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Addio a Osvaldo Bagnoli, l’uomo dai valori antichi che rinnovò il calcio italiano

Firenze, cerimonia di consegna del premio 'Hall of fame del calcio italiano' ad Osvaldo Bagnoli. Credit: AGF
Di Simone Gambino
Pubblicato il 17 Lug. 2026 alle 15:11 Aggiornato il 17 Lug. 2026 alle 15:13

Con quella discrezione che era il suo marchio di fabbrica se n’è andato oggi, pochi giorni dopo il suo 91° compleanno, Osvaldo Bagnoli, l’artefice dell’impresa più improbabile nella ultracentenaria storia del calcio italiano: lo scudetto conquistato dal Hellas Verona nella stagione 1984-85. Nato a Milano il 3 luglio 1935, nel quartiere popolare della Bovisa, Bagnoli non ebbe una carriera sfavillante da giocatore, oscillando tra Serie A e cadetteria. La tendenza all’aurea mediocritas proseguì anche nelle fasi iniziali della sua esperienza da allenatore in cui, trovatosi per circostanze fortuite sulla panchina del Como in Serie A, non riuscì a salvare la squadra lariana dalla retrocessione. La svolta arrivò nella stagione 1978/79 con la promozione del Fano, da lui allenato, in C1. Chiamato, nella stagione successiva, a Cesena in Serie B, dopo aver fallito per pochissimo la promozione al primo tentativo, nella primavera 1981 portò i romagnoli nella massima categoria.

Sorprendendo tutti, però, Bagnoli decise di restare in Serie B, accettando la sfida proposta dall’ambizioso Hellas di Ferdinando Chiampan. Salito subito in Serie A, senza alcun problema d’ambientamento, posizionò il Verona immediatamente ai vertici della classifica, dove gli scaligeri stazionarono ininterrottamente per tre anni fino alla conquista d’uno scudetto, tanto inatteso quanto meritato. Diversamente dalla norma, che avrebbe voluto un suo abbandono dell’Adige per approdare a una riva più nobile, Bagnoli rimase a Verona per altri cinque anni per “frenare l’inevitabile discesa”, come ebbe a dire lui stesso nel corso della puntata della Domenica Sportiva del 12 maggio 1985 che celebrava l’arrivo del tricolore a casa di Giulietta e Romeo. Le successive esperienze con Genoa e Inter confermarono le sue incontestabili qualità anche se, nel lungo periodo, non seppe mai più riprodurre la magia del suo primo quadriennio scaligero.

Nell’inverno 2005, con l’avvicinarsi della ricorrenza del ventennale del titolo del Hellas, chiesi a Giancarlo Padovan, all’epoca direttore di Tuttosport, se avesse intenzione di celebrare in qualche modo questo irripetibile evento. Ottenuta via libera, attivai i miei contatti riuscendo a organizzare un incontro con Emiliano Mascetti, l’uomo che, in qualità di direttore sportivo, aveva costruito la squadra vincente, e Osvaldo Bagnoli, il Re Mida di questo piccolo miracolo italiano. Ci trovammo in tre a pranzo mercoledì 20 aprile nel santuario gastronomico veronese de “I 12 apostoli”, vicino all’Arena. Fu indubbiamente, per il rinomato ristorante, il giorno più anarchico della sua lunga storia. La tradizionale quiete che lo ha sempre contraddistinto fu stravolta. Alle 13.30, intorno al nostro tavolo, si era formato un cordone di 30 persone, non solo altri avventori ma anche cuochi, camerieri e perfino la guardarobiera, che ascoltava estasiato gli aneddoti che io estorcevo, onestamente senza troppa fatica, dai miei due illustri ospiti.

Mascetti, che io soprannominai subito Dorian Grey in quanto, a dispetto dei suoi 62 anni, sembrava un trentenne, partì con un effluvio di racconti che confermarono la credenza che la realtà supera la fantasia. Ricordo che, da tifoso romanista, rimasi molto turbato nell’apprendere che Briegel ed Elkjaer erano stati acquistati dal Hellas con i soldi che il presidente Viola aveva sborsato per riprendersi la metà di Iorio. Poi, nella pausa tra secondo e dessert, simile a quelle squadre che escono fuori alla distanza dopo aver sfiancato l’avversario, Bagnoli salì in cattedra. Poche idee ma tutte molto chiare. Il Verona più forte non era quello scudettato bensì quello neopromosso cui era stato sottratto il titolo perché nel 1983, anno santo, bisognava favorire la Roma. Dirceu, un ottimo giocatore con i piedi ma soprattutto con la lingua in quanto, sapendo che Bagnoli voleva un centravanti, si spacciò per tale pur non essendolo. Si sarebbe finto portiere, se le circostanze lo avessero suggerito. Marangon, ritenuto spesso carente nella fase difensiva, quand’era necessario ripiegava. Non era vero che Fontolan fosse bravo solo di testa; quando serviva sapeva usare anche i piedi. Dulcis in fundo la sentenza: lo scudetto gialloblu era arrivato nell’unico anno di sorteggio arbitrale integrale. Ciò aveva impedito che si potesse pilotare ad arte il destino del campionato.

Con l’Amarone che produceva i suoi effetti, passammo a considerazioni più sofistiche. Quanto somigliava il suo Hellas al Bologna tricolore di Fulvio Bernardini. Oltre alla presenza tedesco-danese, c’era dell’altro che legava queste due splendide realtà provinciali, titolate a 21 anni di distanza? Con mia grande sorpresa, Bagnoli si commosse. Essere accostato all’unico tecnico capace di vincere due titoli senza mai allenare le tre nerostrisciate era probabilmente qualcosa che non si aspettava. Senza mezzi termini mi disse che colui che, in modo derisorio, Gianni Brera definiva il dottor pedata era per lui il più grande allenatore della storia del calcio italiano. Il caffè portò infine a una confessione intima e per questo estremamente preziosa considerando la riservatezza del personaggio. Lui era per metà romano. Mi raccontò così di sua madre, Vittoria Sperduti che, da orfana, era finita a Milano presso delle suore. In seguito, Vittoria avrebbe conosciuto, e poi sposato, il padre di Osvaldo, il cremonese Aristide. Ancora oggi ho interpretato questa sua confessione come un gesto empatico nei miei confronti, quasi a rimarcare l’esistenza di qualcosa che ci accomunasse.

Lo scorrere del tempo non ha minimamente intaccato il ricordo di quella giornata, una di quelle che mi porterò per sempre nel cuore. Due personaggi straordinari, seppur così diversi, oserei dire quasi opposti. E’ troppo illudersi che oggi si siano ritrovati e stiano già discutendo in quale ruolo schierare il polivalente Volpati?

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