Il Corpo delle Guardie rivoluzionarie dell’Iran ha annunciato oggi la chiusura dello Stretto di Hormuz, dichiarando che il passaggio delle navi è tornato alle “condizioni precedenti al cessate il fuoco” con gli Stati Uniti, accusati di aver violato gli accordi mantenendo il blocco navale imposto dal presidente Donald Trump nel canale, la cui riapertura era stata annunciata soltanto ieri. La notizia è stata resa nota dal comando militare congiunto dei Pasdaran in un comunicato letto oggi in diretta dall’emittente televisiva statale iraniana Irib, in cui le Guardie rivoluzionarie islamiche accusano gli Stati Uniti di “atti di pirateria e furto marittimo sotto le mentite spoglie di un cosiddetto blocco” navale.
“Il controllo dello Stretto di Hormuz è tornato al suo status precedente e questa via d’acqua strategica è ora sotto la stretta gestione e il controllo delle forze armate (dell’Iran, ndr). Fino a quando gli Stati Uniti non ripristineranno la piena libertà di navigazione per le navi dirette dall’Iran verso le loro destinazioni e viceversa, lo status dello Stretto rimarrà invariato”, ha affermato nella nota il portavoce del quartier generale del comando militare Khatam al-Anbiya dello Stato Maggiore delle Forze armate, Ebrahim Zolfaqari. “La Repubblica Islamica dell’Iran, in linea con gli accordi precedenti e in piena buona fede nei negoziati in corso, ha acconsentito al passaggio di un numero limitato di petroliere e navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz”.
Nelle ultime ore, secondo i dati raccolti dal portale Marine Traffic e confermati dall’emittente britannica Bbc, almeno cinque petroliere, tutte sanzionate dagli Stati Uniti, hanno attraversato lo Stretto, mentre altre navi che tentavano di superare Hormuz sono state costrette a tornare indietro. Dall’inizio del blocco, secondo quanto annunciato sui social dal Comando centrale delle forze armate Usa (Centcom), “21 navi hanno obbedito agli ordini delle forze statunitensi e sono tornate in Iran”. Questa via d’acqua, attraverso cui prima del conflitto transitava circa un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale, resta il principale punto di pressione nelle mani di Teheran nello scacchiere negoziale con Washington.
Quadro complicato
La mossa di Teheran arriva all’indomani dell’annuncio della riapertura completa dello Stretto al traffico commerciale, che aveva fatto sperare in una distensione tra Iran e Stati Uniti e provocato un calo dei prezzi del petrolio e un rimbalzo delle Borse europee e americane, dopo cinque settimane di guerra devastante per l’economia globale. Il presidente Donald Trump aveva accolto con favore la notizia sul suo social Truth con un “Grazie!”, specificando però che il blocco navale americano dei porti iraniani sarebbe rimasto “pienamente in vigore” fino alla conclusione dei negoziati con la Repubblica islamica.
La crisi si inserisce in un quadro diplomatico ancora estremamente fragile. I colloqui tra Teheran e Washington proseguono sotto l’egida del Pakistan, che sta organizzando un secondo round di trattative dopo il primo incontro fallito lo scorso fine settimana a Islamabad. Tra i problemi da risolvere resta il destino dell’uranio arricchito rimasto sepolto nelle centrali di Fordow e Natanz, colpite lo scorso giugno dai raid ordinati da Donald Trump. Lo stesso presidente Usa ha sostenuto che Teheran avrebbe accettato di cedere questo materiale a Washington, ma Teheran ha smentito categoricamente.
Fronte libanese
Intanto però il cessate il fuoco di dieci giorni mediato dagli Usa tra Israele e Hezbollah sembra reggere, nonostante le tensioni. Dal suo social Truth il presidente statunitense ha intimato a Tel Aviv di non bombardare più il Libano. “È loro VIETATO dagli Stati Uniti. Basta!!!”, aveva scritto ieri Trump, scioccando il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Ciononostante, l’agenzia di stampa nazionale libanese Nna ha segnalato almeno un morto e tre feriti in un raid aereo condotto ieri sera nel sud del Paese dalle forze armate dello Stato ebraico (Idf), che però non hanno commentato.
Il Libano, secondo il presidente Joseph Aoun, lavora ora a “un accordo permanente” con Israele, mentre i profughi hanno cominciato a fare ritorno nelle loro case nel sud del Paese e nei sobborghi meridionali di Beirut, ignorando gli avvertimenti del governo israeliano. Il premier Benjamin Netanyahu ha avvisato infatti la popolazione che Tel Aviv “non ha ancora terminato” il lavoro per garantire il disarmo di Hezbollah, mentre il movimento sciita ha annunciato che i suoi combattenti tengono “il dito sul grilletto”.