Il governo di Israele stanzierà, nel corso dei prossimi anni, circa un miliardo di shekel, pari a oltre 292,7 milioni di euro (quasi 338 milioni di dollari), per finanziare la costruzione di 61 colonie illegali nei Territori palestinesi occupati. Un piano che, per portata finanziaria e logica politica, rappresenta una delle iniziative di espansione degli insediamenti più significative degli ultimi decenni.
Mentre l’amministrazione statunitense del presidente Donald Trump, le cancellerie in Europa e i regimi mediorientali sono tutti concentrati sull’escalation della guerra all’Iran, il gabinetto del premier israeliano Benjamin Netanyahu si è riunito oggi alle dodici nella città settentrionale di Nof HaGalil per approvare un provvedimento molto caro ai partiti di estrema destra della sua coalizione di governo, in previsione delle elezioni politiche che si terranno entro il 27 ottobre di quest’anno.
I dettagli del provvedimento sono emersi grazie a una bozza del piano ottenuta dal giornalista Barak Ravid e a un’inchiesta pubblicata dal quotidiano israeliano The Marker. Curioso, invece, che non figurassero, neanche schematicamente, sul sito ufficiale della segreteria del governo, nonostante la questione fosse formalmente all’ordine del giorno della riunione odierna. Una circostanza che la dice lunga sul modo in cui l’esecutivo Netanyahu ha voluto gestire l’approvazione della proposta, caldeggiata soprattutto dal ministro delle Finanze nonché leader del partito di estrema destra “Sionismo Religioso”, Bezalel Smotrich, che prevede il finanziamento simultaneo di alloggi, infrastrutture e servizi pubblici in decine di colonie approvate dal governo negli ultimi tre anni nella Cisgiordania occupata.
Cosa prevede il piano
Oltre 500mila coloni, secondo i dati raccolti dall’ong israeliana Peace Now, vivono nei Territori occupati, dove risiedono più di 2,93 milioni di palestinesi. Almeno 141 insediamenti illegali sono stati ufficialmente istituiti dal governo di Tel Aviv in Cisgiordania, Gerusalemme Est esclusa, di cui 103 creati dal ritorno al governo di Benjamin Netanyahu con la sua coalizione di estrema destra nel dicembre 2022. Alcuni di questi non erano altro che estensioni di colonie preesistenti, allargatesi a ulteriore danno dei territori palestinesi, mentre altri erano stati creati come avamposti abusivi senza il permesso ufficiale di Tel Aviv. Ora l’investimento previsto dal piano del governo israeliano è destinato a sostenere lo sviluppo di almeno 61 di questi siti.
Per ciascuno, la Divisione Insediamenti dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che gestisce centinaia di chilometri quadrati di territorio in Cisgiordania per conto dello Stato ebraico, finanzierà la costruzione di 15 soluzioni residenziali provvisorie e di altre due adibite a funzioni pubbliche. Niente di più spartano, almeno in apparenza. Accanto a queste strutture temporanee, infatti, il ministero dell’Edilizia abitativa di Tel Aviv riceverà centinaia di milioni di shekel per realizzare le infrastrutture necessarie agli insediamenti permanenti che sorgeranno in un secondo momento. Parliamo di movimento terra e opere come strade, fognature e reti di approvvigionamento idrico. Una quota dei fondi sarà poi destinata ai cosiddetti “facilitatori comunitari”, figure pagate per accompagnare il “nucleo iniziale di insediamento” di ciascun sito, persone il cui compito è, in sostanza, trovare le famiglie disposte ad andarci a vivere per prime.
Tutto questo si innesta su una decisione presa appena la settimana scorsa tramite un sondaggio telefonico tra i ministri del governo israeliano, una procedura che consente di approvare provvedimenti senza riunire fisicamente il gabinetto. Così l’esecutivo era già riuscito ad approvare lo stanziamento di più di 152 milioni di shekel (pari a circa 44,4 milioni di euro) per la cosiddetta “regolamentazione urbanistica iniziale” di 69 insediamenti individuati tra il 2023 e il 2025, oltre alla preparazione dei piani territoriali regionali per lo sviluppo degli insediamenti in Cisgiordania. Tra i siti interessati figurano “quartieri” di colonie preesistenti promossi a comunità autonome con bilanci e istituzioni proprie, avamposti illegali già operativi e nuovi progetti ancora da costruire. Con quella decisione si avviava la fase di pianificazione urbanistica mentre con quella odierna si passa direttamente all’attuazione.
La posizione dei 61 insediamenti, poi, non è casuale. Alcuni si trovano lungo l’autostrada 90 nella valle del Giordano, l’arteria che scorre parallelamente al confine con la Giordania, altri sulle colline a sud di Hebron o in aree dove esistono già altre colonie, con cui andranno a connettersi, occupando i vuoti rimasti aperti nella mappa della Cisgiordania occupata e minando così ulteriormente, forse in modo irreversibile, la prospettiva di un futuro Stato palestinese con un territorio contiguo.
Corsa contro il tempo
La logica dietro l’intera operazione è infatti quella del fatto compiuto. Anziché attendere la fine dell’iter burocratico previsto dalla legge, che malgrado l’interpretazione di Tel Aviv viola comunque il diritto internazionale, il governo Netanyahu crea realtà fisiche sul terreno mentre le procedure di pianificazione sono ancora in corso. Insomma, prima si costruisce e poi si regolarizza. O forse no, se mai dovesse cambiare l’esecutivo, ma ormai non importerà più perché insediamenti e coloni saranno una realtà inestirpabile. Una storia già vista in Cisgiordania, dove quasi tutto ciò che nasce come temporaneo ha la tendenza a diventare permanente: una roulotte diventa una casa, una casa un quartiere, un quartiere un insediamento e così si perde l’ennesima battaglia sul fronte diplomatico per la pace.
Anche la tempistica non è un dettaglio da poco, anzi rappresenta il cuore politico dell’intera operazione. Il governo Netanyahu sta cercando di blindare questi finanziamenti prima delle prossime elezioni, a cui il premier intende ricandidarsi alla guida dell’esecutivo. Quasi tutti i sondaggi condotti negli ultimi due anni mostrano che la sua coalizione di estrema destra potrebbe non riuscire a ottenere la maggioranza alla Knesset. Con un altro Parlamento e un nuovo governo potrebbe essere più difficile approvare stanziamenti di questa portata, soprattutto in una fase internazionale tanto complessa, sia dal punto di vista diplomatico che economico. D’altronde, secondo i calcoli dell’ong Peace Now, in questi anni l’estrema destra israeliana non ha lesinato finanziamenti ai coloni. Dal ritorno al potere dell’attuale premier nel dicembre del 2022, il suo esecutivo ha investito un totale di circa 20,7 miliardi di shekel, più di 6 miliardi di euro, nelle colonie. Senza contare la nuova legge approvata questo mese dalla Knesset che introduce, sotto forma di integrazioni salariali, benefici fiscali per decine di insediamenti, con un costo stimato in circa 130 milioni di shekel (più di 38 milioni di euro) all’anno. Cifre e provvedimenti che sfidano la possibilità di una soluzione a due Stati.