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    Migranti, un report accusa l’Italia: “Respingimenti illegali in Libia per 93 persone”

    Lo studio della Forensic Oceanography presso la Goldsmith University of London: secondo il documento, nell'ultimo anno l'Italia e l'Europa avrebbero svolto almeno 13 respingimenti illegali, contro ogni norma del diritto internazionale

    Di Carmelo Leo
    Pubblicato il 18 Dic. 2019 alle 13:12 Aggiornato il 18 Dic. 2019 alle 13:34

    Migranti, “almeno 13 respingimenti illegali in Italia e in Europa in un anno”

    L’Italia e l’Europa, nell’ultimo anno, avrebbero svolto almeno 13 respingimenti illegali di migranti verso la Libia, in barba a ogni norma del diritto internazionale, delegando le operazioni di salvataggio delle barche in avaria a privati e garantendosi così un maggiore controllo degli ingressi alla frontiera.

    È l’accusa che arriva nei confronti del nostro Paese da un report, redatto da Charles Heller di Forensic Oceanography, un ramo della Forensic Architecture Agency basata alla Goldsmiths University di Londra. Secondo il documento, che ha incrociato i dispacci del centro di ricerca e di soccorso di Roma con i documenti della Guardia costiera libica e le testimonianze raccolte nei campi di detenzione in Libia da Msf, l’Italia avrebbe applicato sistematicamente questa pratica nel periodo della famosa politica dei “porti chiusi” varata dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Soprattutto quando le motovedette della Guardia costiera libica erano impegnate in altri interventi.

    Secondo gli accordi con la Libia, ufficialmente l’Italia dovrebbe fornire semplice assistenza e supporto tecnico alla Guardia costiera libica. Ma di fatto, come dimostrato dallo studio, svolge un ruolo di vero e proprio centro di comunicazione e coordinamento sul salvataggio dei migranti nel Mediterraneo.

    Il caso della nave Nivin

    Sotto la lente di ingrandimento dello studio è finito soprattutto un caso in particolare, avvenuto il 7 novembre del 2018. Quella sera, infatti, un gruppo di circa 70 migranti si trovava a bordo di una barca alla deriva nel Mediterraneo. È stato proprio il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma, come dimostrato dal dispaccio allegato al report, a chiedere però alla nave mercantile “Nivin”, battente bandiera di Panama, di procedere al salvataggio.

    Il “Nivin”, dopo aver soccorso i migranti, si è diretto verso la Libia, nonostante non fosse considerato un posto sicuro. Dopo dieci giorni di tensioni a bordo – con i migranti che, temendo di essere spediti nei centri di detenzione, si rifiutavano di sbarcare a Misurata – in 93 furono sbarcati con la forza dall’esercito libico. Un vero e proprio respingimento di massa, illegittimo secondo il principio di non-refoulement.

    Quella avvenuta nel caso della nave Nivin è una pratica che, secondo lo studio di Forensic Oceanography, è “una pratica ricorrente di respingimenti” illegali di migranti, “una nuova modalità di soccorso delegato ai privati”. In questo modo, prosegue il documento, “l’Italia usa violenza extraterritoriale per contenere i movimenti dei migranti e viola l’obbligo di non respingimento”.

    Per questo motivo, per la prima volta, il Glan (l’organizzazione di avvocati, accademici e giornalisti investigativi Global Legal Action Network) ha presentato una denuncia contro l’Italia al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, per conto di uno dei migranti respinti in Libia.

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