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    Sindaco di Brescia a TPI: “Qui i contagi e i morti sono molto di più rispetto a quelli che ci dicono, qualche giorno e superiamo Bergamo”

    Grafica: Emanuele Fucecchi

    L'analisi del sindaco Emilio Del Bono alla luce del boom di contagi, nonostante nel resto della Lombardia si registri un lieve calo

    Di Veronica Di Benedetto Montaccini
    Pubblicato il 25 Mar. 2020 alle 11:04 Aggiornato il 25 Mar. 2020 alle 18:31

    Coronavirus a Brescia, parla il sindaco

    “Nella nostra provincia i contagi sono molto di più rispetto a quelli che ci dicono e così i morti. Tanti sono malati in casa e non sappiamo come stanno. Qualche giorno ancora e supereremo il focolaio di Bergamo”. A parlare a TPI è Emilio Del Bono, sindaco di Brescia, esausto e provato dopo le ultime settimane in cui ha visto 900 cittadini della sua provincia morire a causa del Coronavirus. L’abbiamo intervistato per capire cosa succede al confine di quelle zone rosse di cui si sente già parlare ogni giorno.

    Sindaco, cosa sta succedendo a Brescia? 

    Oggi ho perso uno dei miei migliori amici, aveva solo 50 anni e è stato ucciso dal Coronavirus. Scusi se sente questa voce. La situazione a Brescia è molto difficile. Qui i numeri non calano, sono sempre maledettamente alti. Non ci sono segni di miglioramento. Da noi la parabola non scende.

    Vuole dire che lo scenario è simile a quello di Bergamo?

    Peggio, voglio dire che se andiamo avanti così tra qualche giorno saremo la città più colpita dalla pandemia. Registriamo 6mila contagiati, ma sono molti, molti di più.

    Ma perché secondo lei? I tamponi c’entrano qualcosa?

    I tamponi sono stati fatti solo a chi è stato ricoverato o era in condizioni sanitarie praticamente irrecuperabili. Le persone che sono a casa con sintomi non fanno però i tamponi. Assurdo. I bresciani ci chiedono: perché non ci fanno tamponi? Perché in altre regioni le fanno? Hanno paura di morire a casa. Glielo dico: la fotografia dei contagiati è decisamente al ribasso. La nostra provincia è molto grande, ha un milione di abitanti. La città è più o meno stabile, ma il numero di decessi in provincia aumenta. Abbiamo visto morire 900 persone, sono troppe.

    Quali sono quindi i fattori determinanti? 

    Oltre a fare più tamponi, il Veneto ha individuato delle zone focolaio da blindare completamente. Mentre qui da noi non è stato fatto. In Lombardia, a esclusione di Codogno non sono state ristrette altre zone rosse. Quando il contagio è arrivato a Cremona, ha attaccato anche la nostra provincia a partire da sud, e adesso è arrivato addirittura nelle zone di montagna, anche la Valle Camonica è infetta.

    Le persone non riescono a spiegarsi perché la Lombardia ha avuto così tanti contagi…

    Tutto è partito da Lodi, poi Cremona. La nostra Regione è forse una delle più interconnesse, per il commercio, per i pendolari, per la mobilità. Tra febbraio e marzo tutti hanno continuato a circolare normalmente. Questo ha portato a un moltiplicarsi dei casi. Oltre al disastri negli ospedali, ovviamente.

    Secondo lei andava chiusa da subito anche Brescia?

    Secondo me sì, alcuni comuni della bassa bresciana, se chiusi, avrebbero evitato la pandemia. La nostra provincia è stata sottovalutata, anche mediaticamente. Noi come sindaci avevamo suggerito già dal 7 di marzo di fare dei provvedimenti a velocità differenziale. Cioè non un DPCM valido per tutto il territorio nazionale, ma a seconda dei bisogni e delle emergenze. Brescia non è uguale a Palermo. Ma questo non è stato compreso e questo è stato un elemento di grande debolezza. Queste scelte hanno gravato sul sistema ospedaliero.

     

    A proposito, avete avuto anche da voi un problema partito dai contagi in ospedale?

    Siamo fortunati perché abbiamo uno dei più grandi ospedali d’Europa, l’ospedale civile. Ma anche se Brescia è una specie di capitale sanitaria, i nostri ospedali sono saturi. Non ce la facciamo più. E voglio dire una cosa allarmante: le strutture sono prevalentemente occupate da letti per il Coronavirus. Come faremo con gli altri ammalati?

    Cioè non ci sono più posti per curare le altre patologie?

    No, stanno finendo. Le altre patologie non trovano una risposta adeguata: questa è la situazione di emergenza. Ma è chiaro che questa emergenza non finisce né domani, né tra 15 giorni. Questo significa che dobbiamo essere pronti a costruire nuovi ospedali, con nuovi reparti per malattie altre rispetto al Covid-19.

    Quali sono le criticità al momento?

    Ora mancano medici ed infermieri. Le terapie intensive stanno finendo: quello che stiamo vivendo è una continua ricerca disperata di posti letto. E poi, non ci arrivano le mascherine.

    Si è sentito abbandonato come sindaco dal governo?

    Diciamo che la comunicazione tra i tre livelli governo-Regione-Comuni è stata pessima. Senza protocolli, senza regolamenti, senza poter chiudere le aree a rischio. Un disastro. Sabato scorso ho parlato al telefono con il premier Conte e mi ha promesso l’invio a Brescia di medici del reclutamento sanitario, e dispositivi. Spero di non rimanere deluso questa volta.

    Da chi è rimasto deluso?

    Più che le polemiche, adesso mi interessano i fatti. Mi aspetto che funzioni la consegna di mascherine, respiratori, guanti si acceleri e che riusciamo ad essere uniti per superare il momento più brutto. Siamo di fronte a un paradosso: la mitica Lombardia che non è capace di dare una risposta a u’emergenza, che non è capace di riconvertire le sue aziende per far fronte alle carenze. Vuole sapere la verità? La Lombardia si è rivelata un gigante dai piedi d’argilla.

    E per le salme, com’è la situazione? La foto dell’esercito che entra a Bergamo rimarrà per sempre impressa nella mente di tutti…

    Abbiamo un grande cimitero e tanti cimiteri periferici qui. Ma in alcuni comuni della provincia stanno cominciando a usare le palestre… E questo è un grande dolore.

    I cittadini stanno rispettando le regole di isolamento?

    Sì, da un paio di settimane hanno davvero capito la gravità del momento e sono rispettosi e rigorosi. Vista la quantità dei malati… Il virus ha bussato alla porta di ogni famiglia ed è entrato in casa. Nessuno scherza più adesso.

    Come è cambiata la città?

    La città è bella e triste.

    Secondo lei ce la farete?

    Fortunatamente la nostra è una città molto solidale, in questo momento ci sono 471 volontari che ogni giorno stanno aiutando chi è in difficoltà per l’epidemia e che portano medicine, cibo, aiuti. Ora è il momento in cui piangiamo i nostri morti e stiamo cercando di reggere psicologicamente. Ma sono sicuro che riusciremo ad rialzarci. Feriti e fragili, ma ci rialzeremo.

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