In lingua Ayoreo la parola «eami» significa foresta ma anche territorio, flora, fauna e tutto ciò che esiste intorno a loro e di cui fanno parte. Non è solo un luogo in cui abitano, è la loro identità. Purtroppo però la foresta del Gran Chaco scompare più velocemente di qualsiasi altra sulla Terra e nessuno paga un prezzo più alto di questo popolo, l’ultimo del continente americano fuori dall’Amazzonia che non ha mai voluto o potuto incontrare il resto dell’umanità. Vivono in piccoli gruppi nomadi, cacciano tartarughe e cinghiali, raccolgono miele, coltivano zucche e fagioli nel suolo sabbioso e per decenni hanno resistito alle malattie, ai missionari “a caccia” di indigeni e ai bulldozer delle aziende agroindustriali che spianano le loro terre ancestrali ed esportano spesso in Italia. Oggi però gli Ayoreo Totobiegosode, “il popolo del luogo dei cinghiali”, sono ridotti a nascondersi in oasi verdi sempre più piccole, circondati da ogni lato.
«Nella foresta vivevo felice. Prima della deforestazione, avevamo tutto. Quando ho visto i bulldozer ho avuto paura», spiega a TPI uno dei leader Ayoreo, Porai Picanerai, venuto per la prima volta in visita nel nostro Paese. «Temevo che nel futuro le escavatrici sarebbero tornate e avrebbero fatto molto male al mio popolo. E così è stato».
Sotto minaccia
Porai Picanerai è nato nella foresta negli anni Sessanta, in un gruppo incontattato. Ha vissuto come cacciatore-raccoglitore per oltre vent’anni, resistendo a vari tentativi di contatto forzato. Finché una “caccia all’uomo”, organizzata nel 1986 dai missionari evangelici di New Tribes Mission, lo strappò alla foresta. Quei predicatori, che dicevano di voler portare loro salvezza, organizzavano vere e proprie spedizioni per scovare i gruppi incontattati e costringerli ad abbandonare il proprio credo. Molti Ayoreo rimasero uccisi, altri morirono falciati da malattie come la tubercolosi, contro cui non avevano difese immunitarie. Nei due anni successivi al contatto, in media, la metà di una tribù incontattata muore. In certi casi, muoiono tutti. Porai, invece, sopravvisse e da allora non ha mai smesso di combattere.
«Quando non c’era il disboscamento, vivevo tranquillamente nella foresta (incontattato, ndr), non mi mancava nulla. Poi sono arrivati la deforestazione e i missionari. Siamo stati costretti ad abbandonare il nostro stile di vita e le nostre credenze. Questo ci ha resi infelici», ci spiega Porai. «Cacciavamo tartarughe, maiali e armadilli dalle tre fasce, mangiavamo cuori di palma, coltivavamo zucche, poroto (fagioli, ndr), raccoglievamo miele e altro», ricorda. «Ora non abbiamo più accesso a tutto il nostro territorio. Quelli di noi che vivono nelle comunità devono comprare il cibo dai bianchi. Mi manca il cibo della foresta».
Al suo fianco c’è Darajidi Rosalino Picanerai, insegnante e leader ad interim della comunità di Arocojadi, uno dei guardiani del territorio Ayoreo, che conduce regolarmente missioni di monitoraggio nella foresta per documentare lo stato delle invasioni e denunciare l’avanzata della deforestazione ai danni del suo popolo. «Troviamo molta deforestazione, mucche, recinzioni, persone che si sono insediate sulla nostra terra con il loro bestiame e si sono costruite delle case», ci racconta Darajidi. «Una volta abbiamo trovato anche un dispositivo per organizzare corse di cavalli. Le aziende presenti sono le peggiori perché sono quelle che deforestano di più e molte volte non ci permettono neppure il passaggio nel nostro stesso territorio».
Dal 2004, anno dell’ultimo contatto diretto, non ci sono stati più incontri con i loro parenti incontattati, i cui segni però sono inequivocabili. Case abbandonate in tutta fretta, lance da caccia, cortecce intagliate e tronchi scavati per estrarre il miele raccontano una presenza ancora viva nel Gran Chaco. Ma la distanza con il resto del mondo, comprese le comunità stanziali dei Totobiegosode, si sta allargando mentre le famiglie incontattate non sono ormai più di una dozzina. «L’ultimo gruppo uscito dalla foresta è stato costretto a farlo perché non ce la faceva più. Era il 2004. Raccontano di aver avuto paura del rumore delle mandrie, perché dove c’erano mucche c’erano anche i “cojnone” (persone non Ayoreo, ndr) e avevano timore anche dei motori che stavano distruggendo la foresta», ci racconta Darajidi, che non ha perso la speranza. «Sappiamo con certezza che nella foresta ci sono ancora tanti gruppi di nostri parenti, che si tengono nascosti».
Eppure nel gennaio e febbraio del 2021 accadde qualcosa di straordinario. Un gruppo di Ayoreo incontattati si avvicinò di notte a una comunità di parenti stanziali, senza farsi vedere. Si misero a cantare e attraverso il canto, uno dei linguaggi più carichi di significato per la cultura di quel popolo, raccontarono le proprie paure. Era un grido d’allarme che nessun governo raccolse.
«Mantenendosi nascosti, ci hanno detto dei rumori assordanti che sentono nella foresta, i bulldozer, le mandrie, etc. Ci hanno detto che la sciamana aveva avuto una visione, che aveva sognato che la deforestazione sarebbe aumentata e li avrebbe schiacciati», ci rivela Porai, che non ha mai smesso di pensare ai suoi parenti rimasti nella foresta. «Facciamo tutto quello che possiamo per aiutarli in modo indiretto, perché sono incontattati, non possono difendersi da soli e non vogliamo trasmettergli malattie. Per questo proteggiamo il nostro territorio».
Trent’anni di lotte
Le formali rivendicazioni territoriali degli Ayoreo Totobiegosode sono state presentate nel 1993 al governo di Asunción. Soltanto nel 2001 però le autorità locali hanno riconosciuto 550mila ettari dell’Alto Paraguay come Patrimonio Naturale e Culturale di questo popolo. Ma dopo trent’anni di battaglie legali il trasferimento dei titoli di proprietà ha interessato solo alcune migliaia di ettari, spesso appezzamenti separati, insufficienti per permettere ai gruppi incontattati di muoversi liberamente nel loro territorio ancestrale. Il resto è ancora nelle mani di latifondisti e allevatori che minacciano la foresta. Nel 2016 l’Istituto Forestale Nazionale paraguaiano (Infona) ha sospeso i piani di modifica di destinazione d’uso del suolo, rendendo illegale la deforestazione in quest’area. Nello stesso anno, la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha varato una serie di misure cautelari, ordinando allo Stato paraguaiano di proteggere il territorio. Ma non è cambiato molto.
«Continuiamo a lottare perché, se non fermiamo la deforestazione, i nostri parenti che vivono incontattati nella foresta moriranno. Ne hanno bisogno per sopravvivere, e anche noi. Dobbiamo pensare a proteggere il nostro territorio per loro; il governo del Paraguay non fa nulla per proteggerlo, anzi, concede licenze alle aziende per continuare a deforestare», denuncia Darajidi a TPI. Nell’ottobre scorso infatti due aziende che operano nel territorio, la Carlos Casado S.A. e la Yaguareté Porã S.A., hanno chiesto al governo nuove autorizzazioni per deforestare altre aree nel cuore del Patrimonio Naturale e Culturale degli Ayoreo. «Poche settimane fa hanno approvato lo studio di impatto ambientale per la Carlos Casado, che vuole disboscare», ci rivela l’insegnante. «Quella terra si trova nel cuore del nostro territorio: se dovessero deforestare lo dividerà in due e i nostri parenti in isolamento non saranno in grado di sopravvivere» aggiunge, ricordando gli effetti delle ruspe. «Gli Ayoreo Totobiegosode incontattati vivevano terrorizzati, scappavano dalle macchine che disboscavano. Deforestavano ovunque e loro correvano a nascondersi da un’altra parte».
A marzo poi qualcosa si è rotto. Per la prima volta un centinaio di Ayoreo, molti contattati con la forza tra il 1979 e il 2004, hanno bloccato un’importante arteria stradale paraguaiana per protestare contro la distruzione del loro territorio, il rifiuto del governo di restituire loro la terra, la mancanza di adeguata assistenza sanitaria e di accesso sicuro a cibo e acqua, e il sostanziale confino in comunità remote, difficilmente raggiungibili.
«Abbiamo deciso di farlo perché lo Stato paraguaiano non ci ascolta», ci spiega Porai. «Prima ha costretto con la forza gli Ayoreo Totobiegosode al contatto, a uscire dalla foresta e a vivere come loro e poi ci ha abbandonato. Non ci sostiene in nulla. Non ci restituisce il nostro territorio, lo dà alle aziende. Non ci sostiene neppure quando ci sono piogge e problemi con la comunità, o mancanza di acqua o di cibo. Per questo abbiamo bloccato la strada: viviamo una situazione di emergenza e in Paraguay le autorità ci ignorano», aggiunge il leader Ayoreo, secondo cui la mobilitazione non è finita. «Sono venuti a trovarci alcuni funzionari e ci hanno detto che ci avrebbero aiutato. Ma per ora non lo hanno fatto».
Dal Chaco a Roma e Milano
Fin qui sembra una storia lontana ma il legame con l’Italia è molto concreto e si può misurare in tonnellate. Il nostro Paese infatti è il maggiore importatore mondiale di pelli paraguaiane, ricevendo oltre la metà di tutte le esportazioni di Asunción del settore e il 99% di quelle destinate all’Unione europea. Parliamo di migliaia di tonnellate di cuoio ogni anno, destinate all’industria automobilistica, alla moda, all’arredamento di lusso. Tra il gennaio dell’anno scorso e il febbraio di quest’anno, secondo i dati raccolti dall’ong britannica Earthsight, l’82% delle importazioni italiane di pellame paraguaiano, pari a oltre 12 milioni di dollari, proveniva da aziende già segnalate nel 2020 per i loro legami con attività di accaparramento di terre altrui e deforestazione illegale nel Chaco.
Così il 21 aprile, per la prima volta nella storia, Porai e Darajidi hanno attraversato l’Oceano con il sostegno dell’ong Survival International per raccontare di persona agli italiani cosa sta succedendo nella loro foresta. A Roma sono stati ascoltati dal Comitato per i Diritti Umani della Camera dei Deputati, presieduto da Laura Boldrini, che si è impegnata a inviare una lettera al ministro degli Esteri Antonio Tajani per sollecitare un’attenzione concreta per il popolo Ayoreo. Nella capitale sono stati anche ricevuti alla Farnesina e persino al Vaticano. A Milano, invece, hanno manifestato davanti alla sede dell’Unione delle Concerie Italiane (Unic), che non li ha ricevuti, consegnando una lettera-appello alla direzione. Insieme ai manifestanti, Porai e Darajidi hanno intonato slogan come “Non sulla pelle degli Ayoreo” e “Il vostro pellame finirà per uccidere il nostro popolo”.
«L’ambasciatrice (del Paraguay, ndr) ha cancellato il nostro incontro a Roma», ci spiega Porai. «Ma è stato meglio così, perché è proprio quello che succede in Paraguay». «Qui ci ascoltano e ci ricevono. In Paraguay non ci ricevono così, né ci lasciano parlare della deforestazione del territorio e neppure degli Ayoreo Totobiegosode isolati. Li infastidisce. Dobbiamo parlare con altri Paesi perché il nostro non ci considera e, peggio ancora, autorizza la deforestazione, anche se questo va contro la legge paraguaiana e le misure precauzionali emesse dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani», ci racconta, invece, Darajidi. «Il Comitato per i Diritti Umani della Camera ci ha ascoltato attentamente e ha annunciato che parlerà con il ministro degli Esteri (Antonio Tajani, ndr) per chiedergli di richiamare l’attenzione sulle nostre rivendicazioni territoriali presso il governo del Paraguay. Il Vaticano ha condiviso la nostra preoccupazione e ci ha offerto supporto locale nel nostro Paese; al ministero degli Esteri ci hanno ascoltato attentamente e ci hanno assicurato che avrebbero condiviso le informazioni con gli organi competenti, affinché il nostro caso venisse preso in considerazione, come esempio, nei negoziati europei».
Le lobby, il lusso e l’Ue
Eppure le pressioni per mantenere lo status quo sono enormi. Il Regolamento Ue sulla deforestazione (Eudr) dovrebbe entrare in vigore a dicembre e imporrebbe la tracciabilità completa delle materie prime lungo tutta la filiera. Per l’industria conciaria, il rischio è dover dimostrare da dove provengono le pelli lavorate. Così le lobby si sono messe al lavoro per escludere il cuoio dalla legislazione.
Negli ultimi cinque anni, secondo una recente inchiesta dell’ong Global Witness, l’associazione italiana di categoria Unic e la Confederazione europea di settore Cotance hanno speso 1,5 milioni di euro per “convincere” le istituzioni comunitarie. Tra i più attivi c’è Fabrizio Nuti, presidente del gruppo conciario toscano Nuti Ivo, di cui la francese Lvmh ha acquisito una quota di controllo nel 2023.
Il manager, che è anche presidente di Unic e vicepresidente di Cotance, è pure proprietario di Parpelli, il marchio principale della conceria Lecom, situata alla periferia di Asunción, separata dal gruppo toscano. L’azienda paraguayana, secondo Global Witness, acquisterebbe pelli da macelli locali che a loro volta si rifornirebbero da allevamenti di bestiame responsabili del disboscamento di migliaia di ettari del Gran Chaco, comprese alcune aree rivendicate dagli Ayoreo Totobiegosode. Un’accusa che è stata categoricamente negata e respinta al mittente sia dalla conceria Lecom che dai suoi fornitori come Frigorífico Concepción e Minerva Foods, che hanno ribadito l’impegno ad approvvigionarsi «da aree libere dalla deforestazione». Da parte loro, sia Lvmh che Nuti Ivo hanno categoricamente negato qualsiasi attività di lobbying diretta contro l’Eudr, ricordando come il gruppo francese si sia da anni posto l’obiettivo di deforestazione zero e come la conceria toscana abbia interrotto gli approvvigionamenti dal Sud America.
Intanto Fabrizio Nuti ha incontrato il vicepremier Antonio Tajani, con cui il Comitato per i Diritti Umani della Camera ha promesso a Porai e Darajidi di «parlare». Dopo l’incontro il capo della Farnesina ha scritto alla Commissione europea chiedendo l’esclusione del cuoio dal Regolamento Eudr, definendola una «questione esistenziale» per le nostre concerie, che danno lavoro a quasi 18mila persone e costituiscono circa il 65% dell’industria europea. Ma Nuti ha incontrato europarlamentari di tutto lo spettro politico, come l’ex sindaco Pd di Firenze, Dario Nardella; l’ex capogruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio regionale toscano, Francesco Torselli; e l’ex primo cittadino di Forza Italia a Fondi, Salvatore De Meo. A Roma ha visto persino il presidente del Paraguay, Santiago Peña, mentre a febbraio ha dichiarato pubblicamente che il Regolamento Eudr rappresenta «un problema molto serio» per il settore conciario.
L’argomento è sempre lo stesso, sostenuto da uno studio condotto dalla Scuola Superiore Sant’Anna dell’Università di Pisa: il pellame è un sottoprodotto dell’industria alimentare e ci sarebbe comunque, anche senza le concerie. Ma gli effetti sull’ecosistema e le culture indigene sono innegabili e gli Ayoreo ne sono la prova vivente. Circondati dagli allevamenti che hanno occupato il loro territorio, molti non hanno altra scelta che lavorare come braccianti sottopagati, spesso nelle stesse aziende che spianano la loro terra. La deforestazione significa perdita di cibo, piante medicinali, di spazio fisico e spirituale. Nelle comunità stanziali dilagano diabete, malattie muscoloscheletriche e patologie respiratorie croniche, conseguenza di un’alimentazione impoverita e di uno stile di vita forzatamente sedentario.
Tracciabilità o invisibilità?
Da parte sua, nei primi mesi dell’anno, il governo del Paraguay ha lanciato Retsa Py, un nuovo sistema di tracciabilità socio-ambientale per le esportazioni di carne e cuoio, presentato come uno strumento volto a garantire la conformità alle regole europee. Sembra un passo avanti ma il sistema copre solo un terzo del settore e si fonda su database in gran parte non aggiornati. Per chi vive nella foresta senza alcuna registrazione anagrafica e senza titoli di proprietà, la tracciabilità rischia di diventare l’ennesima forma di invisibilità istituzionalizzata.
Dall’altra parte del mondo, il Leather Working Group, il principale sistema di certificazione volontaria del settore, non richiede che le pelli siano tracciabili fino all’allevamento specifico in cui sono cresciuti i bovini. La Confederazione europea di settore Cotance, che insieme a Lineapelle ha contribuito a lanciare nel 2022 il “Leather Traceability Cluster” per standardizzare i sistemi di monitoraggio, ha però precisato che la sua posizione a favore dell’esclusione del cuoio dal Regolamento Eudr non contraddice affatto l’impegno sulla tracciabilità del pellame, indicato invece come una priorità strategica per l’intera categoria. Nulla di tutto questo però può bastare.
«Affinché gli Ayoreo che vivono in isolamento possano sopravvivere, lo Stato paraguaiano deve restituirci il nostro territorio. È l’unica strada», commenta Darajidi, che ha ammesso di non conoscere il nuovo sistema di tracciabilità socio-ambientale paraguaiano. «Finché il territorio sarà in mano alle aziende, gli Ayoreo Totobiegosode vivranno minacciati e spaventati. So che oggi nel territorio dei Totobiegosode (incontattati, ndr) ci sono delle mandrie. In futuro la situazione peggiorerà: la strada bi-oceanica sta avendo un impatto sul nostro popolo, perché interessa il nostro territorio. Non ha un impatto solo su di noi, ma anche su altri popoli del Chaco. Attraverso quella strada, i camion trasporteranno molte più mucche. Il nostro futuro peggiorerà».
L’appello agli italiani
Intanto però, mentre i parenti incontattati di Porai e Darajidi si nascondono ancora da qualche parte nella foresta e i bulldozer che gli Ayoreo chiamano «bestie con la pelle di metallo» non si fermano, entrambi ci tengono a rivolgere un appello ai consumatori italiani.
«Assicuratevi che il pellame che comprate non provenga da territori indigeni deforestati», ci dice Porai. «Se la vostra gente sapesse che il nostro popolo rischia di morire a causa della deforestazione, non vorrebbe comprare certi prodotti». «Chiedetevi da dove provengono i materiali con cui è fatto un prodotto in pelle. Se arrivano dal territorio degli Ayoreo, o dal Chaco, che è colpito dalla deforestazione, allora per i popoli indigeni è un male», gli fa eco Darajidi. «Impatta sulla nostra salute, su quella dei nostri fratelli e sorelle che vivono nella foresta, sulla nostra casa».