Il 65% degli abitanti palestinesi di Gaza vive nelle tende, tra sovraffollamento e scarso accesso ai servizi idrici e igienico-sanitari, e i medicinali e i materiali sanitari entrano ancora a singhiozzo. Da Deir el-Balah, nel centro della Striscia, il coordinatore del programma di Emergency a Gaza, Jacopo Intini, racconta a TPI cosa significa curare pazienti nel territorio costiero un anno dopo il cessate il fuoco, con la Fase 2 del Piano Trump che non parte e il voto israeliano alle porte.
Com’è la situazione a Gaza?
«Resta volatile, anche per l’avvicinarsi delle elezioni israeliane. Non sappiamo se aspettarci una nuova escalation».
Com’è cambiata la tipologia di pazienti durante la tregua?
«La fase acuta della guerra è ormai passata. Allora avevamo più pazienti direttamente colpiti dal conflitto. Adesso invece assistiamo alle sue ripercussioni sulla popolazione».
Ci fa un esempio?
«I vaccini sono pochi».
Quali sono le urgenze quotidiane?
«Le condizioni dei pazienti che assistiamo sono legate alla situazione sul campo: il 65% della popolazione vive in tende, in condizioni igieniche pessime e di sovraffollamento, e l’80% dei residenti ha accesso limitato alle latrine. Questo provoca problemi dermatologici, respiratori e gastrointestinali»
Riuscite a garantire standard igienici sicuri nonostante la saturazione delle discariche e il collasso dei sistemi idrici e fognari?
«Puntiamo molto sulla prevenzione. La popolazione di Gaza ha una spiccata sensibilità per l’igiene personale, ma le condizioni sono difficili. Non si può chiedere alle persone di lavarsi le mani prima di mangiare, se non hanno accesso all’acqua. È un circolo vizioso da cui non si riesce a venire fuori».
Di cosa hanno bisogno, invece, i pazienti con patologie croniche?
«Soprattutto di medicinali. Vediamo tante persone affette da diabete, ipertensione e patologie cardiovascolari. In questi casi, la mancanza di farmaci è strutturale. Qui in clinica facciamo il possibile per poter garantire una continuità terapeutica, almeno ai pazienti che seguiamo da tempo, ma non riusciamo ad ampliare la risposta proprio per mancanza di medicinali. L’insulina, ad esempio, entra a singhiozzo nella Striscia».
La sanità a Gaza dipende ormai dai generatori: qual è la situazione nei vostri presidi e negli ospedali?
«Le nostre strutture sono alimentate quasi completamente da pannelli solari. Abbiamo comunque un generatore di corrente, che però utilizziamo solo in certi momenti della giornata, ad esempio per attivare la fornitura di ossigeno ai pazienti, o durante l’inverno. Ma per gli ospedali è diverso perché per mantenere costante la fornitura elettrica devono affidarsi a generatori diesel. E, come per i medicinali, non è facile far entrare carburante nella Striscia».
Quali forniture sono ancora in attesa di autorizzazione al valico di Kerem Shalom?
«Monitor, ecografi e in generale dispositivi elettronici a uso medico, senza cui talvolta è complicato anche solo poter fare una diagnosi».
Anche una volta passati, però, non è facile spostarli.
«Il problema dei trasporti è enorme. Dopo tre anni di bombardamenti, le strade sono poche e dissestate. Praticamente si cammina sulla sabbia. Le attività belliche, inoltre, non si sono mai davvero fermate, nemmeno dopo il cessate il fuoco. Quasi il 70% della Striscia, infine, è sotto il controllo militare di Israele. Quindi, nella porzione di territorio rimanente in cui la popolazione è costretta a rifugiarsi, si rileva una densità media anche di 20mila persone per chilometro quadrato. In queste condizioni è complicato spostarsi tra le tende e raggiungere le strutture sanitarie. Ci sono poi molte persone con disabilità o con problematiche motorie, sia legate al conflitto che a condizioni pregresse, che non hanno accesso ad alcun tipo di assistenza perché non possono muoversi».
Di che cosa ci sarebbe bisogno per passare dalla gestione delle emergenze a un’assistenza sanitaria stabile?
«Prima di tutto di un maggiore ingresso di forniture mediche. Al momento solo l’1% del totale di beni e aiuti che entrano nella Striscia è materiale sanitario. Questo servirebbe innanzitutto a stabilizzare le strutture già esistenti, che ancora non lavorano a pieno regime. Ma sostanzialmente c’è da ricostruire da zero tutto un sistema che è stato demolito».
La Fase 2 del Piano Trump è ancora da venire. Con chi vi rapportate nella Striscia?
«In questo momento non c’è un’autorità riconosciuta. Il governo tecnocratico non è ancora entrato a Gaza, che è in una situazione di anarchia, ma resta in Egitto in attesa del disarmo delle fazioni palestinesi e del graduale ritiro di Israele. Noi facciamo parte degli Emergency Medical Teams (EMTs), coordinati dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), che a sua volta dovrebbe rapportarsi con il locale ministero della Salute, che rimane attivo solo sulle attività correnti, non essendoci più un governo a Gaza».
La denuncia di Emergency a TPI: “Solo l’1% dei beni che entrano nella Striscia di Gaza sono materiali sanitari”
"L’intero sistema medico è stato demolito e va ricostruito da zero". Da Deir el-Balah, nel centro della Striscia, il coordinatore del programma di Emergency a Gaza, Jacopo Intini, spiega a TPI: "Non c’è un’autorità e servono dispositivi elettronici, insulina, vaccini e altri farmaci"
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