Nel 1963 in Italia nascevano almeno 800mila bambini all’anno, l’anno scorso ne sono venuti al mondo quasi 355mila. “È come se fosse scomparsa Genova”, ha osservato questa mattina Davide Desario, direttore di Adnkronos, aprendo il dibattito “La demografia cambia la società”, sesta edizione dell’appuntamento annuale che riunisce al Palazzo dell’Informazione di Roma ministri, parlamentari, ricercatori e rappresentanti del mondo del lavoro per fare i conti con un cambiamento che si trascina silenzioso da decenni.
All’evento hanno partecipato, tra gli altri, anche la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, e il sottosegretario al ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Claudio Durigon. “Vedere 350mila giovani che lasciano il Paese è un colpo al cuore”, ha detto l’esponente leghista. “A una lunghissima disattenzione nei confronti della famiglia e della natalità che ha prodotto danni, rimediamo adesso: è la prima volta che c’è un ministero con queste deleghe specifiche per la natalità”, ha rimarcato la ministra.
I numeri dell’ultimo rapporto dell’Istat non lasciano scampo. La fecondità è scesa al minimo storico di 1,14 figli per donna. Il tasso di natalità ha toccato il 6,0 per mille. Le famiglie composte da una sola persona sono diventate il modello più diffuso del Paese: il 37,1% dei nuclei, contro il 25,9% di vent’anni fa. L’età media della popolazione è salita a 47,1 anni. Gli over 65 sono ormai 14,8 milioni, un quarto degli italiani. L’Italia, ha ricordato Desario, è “il Paese più vecchio dell’Unione europea”.
L’intervento del Governo
Aprendo i lavori, il sottosegretario Durigon ha provato a smontare le preoccupazioni sul fronte previdenziale. “La spesa pensionistica è di circa 326 miliardi annui”, ha spiegato, ma “l’Irpef del pensionato che torna allo Stato è intorno ai 70 miliardi”. Quindi, ha osservato, “il nostro sistema, che per anni ci hanno raccontato come una piramide destinata a crollare, in realtà si sorregge”. Un messaggio apparentemente rassicurante ma che contiene una riserva. “Non significa dire che allora abbiamo i soldi per mandare tutti in pensione prima, anzi”, ha aggiunto l’esponente leghista. “Secondo le proiezioni, andando avanti negli anni, avremo pensioni sempre più povere”, ha ammesso.
La risposta di Durigon e del Governo Meloni è investire sul secondo pilastro previdenziale, con il TFR dei lavoratori trasformato in investimento, fondi pensione potenziati e forme di long term care come assicurazione sanitaria per i pensionati di domani. Ma il vero nervo scoperto, per il sottosegretario, rimane la fuga dei cervelli. “Vedere 350mila giovani che lasciano il Paese è un colpo al cuore. Ed è anche un investimento sprecato, perché si tratta di ragazze e ragazzi formati nelle nostre università”, ha sottolineato. Trattenerli in Italia, ha ribadito, è “più importante della spesa pensionistica”. In questo senso, Durigon ha rivendicato gli interventi dell’esecutivo a sostegno di famiglie e lavoratori, dal taglio del cuneo fiscale agli investimenti del Pnrr in formazione, incentivi e occupazione. Ma, ha concluso, “servono salari in crescita e maggiore flessibilità europea per sostenere sviluppo e demografia”.
Anche la ministra Roccella ha riconosciuto la crisi demografica che attanaglia l’Italia e ha aperto il suo intervento segnalando una disattenzione storica della politica nostrana “nei confronti della famiglia e della natalità, che ha prodotto danni”. Ma, ha detto durante un’intervista tenuta alla fine dell’evento, “adesso rimediamo”. “È la prima volta che c’è un ministero con queste deleghe specifiche per la natalità”, ha ricordato Roccella, secondo cui l’azione del Governo Meloni in materia si è articolata su tre assi principali: i trasferimenti diretti, come l’assegno unico e il bonus nuovi nati; la conciliazione tra lavoro e cura, con l’estensione dei congedi parentali all’80% per tre mesi; e il potenziamento dei servizi quali gli asili nido.
Nessuna misura, ha comunque chiarito la ministra, basterà a risolvere un problema che è prima di tutto strutturale. “A questo non si può rimediare immediatamente, bisogna farvi fronte nel lunghissimo periodo”, ha detto Roccella. Il problema è che il bacino stesso di potenziali genitori si è ridotto. “A parità di tasso di natalità, nel 1995 c’erano più donne in età fertile e avevamo circa 500mila nati l’anno, adesso invece ne abbiamo circa 300mila”, ha aggiunto la ministra. Questo fenomeno, ha ricordato, non è esclusivamente italiano. La velocità con cui calano le nascite “in molti Paesi europei, per esempio la Francia, la Danimarca, la Germania, è più rapida della nostra e presto anche loro ci raggiungeranno”. Insomma, mal comune…
Dati inequivocabili
Ma la stabilità della popolazione italiana che, dopo 12 anni di declino ininterrotto, il 1° gennaio 2026 contava 58 milioni e 943mila residenti, nasconde dinamiche territoriali opposte. Il Nord cresce del 2,2 per mille, con punte del 4,2 in Trentino-Alto Adige, del 3,4 in Emilia-Romagna e del 3,2 in Lombardia, mentre al contempo il Mezzogiorno perde il 3,1 per mille, con Basilicata (-9,0), Molise (-6,5) e Sardegna (-5,1) a soffrire la crisi demografica più acuta. Dei 355mila nati nel 2025, ha ricordato Desario, oltre 200mila sono venuti al mondo al Centro-Nord, appena 100mila al Sud, con la Sardegna, per il sesto anno consecutivo, a mostrarsi la regione meno prolifica d’Italia, con un tasso di fecondità del solo 0,85.
La metafora usata dal direttore di Adnkronos è quella di una carrozza “trainata da tre cavalli: Nord, Sud e Centro”, che “corre alla velocità del cavallo più lento, il Sud”. Quindi, ha concluso, “dobbiamo accelerare la crescita del Mezzogiorno”, se vogliamo fronteggiare il problema. Intanto però la mobilità interna non si ferma, con un flusso netto di 45mila persone che soltanto l’anno scorso ha lasciato il Sud per trasferirsi al Centro-Nord.
La stabilità demografica del nostro Paese si regge infatti sugli stranieri. L’anno scorso i residenti non italiani avevano raggiunto i 5,56 milioni (+188mila, +3,5% annuo), mentre i cittadini italiani erano scesi a 53,383 milioni (-189mila). Il saldo migratorio con l’estero, invece, è positivo per +296mila persone, risultato di 440mila ingressi e 144mila uscite. In particolare, sono cresciuti gli arrivi dall’Asia, per lo più da Bangladesh, India e Pakistan, che segnano tutti incrementi intorno al +20%.
Percezione pubblica
Sul piano della percezione pubblica, Gianfranco Bozzetto, direttore Media Reputation di Mimesi, ha presentato un’analisi della conversazione in rete sul fenomeno della denatalità in Italia. “Il framing ricorrente è quello che non possiamo permetterci di avere figli e questo viene ricondotto principalmente ai costi della vita, agli stipendi fermi, al caro affitti e alla difficoltà anche ad accedere ai servizi essenziali come gli asili”, ha osservato. Sul tema dell’immigrazione poi, il suo istituto ha rilevato “un dibattito tra chi la vede come una compensazione demografica e chi invece la considera una minaccia identitaria”.
Una rilevazione di Adnkronos, condotta su un campione non statistico di circa 2.500 rispondenti tra gli utenti del sito e dei canali social del gruppo e presentata questa mattina all’evento, ha restituito un’istantanea per nulla rassicurante. L’80% ritiene che la propria condizione, nei prossimi 20 anni, sarà peggiore di quella attuale. L’86% nutre dubbi sul proprio futuro previdenziale: il 48% pensa che l’assegno non sarà sufficiente, il 38% teme addirittura di non poterne mai avere uno. Soltanto il 14% si sente garantito.
In un panel dedicato, Paola Ansuini, responsabile comunicazione e cultura finanziaria di Banca d’Italia, ha lanciato un invito concreto: “Una persona che a trent’anni inizia a versare regolarmente in un fondo pensione arriva alla fase senior molto più tranquilla”. L’educazione finanziaria, ha rimarcato, è uno strumento su cui puntare con decisione. Anche perché, ha aggiunto Ansuini, “solo un italiano su 4 conosce l’uso dell’home banking”. Un dato che, in fondo, dice tutto su quanta distanza ci sia ancora tra i problemi che il Paese riconosce e gli strumenti che sa usare per affrontarli. Pesa però anche il quadro dell’assistenza, destinato a crescere proprio con l’invecchiamento della popolazione. Un intervistato su quattro si definisce già “caregiver” di un familiare, ma alla domanda su chi sostenga realmente chi si prende cura di una persona cara, il 58% risponde “nessuno”. Il 35% indica la sola famiglia come argine. Stato, Comuni e aziende raccolgono rispettivamente il 5% e il 2%.
Vicolo cieco?
Sul fronte della longevità, secondo l’Istat, la speranza di vita è salita a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne, con il divario di genere ridotto ai minimi dal 1953. Gli over-85 superano ormai i 2,5 milioni di residenti in Italia, che l’anno scorso contava 24.700 centenari. Eppure, in un panel dedicato, Cecilia Tomassini, dell’Università del Molise e del progetto Age-It finanziato con il Pnrr, ha invitato a cambiare prospettiva. “L’invecchiamento è una sfida, non un problema”, ha detto l’esperta. Dopo i 65 anni, ha spiegato, “c’è una fase in cui le persone sono istruite, ancora in buona salute, si dedicano al volontariato e possono continuare a dare molto”. Ma Anna Odone, professoressa ordinaria di Sanità Pubblica all’Università di Pavia e presidente della Sezione III del Consiglio Superiore di Sanità, ha messo in luce la distanza tra una vita lunga e una in buona salute. “Se l’aspettativa di vita in Italia è quasi a 85 anni, quella in buona salute si ferma a 58-60 anni”, ha rimarcato l’esperta. Una forbice di quasi trent’anni che rappresenta la vera sfida per il sistema sanitario dei prossimi decenni.
Il dato più impietoso della giornata però lo ha ricordato Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria. Con l’attuale trend, secondo i dati Istat, “l’ultimo italiano nascerà nel 2225”. È, ovviamente, una provocazione statistica, ma fotografa una realtà ineludibile: se la demografia è il destino di un Paese, l’Italia si sta incamminando verso un vicolo cieco economico e sociale.
Non basta più etichettare l’invecchiamento come un “problema” o l’immigrazione come una “minaccia identitaria”. I dati emersi dal forum di Adnkronos dimostrano che la transizione demografica non è una crisi del futuro, ma un’emergenza del presente che sta già ridisegnando le nostre famiglie, i nostri uffici e le nostre corsie d’ospedale. Se la carrozza Italia vuole evitare di fermarsi, deve far correre tutti i suoi cavalli alla stessa velocità, investendo sui giovani, sbloccando i salari e offrendo alle donne una reale libertà di scelta. Prima che l’ultimo italiano rimasto sia costretto a spegnere la luce.