Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Esteri
  • Home » Esteri

    Chi è Benjamin Netanyahu, il premier alla ricerca di un quinto mandato

    Benjamin Netanyahu. Credit: GLI TIBBON/AFP
    Di Futura D'Aprile
    Pubblicato il 8 Apr. 2019 alle 13:02 Aggiornato il 16 Set. 2019 alle 10:23

    Chi è Benjamin Netanyahu, il premier alla ricerca di un quinto mandato

    Benjamin Netanyahu, detto anche Bibi, è alla ricerca del suo quinto mandato come presidente della Knesset. Se riuscisse a farsi rieleggere sarebbe il premier più longevo della storia del paese, superando anche il primato di David Ben-Gurion.

    Il suo principale sfidante alle elezioni del 17 settembre è Benny Gantz della coalizione “Bianco e blu” [qui il suo profilo].

    Alle elezioni del 9 aprile 2019 non era riuscito a formare un governo e quindi la Knesset, il parlamento israeliano, era andato a elezioni anticipate. Un rischio simile c’è anche in queste elezioni di settembre, dal momento che i sondaggi danno un sostanziale testa a testa tra Netanyahu e Benny Gantz.

    Ma chi è Benjamin Netanyahu?

    Nato a Tel Aviv nel 1949, si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti nel 1963 per fare poi ritorno in Israele all’età di 18 anni per servire nell’esercito dello Stato ebraico, specializzandosi in antiterrorismo.

    Terminato il servizio militare, Benjamin Netanyahu ha fatto ritorno negli Usa per completare gli studi e iniziare a costruirsi un nome in vista della sua futura carriera politica. Bibi si trasferì definitivamente in Israele nel 1988, venendo presto eletto alla Knesset.

    Nel corso degli anni ha ricoperto diversi incarichi: è stato viceministro degli Affari esteri, leader del del partito conservatore Likud nel 1992, ministro delle Finanze fino al 2005, quando decise di rassegnare le dimissioni in segno di protesta contro il piano di ritiro da Gaza del premier Ariel Sharon.

    Bibi ha ricoperto la carica di primo ministro per la prima volta nel 1996, prendendo così parte ai negoziati di pace con Yasser Arafat, con cui firmò gli accordi di Wye River.

    Sotto la sua premiership non furono fatti passi avanti nei negoziati e molte delle tappe previste dagli Accordi di Oslo non furono mai messe in atto per l’ostruzionismo messo in piedi da Netanyahu.

    Bibi si è sempre presentato come il più grande difensore dello Stato israeliano, minacciato dagli altri paesi arabi del Medio Oriente. Ha adottato fin da subito una linea dura contro i palestinesi, bloccando ogni tentativo di dar vita a uno Stato palestinese.

    Il primo mandato come premier è terminato con la sconfitta elettorale del Likud, che ha dovuto cedere il controllo della Knesset al partito Laburista.  Netanyahu è stato però eletto nuovamente a capo del Governo nel 2009.

    Il premier è stato spesso criticato per aver sostenuto attivamente fin dal 2010 la costruzione di nuovi insediamenti ebraici nei Territori occupati, mettendo in crisi ogni possibile passo avanti nella risoluzione della questione palestinese.

    Sul fronte interno ha fatto anche molto discutere il varo nel 2018 di una legge che riconosce Israele come Stato unicamente ebraico.

    Nel 2012 e nel 2014 inoltre ha dato il via a due diverse operazioni militari contro la Striscia di Gaza note come “Colonna di nuvola” e “Margine Protettivo”: nel corso dell’ultimo attacco contro i territori controllati da Hamas persero la vita 2.100 palestinesi, per lo più civili.

    La politica estera scelta da Netanyahu ha messo in crisi anche i rapporti con gli Stati Uniti: il punto massimo di tensione si è raggiunto quando il premier israeliano criticò l’accordo raggiunto dal presidente Obama con l’Iran.

    Il paese degli Ayatollah secondo Netanyahu rappresenta una minaccia costante alla sicurezza di Israele e fin dal 2015 aveva chiesto che l’accordo sul nucleare venisse annullato e le sanzioni ripristinate.

    L’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump ha invece riavvicinato i due storici alleati: il presidente Usa non solo ha stracciato l’accordo con l’Iran, ripristinando le sanzioni contro il paese, ma ha anche spostato l’ambasciata americana a Gerusalemme, riconoscendo di fatto la città come capitale dello Stato ebraico.

    Alla vigilia del voto, il presidente ha anche firmato un documento che decreta la sovranità israeliana sulle alture del Golan, territorio appartenente alla Siria ma occupato militarmente da Israele nel 1967 e annesso unilateralmente nel 1981.

    In chiusura di campagna elettorale, Netanyahu ha anche promesso di annettere alcuni territori della Cisgiordania. Sul premier però pesano tre diversi casi di corruzione su cui sta indagando il procuratore generale, casi che offrono un vantaggio ai suoi sfidanti.

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version