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    Le conseguenze a lungo termine per chi è stato contagiato dal Coronavirus

    Un medico con DPI Credits: ANSA
    Di Veronica Di Benedetto Montaccini
    Pubblicato il 20 Mag. 2020 alle 11:47

    Coronavirus e conseguenze a lungo termine per chi è stato contagiato

    Il Coronavirus ha delle conseguenze anche quando passa. Una volta che il secondo tampone dopo la malattia risulta negativo, può essere dichiarata la guarigione dal Coronavirus. Ma per molti contagiati, soprattutto per chi ha trascorso un lungo periodo in terapia intensiva inizia un secondo percorso di recupero delle abilità perse durante la degenza.

    Coronavirus, cosa succede dopo

    Cosa succede a lungo termine per chi ha contratto il Covid-19? Le conseguenze legate al prolungato allettamento, le patologie pregresse di cui spesso questi pazienti soffrono rendono la riabilitazione motoria e respiratoria indispensabile. I pazienti più gravi reduci dal Covid-19 sono spesso debilitati, hanno difficoltà nei movimenti, faticano a respirare e devono imparare di nuovo queste abilità. La malattia mette infatti a dura prova la muscolatura respiratoria che diventa meno efficiente. Secondo uno studio pubblicato su Lancet Psychiatry lunghi periodi trascorsi in terapia intensiva possono aumentare il rischio di delirio, agitazione e confusione e conseguenti problemi di salute mentale, anche se non è chiaro, conclude lo studio se l’attuale pandemia potrà influenzare a lungo termine la salute mentale dei pazienti più gravi.

    Altre malattie che si legano al Coronavirus

    Altri lavori scientifici mostrano invece l’evoluzione in fibrosi polmonare in presenza di polmonite virale MERS-CoV, “cugina” del Covid-19. L’indagine radiologica, eseguita a sei mesi dall’esordio della MERS, su 36 pazienti tra i 21 e i 73 anni ha evidenziato un quadro di fibrosi polmonare in circa un terzo dei soggetti colpiti. “Per questo motivo – spiega Michele Vitecca, responsabile della Pneumologia Riabilitativa ICS Maugeri di Brescia e vicepresidente AIPO (Associazione italiana pneumologi ospedalieri – nei prossimi mesi sarà molto impegnativo il lavoro delle equipe pneumologiche che dovranno studiare l’enorme numero di pazienti sopravvissuti in termini di residuo del danno polmonare per poi impostare un ciclo riabilitativo o un attento monitoraggio clinico per un completo recupero delle condizioni pre polmonite”.

    I timori sono basati su evidenze scientifiche. Due lavori pubblicati sul New England Journal of Medicine hanno studiato una popolazione di soggetti giovani (età mediana di 45 anni) con nessuna o solo una precedente comorbidità ricoverati in terapia intensiva per ARDS (Acute Respiratory Distress Syndrome), condizione di gravissima compromissione polmonare con valori di ossigenazione drammatici che necessitano di un prolungato ricovero in terapia intensiva a cui possono andare incontro anche i casi più gravi di Covid-19. I pazienti di questi studi sono stati monitorati per cinque anni: a un anno di distanza, pur migliorando, non hanno recuperato i livelli pre-evento acuto.

    Aspetti psicologici

    Agli aspetti fisici si aggiungono poi quelli più emotivi come disorientamento e la perdita di gusto e olfatto che possono perdurare. I pazienti più debilitati sono quelli che hanno trascorso più tempo in terapia intensiva, ma anche chi ha è rimasto ricoverato almeno due settimane nei reparti di malattie infettive o pneumologia ha quasi sempre bisogno di un periodo di riabilitazione.

    Stando a quanto riscontrato durante la SARS e la MERS, non è escluso che anche con la sindrome Covid i pazienti siano esposti al rischio di sintomi d’ansia, cali di memoria, sintomi depressivi, e anche da stress post-traumatico a breve e lungo termine. Gli esperti ipotizzano che il virus SARS-CoV-2 possa impattare sulla salute mentale in maniera diretta con diverse modalità: può infettare il sistema nervoso centrale, può danneggiarlo come conseguenza della carenza di ossigeno cui i pazienti gravi vanno incontro, può danneggiarlo attraverso la reazione immunitaria scatenata dal virus.

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