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    L’Iran abbatte un altro drone Usa e il Pentagono ammette la carenza di missili: Trump nega e apre ai colloqui, Teheran rifiuta ma la Cina tenta la mediazione

    Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

    Continuano le schermaglie nello Stretto di Hormuz tra le forze di Washington e la Repubblica islamica, alimentando il rialzo dei prezzi del petrolio. La diplomazia internazionale però prova a riaprire le trattative

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 15 Set. 2026 alle 13:14

    I Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran hanno rivendicato l’abbattimento di un altro drone statunitense nelle acque dello Stretto di Hormuz, dove è stata colpita un’altra nave mercantile e prosegue il blocco navale imposto dalle forze armate degli Stati Uniti alla Repubblica islamica.
    Gli ultimi scontri segnano un nuovo capitolo dell’escalation di una guerra in corso ormai da quasi sette mesi, che continua a far salire i prezzi del petrolio. Intanto, mentre dal Pentagono filtrano ammissioni su una preoccupante carenza di munizioni, il presidente Donald Trump apre all’idea di riprendere i negoziati con Teheran, che non appare disposta a sedersi al tavolo delle trattative alle condizioni offerte da Washington. A tentare la mediazione però stavolta sarà la Cina.

    Guerra nello Stretto
    Il fronte marittimo e aereo attorno allo Stretto di Hormuz rimane un’area ad altissimo rischio. Le Guardie della Rivoluzione Islamica hanno reso noto, attraverso una nota citata dall’agenzia di stampa locale Mehr News, di aver abbattuto questa mattina un secondo drone statunitense modello MQ-1 nello spazio aereo a est dello Stretto, portando a quattro il numero di velivoli americani senza pilota distrutti da Teheran durante missioni di ricognizione e sorveglianza nelle acque di Hormuz. Una notizia non confermata né smentita dal Pentagono. Intanto, come denunciato dal vicegovernatore della provincia iraniana di Hormozgan Ahmad Nafisi, un attacco compiuto con un drone ha colpito due pescherecci iraniani nel Golfo, al largo del porto di Kargan e vicino all’isola di Larak, provocando un numero imprecisato di dispersi.
    La sicurezza della navigazione commerciale nell’area appare comunque sempre più compromessa. L’agenzia marittima britannica Ukmto ha segnalato un attacco a una nave in transito nello Stretto, colpita da “un proiettile di provenienza sconosciuta” che fortunatamente non ha provocato né feriti né danni né conseguenze ambientali.
    C’è spazio però anche per un giallo riguardante una petroliera battente bandiera panamense risalente allo scorso mese. Il Comando centrale delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom) ha infatti contestato le ricostruzioni dei Pasdaran sul caso del mercantile El Gaia, danneggiato secondo Teheran dall’urto di una mina in un tratto di mare largo di Hormuz, che il presidente Trump e il Pentagono sostengono sia stato bonificato. Per Washington, la petroliera sarebbe invece stata centrata il mese scorso da un missile iraniano e poi colpito nuovamente da un drone nel fine settimana, mentre navigava al largo dell’Oman. Quale che sia la versione corrispondente alla verità, l’attacco mette comunque in dubbio la tenuta del blocco navale statunitense, che dovrebbe costringere Teheran a rispettare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.

    Scontro sulle munizioni
    Ma a sollevare nuovi dubbi sulla tenuta dello sforzo bellico statunitense è un rapporto dell’Ispettore generale del dipartimento della Difesa di Washington, pubblicato ieri e che ha scatenato la polemica con la Casa bianca. Il documento, relativo al periodo compreso tra aprile e giugno, stima che la campagna contro l’Iran denominata “Operation Epic Fury” sia costata circa 33,4 miliardi di dollari tra il 28 febbraio e il 30 giugno, di cui 22,3 miliardi impiegati solo per le munizioni sparate. L’Ispettore generale osserva chiaramente come “le spese in munizioni durante l’operazione Epic Fury hanno provocato una carenza sugli inventari strategici e rivelato colli di bottiglia all’interno delle industrie per il ripristino degli arsenali di munizioni”. Questa analisi conferma le indiscrezioni circolate negli ultimi mesi sulla stampa statunitense circa un razionamento dei missili intercettori da parte del Pentagono che, nonostante le categoriche smentite della Casa bianca, avrebbero spinto il presidente Trump a rinunciare a nuovi attacchi su larga scala contro la Repubblica islamica. Il rapporto contiene però anche il bilancio dei danni causati dal conflitto all’apparato militare statunitense, che include la distruzione di quattro caccia F-15, il danneggiamento di un F-35, il danneggiamento o la distruzione di 7 aerei da rifornimento KC-135 e di una trentina di droni d’attacco MQ-9 Reaper, a fronte di oltre 50mila militari impegnati nel Golfo. I raid condotti per rappresaglia dall’Iran e dai suoi alleati hanno inoltre colpito centinaia di strutture nelle basi americane di stanza in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania, danneggiando alcuni edifici diplomatici in quattro di questi Paesi.
    La reazione del presidente però non si è fatta attendere. Attraverso il sui social Truth, Trump ha respinto le conclusioni della relazione in merito alle carenze di munizioni, affermando di aver “appena ricevuto un (altro, ndr) Rapporto secondo cui gli Stati Uniti stanno producendo più Armi Squisite e d’Élite che in qualsiasi altro momento della nostra Storia”. L’inquilino della Casa bianca ha poi aggiunto che questi sistemi d’arma di altissima gamma vengono consegnati “quotidianamente” alle forze militari schierate in Medio Oriente, evidenziando come la produzione si sia concentrata in particolare sui missili Patriot, sui sistemi di difesa aerea THAAD, sui missili Tomahawk e su altri sistemi simili. Altro che carenze, le forze Usa, secondo Trump, stanno facendo un ottimo lavoro a Hormuz, tanto che il mondo dovrà rimborsare Washington.

    Chi paga per Hormuz
    “Il petrolio scorre attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha assicurato il presidente degli Stati Uniti sul suo social Truth. “I Paesi del mondo, che non ci hanno aiutato in alcun modo, dovrebbero risarcire gli Stati Uniti d’America e lo faranno quando questa truffa sarà finita”, ha aggiunto. “Facciamo molto più per gli altri che per noi stessi, e lo facciamo da generazioni!”.
    I dati però smentiscono queste dichiarazioni, confermando la crisi nello Stretto. Ieri, secondo il portale specializzato Kpler, i transiti di navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz sono scesi ad appena quattro rispetto ai dieci del giorno precedente. Il sistema “Hormuz Strait Monitor” segnala infatti almeno 436 bastimenti completamente fermi. Il traffico locale è letteralmente crollato, considerando che prima della guerra queste acque registravano il transito di circa 125 imbarcazioni al giorno, che trasportavano il 20 per cento del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale. Il dato attuale esclude le navi che viaggiano con i transponder spenti nel disperato tentativo di passare inosservati ed evitare gli attacchi incrociati delle forze degli Stati Uniti e dell’Iran, ma resta comunque al di sotto della media di 14 transiti registrata negli ultimi dieci giorni.
    Una situazione che, unita all’escalation in corso in Yemen tra gli Houthi e l’Arabia Saudita che ha danneggiato alcune infrastrutture petrolifere saudite, ha provocato un’ulteriore impennata dei prezzi del greggio, con i futures sull’indice Brent, punto di riferimento per le quotazioni petrolifere in Europa, arrivati a oltre 106 dollari al barile e quelli sullo statunitense WTI che superano i 103 dollari al barile.

    Gelo diplomatico
    In questo scenario di sofferenza economica globale, si inserisce l’iniziativa diplomatica della Cina, un Paese fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio dall’Iran e da altri Stati del Golfo la cui economia risente del blocco di Hormuz e dell’assedio navale statunitense. Oggi Pechino ha annunciato, non a caso, che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi si recherà in visita ufficiale nella capitale cinese per incontrare il suo omologo Wang Yi. I responsabili della diplomazia dei due Paesi, che si erano già incontrati a luglio e che hanno avuto un breve colloquio a margine del vertice Brics organizzato lo scorso fine settimana a New Delhi, in India, discuteranno la possibilità di una mediazione per porre fine al conflitto.
    Sul fronte dei negoziati diretti tra i due belligeranti si registra, invece, uno stallo pressoché totale, caratterizzato da segnali discordanti. Donald Trump ha mostrato ieri un’improvvisa apertura sul suo social Truth. “La nazione fallita dell’Iran vuole stringere un accordo, rapidamente e disperatamente”, ha scritto ieri il presidente. “Determinerò se gli Usa sceglieranno o meno di impegnarsi — un concetto al quale restiamo aperti”. Si tratta di un deciso cambio di tono rispetto alle esternazioni rilasciate il 1° settembre in un’intervista all’emittente Fox News, in cui Trump sosteneva che un accordo con l’Iran “non vale la carta su cui è scritto”.
    La replica iraniana alle timide aperture della Casa bianca è stata immediata e nettamente sfavorevole. “Non lasciatevi distrarre dai segnali contraddittori del presidente americano, che alterna tra ‘nessun negoziato’ e ‘siamo pronti a discutere’”, ha scritto sui social il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, Mohsen Rezaei. “Le equazioni relative al petrolio e agli Stretti sono cambiate. Il controllo dei danni non fermerà ciò che sta arrivando. Nessuna discussione finché le condizioni dell’Iran non saranno soddisfatte. Punto!”.
    Tra le precondizioni inderogabili poste da Teheran figurano lo stop definitivo alla guerra e alle aggressioni agli alleati regionali come Hezbollah, la fine del blocco navale imposto sui porti iraniani, il risarcimento integrale dei danni causati dal conflitto, la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei beni congelati alla Repubblica islamica. Intanto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha accusato gli Stati Uniti di puntare al collasso sociale del Paese con le sanzioni. “Se gli americani sono guerrieri, che affrontino le nostre valorose forze militari”, ha scritto sui social. “Perché muovere guerra alle infrastrutture civili, alle scorte alimentari e ai mezzi di sussistenza? Se sono esseri umani, perché negare loro l’accesso all’acqua, al cibo e alle medicine? Il nostro popolo non si lascerà intimidire e costringere alla resa. L’Iran non si arrenderà”.

    Nuove sanzioni
    Nell’ambito della strategia lanciata a fine agosto dagli Stati Uniti per isolare finanziariamente Teheran, denominata “Operazione Emarginazione Economica”, l’amministrazione di Washington ha sanzionato anche l’istituto di credito russo VTB Bank, il secondo del Paese e l’unico ad avere una filiale in Cina, esponendo anche gli istituti finanziari della Repubblica popolare a eventuali sanzioni secondarie a meno di 10 giorni dalla visita di Xi Jinping alla Casa bianca. Il dipartimento del Tesoro statunitense accusa VTB di aver aperto alcuni uffici in Iran per agevolare l’elusione delle sanzioni, favorendo il commercio bilaterale e movimentando miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato che “nell’ambito dell’Operazione Emarginazione Economica, il Tesoro continuerà a colpire coloro che forniscono il supporto materiale, tecnologico o finanziario che consente al regime iraniano di sostenere la sua impresa terroristica”, sottolineando che “il dipartimento del Tesoro non tollererà alcun supporto al regime e continuerà a identificare, esporre e isolare i fiancheggiatori dell’Iran”.
    Sulla stessa linea, il portavoce del dipartimento di Stato Thomas Pigott ha rimarcato come “gli Stati Uniti restino fermi nel tagliare le linee di salvataggio finanziario che consentono al regime iraniano di finanziare il terrorismo, destabilizzare la regione e minacciare la sicurezza economica degli Stati Uniti”, avvertendo che le sanzioni contro VTB Bank inviano “un messaggio chiaro ai governi e alle istituzioni finanziarie che considerano accordi simili: qualsiasi sforzo per aiutare l’Iran ad eludere le sanzioni comporterà gravi conseguenze, inclusa l’esposizione alle restrizioni finanziarie statunitensi”.
    Infine, il dipartimento di Giustizia di Washington ha presentato oggi una richiesta di confisca civile per 61 milioni di dollari in criptovalute legati alla vendita illegale di petrolio da parte dei militari iraniani, accusando Teheran di aver sfruttato una rete di operatori in Cina e in altri Paesi per riciclare oltre 1,5 miliardi di dollari. Il vicedirettore del FBI, James Barnacle Jr., ha ribadito che “la denuncia odierna dimostra la capacità del FBI di seguire il denaro, sradicare schemi illeciti e fermare il flusso di criptovalute verso qualsiasi governo che tenti di eludere le sanzioni o di commettere attività terroristiche”, concludendo che “tagliando i fondi raccolti dalla vendita sul mercato nero di petrolio greggio, l’esercito iraniano e i terroristi verranno indeboliti”. Insomma, malgrado gli sforzi diplomatici, la guerra continua per terra, per mare, per aria e sui mercati finanziari, regolamentati e non.

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