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Sanremo 2026, le pagelle della quarta serata (Cover) del Festival

Di Antonio Scali
Pubblicato il 27 Feb. 2026 alle 23:06 Aggiornato il 28 Feb. 2026 alle 00:35

Sanremo 2026, le pagelle della quarta serata (Cover, duetti) del Festival

Quarta serata del Festival di Sanremo 2026. Si tratta della classica serata delle cover, una delle più attese, con i duetti dei cantanti in gara con ospiti. Di seguito tutti i voti di TPI ai cantanti, ospiti, conduttori e personaggi di oggi.

Elettra Lamborghini 5 – Un’autentica hit generazionale come Aserejé, in un’esibizione caciarona con Las Ketchup. Ammettetelo anche voi di aver fatto il balletto con le manine che fa tanto primi anni Duemila. Momento nostalgia. La versione è da karaoke del venerdì sera, dopo una lunga settimana in ufficio, con “Elettra, Elettra Lamborghini” che non va a tempo neppure nella coreografia.

Eddie Brock 6- – Fabrizio Moro sovrasta con il suo carisma e il suo inconfondibile timbro il giovane e acerbo Edoardo in Portami via, uno dei brani più intensi portati sul palco di Sanremo negli ultimi anni. Eddie Brock urla troppo, difetto già palesato con la canzone in gara. C’è ancora tanta strada da fare.

Mara Sattei 5 – Probabilmente ha sbagliato scelta: L’ultimo bacio è un pezzo difficilissimo da coverizzare, per il quale serve un vissuto e una personalità diversa. Ancora più impalpabile, per non dire disturbante, l’apporto delle barre di Mecna. Un manifesto generazionale firmato Carmen Consoli che meritava tutt’altro rispetto. Inizio piuttosto di basso livello per questa serata della Cover.

Patty Pravo 7 – Parlavamo di avere una storia e una forte personalità per accostarsi a certe pietre miliari della musica. Beh, il carisma di certo non difetta alla signora Strabelli. Ornellik e Nicopat. Un sentito ed elegante omaggio alla sua cara amica Ornella Vanoni in uno dei brani più iconici del suo repertorio, Ti lascio una canzone,  firmato Gino Paoli. Il tutto impreziosito dalla stella della danza Andrijashenko, primo ballerino della Scala. Eterei.

Levante 6 – Anche in questo caso siamo di fronte a un brano difficile da far proprio, vista l’ingombrante impronta data da Gianna Nannini nella sua I maschi. Questa versione con Gaia non ha quel graffio tipico della rocker senese, finendo così per depotenziare un pezzo iconico che si porta benissimo i suoi quasi 40 anni.

Malika Ayane 7 – Una versione rispettosa e di classe, quasi con il freno a mano tirato, di Mi sei scoppiato dentro il cuor di Mina, insieme a Claudio Santamaria. L’attore si conferma un ottimo performer e non sfigura. Malika, sempre elegante e raffinata, in questo Sanremo non sta sbagliando un colpo.

Bambole di pezza 9 – Se il multiverso esiste è questa roba qui: una versione pop-rock di Occhi di gatto con Cristina D’Avena. E c’è pure un mash-up di Whole lotta love dei Led Zeppelin. Che vuoi di più? Così si fa una cover. Il pubblico dell’Ariston si diverte di gusto.

Dargen D’Amico 9 – Ritroviamo il Dargen dei tempi migliori, purtroppo un po’ sbiadito nella gara con una canzone che non gli rende giustizia. Stravolge la hit Su di noi di Pupo con inserti dal “Disertore” di Boris Vian, “Gam gam”, canzone ebraica che riprende il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23, “Il Signore è il mio pastore”. E per finire la voce di Papa Francesco e il suo appello contro le guerre. Destrutturante. Più che un duetto, un manifesto politico e  pacifista. Ci vuole cultura e coraggio per mettere in piedi un’esibizione così alta.

Tommaso Paradiso 7,5 – Chi meglio degli Stadio per omaggiare uno dei grandi classici di quel folle genio di Lucio Dalla, L’ultima luna? Un bel mix grintoso per un’interpretazione pulita e rispettosa. Tommy quando ha una band alle spalle è nella sua comfort zone.

Michele Bravi 8 – Un altro sentito omaggio a Ornella Vanoni, impreziosito da una signora della musica come Fiorella Mannoia. Fanno a modo loro Domani è un altro giorno: due anime belle e sensibili che si fondono con eleganza e misura. Ad Ornella sarà piaciuto, a noi anche.

Tredici Pietro 8,5 – Arriva a sorpresa papà Gianni, per quel gioiellino di Vita che cantava in coppia con Dalla. Generazioni a confronto, quasi una sorta di passaggio di testimone che non può non emozionare e va oltre la musica. Una scelta che però può anche rivelarsi un boomerang, rendendo più difficile scostarsi dall’etichetta di “figlio di”. In ogni caso bellissimi insieme, con il papà a tratti visibilmente emozionato.

Mariantonietta & Colombre 6 – Un omaggio indie ben eseguito, anche se oggettivamente ci si sarebbe aspettati qualcosa in più, soprattutto vista la presenza di Brunori. Versione un po’ leggerina. Di fronte a brani che sono pietre miliari della nostra canzone aggiungere versi inediti ha quasi il sapore di lesa maestà.

Fulminacci 7 – Filippo Uttinacci in arte Fulminacci è in stato di grazia in questo Sanremo. Centratissimo. Non ne sbaglia una, compresa questa versione di Parole Parole con la “belva” Francesca Fagnani, nei panni di Alberto Lupo. Piacevoli, per un bel momento di teatro-canzone dal forte impatto televisivo. Chic.

LDA & Aka7even 8,5 – Si fanno accompagnare da un autentico mito come Tullio De Piscopo, 80 candeline appena soffiate. Metterei la firma per arrivarci come lui. Un bell’omaggio a Napoli e alla gloriosa storia della sua musica. Questo trio funziona alla grande e rivitalizza un brano dell’88 che ha fatto ballare intere generazioni. L’andamento è tutt’altro che lento.

Raf 6- – Trasforma, insieme ai The Kolors, l’Ariston in una discoteca. Scelgono un brano non facile, The Ridlle, hit anni ’80 di Nik Kershaw. Un punto fermo della new wave con cui è difficile confrontarsi. Coreografia curata e performance impeccabile, ma manca il guizzo per lasciare pienamente il segno.

J-Ax 7 – C’è Cochi e tanta milanesità d’autore, con Jannacci Jr., Paolo Rossi, Ale & Franz. “C’è chi piange davanti a milioni di follower e c’è chi soffre davvero ma davanti agli altri sorride”, canta il rapper. Un po’ caciaroni, ma alla fine l’esibizione può dirsi riuscita, con quel ritornello che è patrimonio non solo di Milano, ma di tutta la nostra cultura popolare.

Ditonellapiaga 9,5 – Si accompagna all’artista più virale e discusso del momento, TonyPitony. Il risultato è un una sorta di musical divertente e impeccabile, che per un attimo ci trasporta a Broadway. Swing e parrucche, un momento retrò sulle note del capolavoro The lady is a Trump reso immortale da Sinatra: eleganza d’altri tempi con ironia pop. Cara Margherita, stai facendo un Sanremo impeccabile.

Enrico Nigiotti 7,5 – La scelta di En e Xanax è senz’altro encomiabile, perché rimanda al tema della salute mentale. Con lui c’è Alfa, che pochi anni fa su quel palco fece una cover indimenticabile, con il professor Vecchioni. Anche in questo caso l’accoppiata è riuscita. Nigiotti è credibile nel raccontare il dolore, il giovane rapper emoziona con le sue barre inedite, recitate quasi come il bugiardino di un medicinale. Quel che conta è il messaggio: contro i mostri della mente e della solitudine, si lotta meglio se si è in due.

Serena Brancale 7 – Che je voi dì a Gregory Porter, icona del jazz statunitense? L’esibizione è senz’altro di classe, elegante e internazionale. Ma un po’ fredda. La sensazione è che con questo Sanremo l’artista pugliese voglia quasi affrancarsi dalla sua versione da hit maker che ci aveva mostrato lo scorso anno con Anema e core.

Sayf 8,5 – Il nostro cucciolino (in scena c’è anche la mamma) stasera ci ricorda che sa pure suonare benissimo la tromba. Ormai domina il palco dell’Ariston come un veterano e, cosa non da poco, sa cantare eccome. Con lui due fuoriclasse del calibro di Alex Britti e Mario Biondi. Il groove della chitarra del primo, la voce inconfondibile da crooner del secondo. E siamo subito negli anni ’40. Si divertono senza rivoluzionare una pietra miliare come Hit the road Jack. Jazz in purezza.

Francesco Renga 5 – Due grandi voci, la sua e quella di Giusy Ferreri, che però non si amalgamano a dovere in una versione non indimenticabile del capolavoro di David Bowie Space Oddity. Apprezzabile l’omaggio a Mogol che ha realizzato il testo della versione italiana, Ragazzo solo, ragazza sola.

Arisa 10 – La voce più bella di questo Festival. Standing ovation dell’Ariston per questa possente versione di Quello che le donne non dicono, grade successo interpretato dalla Mannoia, nobilitato dalla presenza del Coro del Teatro Regio di Parma. Il “sì” finale ha fatto tremare i vetri fino a Bordighera. Un’interpretazione da brividi che dà ancora più intensità a un inno femminile e femminista.

 

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