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    Da Navalny a Skripal: come viene avvelenato un dissidente russo

    Il caso di Alexei Navalny è solo l’ultimo di una lunga lista di personaggi scomodi per il Cremlino intossicati con sostanze simili al Novichok

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 5 Set. 2020 alle 11:05

    Il leader dell’opposizione russo Alexei Navalny è in coma in un ospedale di Berlino ma non è il solo oppositore del presidente Vladimir Putin a subire un attentato di cui sono accusati proprio i servizi segreti russi. Le ore immediatamente successive all’intossicazione del dissidente russo sono state cruciali per la salvezza dell’attivista, che potrebbe essere stato avvelenato da un tè adulterato con una sostanza intossicante, acquistato un’ora prima del decollo per Mosca all’aeroporto Bogashevo di Tomsk.

    Sebbene il Cremlino neghi ogni coinvolgimento, il governo tedesco sostiene di aver acquisito “prove che non lasciano dubbi” sull’avvelenamento di Navalny. Eppure non è la prima volta che i servizi russi sono accusati di essere coinvolti nell’intossicazione di personaggi scomodi per la dirigenza di Mosca. L’analisi di Bellingcat e le indagini di The Insider Russia del tentato avvelenamento di tre cittadini bulgari avvenuto a Sofia nel 2015 getta nuova luce sul modus operandi presumibilmente adottato in queste azioni dai servizi russi.

    Tra il 28 aprile e il 4 maggio 2015, il fabbricante di armi Emilian Gebrev, il figlio Hristo e un dirigente di una delle sue aziende sono stati vittime di una “intossicazione con una sostanza organofosforica non identificata”, simile al Novichok, nella capitale Sofia. La procura locale ha accusato di tentato omicidio  – le vittime sono infatti sopravvissute – tre cittadini russi in un procedimento sospeso lo scorso mese per l’impossibilità di procedere all’accertamento dei fatti in assenza di sospetti detenuti e per i ritardi nell’ottenere assistenza legale internazionale da altri Paesi.

    I sospettati appartengono presumibilmente al Direttorato principale per l’informazione, i servizi segreti militari di Mosca noti con la sigla GRU, alcuni dei quali potrebbero anche essere coinvolti nell‘avvelenamento dell’ex spia Sergej Skripal, avvenuto il 4 marzo 2018 a Salisbury, nel Regno Unito. Il Cremlino non rivela né smentisce mai l’identità del personale dei servizi segreti ma nega ogni coinvolgimenti anche in questi casi.

    Seguire i passi del tentato omicidio di Gebrev potrebbe comunque risultare importante anche nel contesto del caso Navalny, anch’egli esposto a una sostanza simile al Novichok, dimostrando l’estrema pericolosità di questo modus operandi, che espone anche persone casualmente presenti ai fatti a composti letali, come il figlio del fabbricante di armi bulgaro o Dawn Sturgess, deceduta nel giugno 2018 a Salisbury in un caso forse collegato a quello di Skripal.

    Fase 1: una base sicura

    Una volta identificata la vittima, gli esecutori devono impegnarsi in un lungo appostamento in preparazione dell’operazione e prendere le dovute precauzioni per non lasciarsi scoprire. Nel 2015, i tre presunti agenti dei servizi russi accusati dell’avvelenamento di Gebrev raggiunsero una prima volta la capitale bulgara nella stessa data, utilizzando tre diversi voli provenienti da differenti Paesi.

    I sospettati si sistemarono poi in almeno due diversi alberghi vicini agli uffici di una delle aziende della vittima, la più frequentata da Gebrev, scegliendo camere con vista sugli accessi e i parcheggi dell’edificio.

    Fase 2: gli appostamenti

    I tre noleggiarono poi almeno due automobili, presumibilmente utilizzate per seguire la vittima e annotarne gli spostamenti, le abitudini e la routine quotidiana. L’analisi sui registri della carta di credito di uno dei sospettati ha inoltre evidenziato vari acquisti in negozi di souvenir, cosmetici, articoli sportivi e giocattoli per bambini, forse usati per crearsi facili alibi.

    Alla fine di questa visita preparatoria, dopo una settimana di appostamenti passata per lo più a studiare la vittima, i presunti agenti segreti russi lasciarono Sofia per Mosca, a bordo di due diversi voli.

    Fase 3: il ritorno sui passi della vittima

    Soltanto due mesi dopo, i sospettati dell’avvelenamento di Gebrev tornarono nuovamente a Sofia, nei panni di tre turisti, sempre con voli diversi provenienti da differenti aeroporti. Due di loro non arrivarono direttamente nella capitale bulgara ma entrarono nel Paese balcanico da uno scalo secondario, situato sulla costa del Mar Nero, da cui poi raggiungessero la città a bordo di un’auto a noleggio, passando una notte in un’altra località. Il tortuoso arrivo nella capitale bulgara da diverse direzioni e con vari mezzi avrebbe avuto lo scopo di confondere eventuali curiosi e investigatori.

    Una volta in città, due dei tre presunti agenti russi presero separatamente in affitto altrettanti appartamenti, distanti qualche centinaio di metri dagli uffici dell’azienda della vittima, mentre l’altro tornò in uno degli hotel con vista sugli accessi della struttura. A nome dei sospettati risultavano inoltre già intestati i biglietti di ritorno su diversi voli diretti a Mosca, su cui però non salirono mai. I tre infatti lasciarono la città a bordo di altri aerei, prenotati per una data precedente e con nomi diversi, con cui effettivamente rientrarono in Russia dopo aver tentato di avvelenare una prima volta il fabbricante d’armi bulgaro.

    Fase 4: il primo tentativo

    Emilian Gebrev si ammalò gravemente ed entrò in coma la sera del 28 aprile 2015, durante una cena di lavoro con alcuni soci polacchi nel ristorante di uno degli hotel frequentati dai presunti agenti segreti russi. Due giorni dopo, il direttore della produzione della sua azienda, Valentin Tahchiev, si ammalò gravemente e il 4 maggio anche il figlio di Gebrev, Hristo, accusò sintomi di avvelenamento.

    Secondo quanto emerso dalle indagini degli investigatori e dall’analisi delle telecamere di sorveglianza, le vittime sarebbero state esposte a un agente nervino non identificato applicato sulle maniglie delle portiere delle loro auto, lasciate in sosta presso il parcheggio a pagamento dell’edificio dove si trovavano gli uffici della società del fabbricante d’armi bulgaro, su cui affacciavano le camere d’albergo prenotate dai presunti agenti russi. La storia avrebbe anche potuto concludersi tragicamente a questo punto ma l’inaspettata sopravvivenza di Gebrev e Tahchiev indusse i sospettati ad agire.

    Fase 5: il ritorno sul “luogo del delitto”

    A otto giorni dalle dimissioni delle vittime dagli ospedali dove erano ricoverate, due dei sospettati tornarono a Sofia insieme a un terzo cittadino russo, che non faceva parte della prima squadra di presunti agenti segreti coinvolta nell’avvelenamento di Gebrev.

    In questo caso, due degli accusati raggiunsero la capitale bulgara a bordo dello stesso volo partito da Mosca mentre il terzo li seguì in un secondo momento su un altro aereo. Stavolta, solo il nuovo membro del gruppo alloggiò in uno degli alberghi con vista sugli uffici della vittima, chiedendo su Booking.com una camera “con bella vista”, mentre gli altri si sistemarono in un hotel a quasi 3 chilometri di distanza, probabilmente per non essere riconosciuti.

    Fase 6: il secondo tentativo e il ritorno in Russia

    La vicenda prese però una piega inaspettata: dopo essere sopravvissuto all’attentato, la vittima scelse di passare la convalescenza nella casa al mare di famiglia, situata a 4 ore di auto dalla capitale bulgara. Passata la prima notte a Sofia, il giorno dopo i sospettati raggiunsero Gebrev a bordo di un’auto presa a noleggio.

    Sarà proprio con questa vettura che in seguito due dei presunti agenti segreti russi lasciarono il Paese attraverso la frontiera con la Serbia, riconsegnando il mezzo direttamente all’aeroporto di Belgrado. Il nuovo membro del gruppo di “turisti” lasciò invece la Bulgaria con un volo partito da Sofia il giorno successivo al secondo attentato, a cui la vittima sopravvisse grazie al tempestivo intervento del figlio che lo portò di nuovo in ospedale dopo l’improvviso ritorno dei sintomi di avvelenamento.

    Nonostante la sopravvivenza della vittima e il fallimento dei ripetuti attentati, il caso Gebrev dimostra la costanza con cui è perseguita l’eliminazione dei personaggi considerati scomodi per il Cremlino e il complicato e allo stesso tempo terribilmente semplice iter che può portare alla loro eliminazione fisica.

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