L’Unione europea ha condannato con fermezza la pubblicazione dei bandi di gara da parte del governo israeliano per il progetto edilizio E1 a est di Gerusalemme, chiedendone l’immediato ritiro poiché la costruzione di oltre mille alloggi rischia di spezzare in due la Cisgiordania e azzerare ogni prospettiva per la soluzione a due Stati. L’intervento del braccio diplomatico dell’Ue giunge in una fase di profonda instabilità per l’intera regione, segnata da tensioni crescenti e dal recente passaggio dell’E1 da semplice piano approvato dal governo di Tel Aviv a una vera e propria gara d’appalto attiva.
Il bando
Il 17 agosto scorso il governo israeliano ha pubblicato un bando di gara per le prime 1.234 unità abitative nell’area E1, che costituiscono il lotto iniziale delle 3.401 unità previste complessivamente nella zona situata a est di Gerusalemme. Il giorno successivo, 18 agosto, la gara è stata aperta ufficialmente alle offerte, ponendo come termine ultimo per la presentazione delle candidature la data del 19 ottobre, ovvero esattamente otto giorni prima delle elezioni politiche israeliane in programma il 27 ottobre.
Il progetto E1 è al centro di analisi e dibattiti da diversi decenni, durante i quali i reiterati tentativi di avviare i lavori sono stati più volte rinviati o bloccati, quasi sempre a causa delle intense pressioni internazionali. Tuttavia, proprio in questi ultimi giorni di agosto si è registrato un passaggio di fase sostanziale: l’E1 non è più soltanto un disegno pianificato, ma è diventato un processo d’asta concreto e in piena attività. In questo momento, gli sviluppatori immobiliari possono preparare le proprie offerte, richiedere le garanzie bancarie necessarie e organizzare i relativi finanziamenti. Una volta chiusa la finestra per la presentazione delle domande, l’esecutivo potrà selezionare gli aggiudicatari nel giro delle prossime settimane e procedere verso accordi vincolanti, segnando un salto di qualità decisivo rispetto al passato.
La soglia del 19 ottobre
La scadenza del 19 ottobre rappresenta quasi un punto di non ritorno. In quella data, o nel giro di qualche giorno da quella data, verranno individuati i vincitori dell’asta e, con l’entrata in vigore delle intese vincolanti, si verificherà la costituzione formale di diritti di terzi. A quel punto, costruttori, banche e altri istituti finanziari acquisiranno precisi interessi contrattuali ed economici, circostanza che limiterà in maniera drastica la capacità di un futuro governo di revocare le scelte già compiute.
Per ora, l’E1 rimane comunque solo un progetto e l’esecutivo conserva la facoltà di bloccare la gara, ma il margine temporale per farlo prima di assumere impegni vincolanti con soggetti economici privati si sta riducendo progressivamente. Le imprese edili devono presentare specifiche garanzie bancarie anche solo per poter partecipare al bando. Successivamente alla selezione, l’azienda vincitrice stipulerà il finanziamento per l’acquisto del terreno e l’esecuzione dei lavori, ricorrendo a un prestito edilizio. Le banche, di conseguenza, entrano a pieno titolo nel processo ben prima che scatti la fase dei cantieri reali.
Poiché gli istituti di credito operano regolarmente sui mercati internazionali e fanno perno su istituzioni finanziarie estere, esse non potrebbero continuare la propria operatività ordinaria qualora venissero colpite da sanzioni internazionali. Se il finanziamento del piano E1 dovesse mettere a rischio le loro attività oltreconfine, i gruppi bancari si vedrebbero costretti a valutare con estrema serietà questo fattore di rischio.
Valore strategico
Per comprendere le ragioni di tanta preoccupazione attorno all’E1, basta considerare la sua posizione strategica di estrema rilevanza in Cisgiordania, situata esattamente tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumim. Qualora la costruzione venisse portata a termine, Ma’ale Adumim si collegherebbe ancora più strettamente a Gerusalemme, tagliando fuori Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania e frantumando la continuità territoriale palestinese tra il nord e il sud.
Costruire in quella striscia di terra significa spezzare fisicamente i Territori palestinesi. Tanto che per rendere il piano digeribile dal punto di vista logistico, Tel Aviv ha finanziato con 335 milioni di shekel una tangenziale per i palestinesi, permettendo agli israeliani di viaggiare verso Gerusalemme “senza barriere”. Il principale oppositore di Netanyahu e favorito alle prossime elezioni, Naftali Bennett, la chiamava “la strada della sovranità”. I ricercatori delle ong locali Peace Now e Kerem Navot l’hanno invece ribattezzata “la strada dell’apartheid”.
È per questo motivo che per decenni l’E1 è stata considerata alla stregua di una linea rossa invalicabile. Nel momento in cui il piano per l’E1 venne annunciato nell’agosto dell’anno scorso, fu proprio il ministro delle Finanze e leader del partito di estrema destra Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich, a dichiarare in modo esplicito la portata politica dell’iniziativa, affermando che “questa realtà seppellisce definitivamente l’idea di uno Stato palestinese”. Una volta edificata la zona, la geografia della Cisgiordania verrebbe ridisegnata in un modo tale da rendere estremamente più difficile il raggiungimento di un accordo praticabile sulla soluzione a due Stati.
La reazione diplomatica
Di fronte allo sblocco dei bandi, la reazione della diplomazia internazionale non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, ha condannato fermamente la gara d’appalto definendola “un atto inaccettabile e distruttivo”. Il Regno Unito ha convocato l’Incaricato d’Affari israeliano e lo stesso Miliband ha riferito di aver comunicato direttamente al ministro degli Esteri Gideon Sa’ar che Israele dovrebbe arrestare il progetto E1 e ritirare il bando. Londra ha inoltre preannunciato la presentazione, nelle prossime settimane, di un pacchetto articolato di contromisure che comprenderà sanzioni rivolte a chi partecipa all’espansione degli insediamenti. Intanto, in una nota di condanna firmata anche dai governi di Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Canada, Belgio, Svezia, Australia e Nuova Zelanda, Downing Street ha minacciato “conseguenze legali e reputazionali” per Israele e le aziende intenzionate a partecipare al bando.
Allo stesso tempo, anche gli esecutivi europei stanno affrontando il tema delle possibili risposte, comprese sanzioni che potrebbero scattare prima dello svolgimento delle elezioni israeliane. Attraverso una nota redatta dal proprio braccio diplomatico, l’Unione europea ha evidenziato come la pianificata costruzione “dividerà in due la Cisgiordania, isolando Gerusalemme Est”, riducendo ulteriormente “la fattibilità di una soluzione a due Stati”.
La posizione europea prende in esame anche il contesto generale della regione, rilevando che “Questi sviluppi avvengono mentre la Cisgiordania registra un’ulteriore instabilità e livelli record di violenza dei coloni. In questo contesto, prendiamo atto delle recenti accuse mosse dai magistrati israeliani contro alcuni autori di tali violenze”. Alla luce di ciò, l’Unione europea rivolge un appello chiaro a Israele affinché si adoperi per “ritirare il bando di gara, bloccare i suoi piani per l’E1 così come tutti gli altri progetti di espansione degli insediamenti e garantire l’accertamento delle responsabilità per la violenza dei coloni”.
Molti governi hanno già messo in guardia le aziende sui rischi legali e d’immagine derivanti dal coinvolgimento nei cantieri. Se per gli sviluppatori locali tali avvisi potrebbero risultare di scarso impatto, un’estensione esplicita delle avvertenze agli istituti di credito modificherebbe gli equilibri. Non vi è la certezza che tale pressing riesca a bloccare l’iter, ma esso introduce un ulteriore livello di condizionamento esterno in grado di incidere sul futuro dell’E1.
Corsa contro il tempo
Il progetto non ha ancora varcato la soglia dell’irreversibilità. Nonostante l’evidente accelerazione impressa in queste settimane, il governo israeliano, infatti, ha tecnicamente le mani libere e potrebbe decidere da un momento all’altro di fare un passo indietro, congelando la procedura di gara. Dal canto loro, gli attori internazionali mantengono un pressing costante, sperando che la minaccia concreta di sanzioni sortisca lo stesso effetto deterrente del passato. Anche guardando al lato puramente operativo, la macchina non è ancora arrivata a un punto di rottura: gli sviluppatori immobiliari non sono stati formalmente scelti e i grandi istituti di credito stanno soltanto ora muovendo i primi passi in quel complicato iter che trasforma un semplice bando in cantieri aperti. Eppure, il meccanismo si è ormai messo in moto. La gara d’appalto resta attiva e i giorni scorrono veloci, scandendo una vera e propria corsa contro il tempo. Più ci si avvicina alla firma di accordi privati vincolanti, radicando così interessi economici e contrattuali che sarebbe difficile smantellare per qualsiasi esecutivo futuro, più lo spiraglio per fermare il progetto prima che le ruspe entrino in azione si assottiglia.