del separatismo Balochi. Il confine meridionale tra Iran e Pakistan, che divide la provincia iraniana del Sistan e Baluchistan da quella pakistana del Balochistan, giace su un territorio abitato da una comunità etnica che condivide lingua e religione da entrambi i lati della frontiera.

    L’Iran è un paese con una popolazione di circa 80 milioni di persone, in prevalenza di confessione islamica sciita, ma presenta una minoranza sunnita di diversi milioni abitanti, situati soprattutto nel sud ovest arabo e nel sud est baluchi. Il Pakistan è invece un mosaico etno-linguistico nato dalla partizione dell’impero coloniale britannico in India, sulla scia di un principio basato sulla divisione religiosa. La nascita del paese trova infatti la propria giustificazione nella separazione di due dei tre territori a maggioranza musulmana del Raj britannico dalle aree a prevalenza induista. In Pakistan coesistono così comunità legate alle tribù afghane, di etnia prevalentemente pashtun, popolazioni di etnia Sindh e Punjabi, che condividono le proprie radici al di là della frontiera indiana e la minoranza balochi.

    Le due province sono inoltre ricche di risorse naturali come petrolio e gas. Soltanto il lato pakistano possiede almeno 19 milioni di tonnellate di giacimenti di gas. Qui, la Sui Southern Gas Company possiede una rete di oltre 27.50 chilometri di gasdotti che copre il Baluchistan e la vicina provincia del Sindh. Queste infrastrutture sono state spesso vittima degli attacchi dei separatisi, che hanno cominciato a prendere di mira anche i lavori a Gwadar, con almeno 33 attacchi condotti dal 2009 fino a oggi.

    In passato, l’Iran ha accusato il Pakistan di sostenere il gruppo jihadista Jaish al-Adl, accusato dalle autorità di Teheran di essere legato ad al-Qaeda e di aver condotto numerose operazioni armate nella provincia del Sistan e Baluchistan. Qui, il 16 ottobre, il gruppo jihadista Jaish al-Adl aveva sequestrato 12 guardie di confine e 2 paramilitari iraniani nella zona di frontiera di Lokkader, nell’area di Lolkdan, nel distretto di Mirgawa Mellagh della provincia del Sistan e Baluchistan, a 50 chilometri dalla città di Mirjaveh, al confine con il Pakistan. Al momento, solo cinque rapiti sono stati liberati.

    Il 6 dicembre è andato poi in scena l’attentato condotto a Chabahar, che ha provocato 4 morti, tra cui il capo della polizia locale, rivendicato dal gruppo terroristico Ansar Al-Furqan, che intendeva uccidere il comandante delle Guardie della Rivoluzione iraniana, il generale Qassem Soleimani. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha accusato in seguito alcune non meglio specificate potenze straniere di essere responsabili dell’attacco.

    L’instabilità di questa regione rende difficile la realizzazione di entrambi i progetti, in particolare quello sul lato iraniano, vista l’instabilità dell’Afghanistan, che potrebbe far ritirare gli investimenti indiani. Un altro aspetto da considerare sono i 100 miliardi di dollari di scambi commerciali tra Cina e Iran, soprattutto dal punto di vista delle forniture di petrolio e la proposta di un oleodotto che colleghi i due paesi attraverso il Pakistan, motivo per cui Teheran considera Chabahar un complemento del progetto di Gwadar e non due iniziative in competizione.

    Queste considerazioni non hanno però fermato gli investimenti né gli interessi delle grandi potenze intorno ai due progetti, la cui realizzazione attira l’attenzione anche di Stati Uniti e Russia. A novembre, il segretario di Stato degli Stati Uniti Mike Pompeo ha concesso un’eccezione alle sanzioni imposte all’Iran che consentirà lo sviluppo del porto di Chabahar e la relativa ferrovia in direzione dell’Afghanistan. Nello stesso mese, la Russia ha annunciato lo stanziamento di 3 miliardi di euro per la realizzazione del Corridoio internazionale di trasporti nord-sud (INSTC), che collegherà l’India alla Russia attraverso l’Iran e che passerà proprio da Chabahar. Il Cremlino ha infatti accettato di aprire una linea di credito a favore di Teheran per lo sviluppo del corridoio ferroviario, che partirà dal porto per attraversare poi tutto l’Iran e arrivare a Baku, in Azerbaigian, da dove raggiungerà Astrakhan e poi Mosca e San Pietroburgo. Nonostante la rivalità in Medio Oriente, l’attuale amministrazione degli Stati Uniti non vuole infatti perdere la partita in Asia centrale con la Cina e non disdegna per questo di aiutare indirettamente Teheran per favorire New Delhi, mentre la Russia tenta di riguadagnare terreno in un’area che ha dominato per secoli e che vede ora l’interventismo economico cinese come prevalente. 

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version