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Sanremo 2026, le pagelle degli abiti della serata finale del Festival

Credit: Maria Laura Antonelli / AGF
Di Angelo Ruggeri
Pubblicato il 1 Mar. 2026 alle 09:43 Aggiornato il 1 Mar. 2026 alle 09:46

Sanremo 2026, le pagelle degli abiti della serata finale del Festival

La finale di Sanremo è quel momento dell’anno in cui l’Italia si divide su tutto: voci, televoti, standing ovation. Ma c’è una cosa su cui nessuno riesce davvero a restare neutrale: i look. Perché l’Ariston, nell’ultima serata, non è solo un palco. È una passerella ad alta tensione. È il luogo in cui ogni bottone slacciato diventa dichiarazione d’intenti e ogni guanto lungo fino al gomito si trasforma in manifesto estetico. Quest’anno ha vinto l’eleganza. Non urlata, non ostentata, ma costruita con cura maniacale. E insieme all’eleganza hanno vinto anche i messaggi tra le righe: simboli appuntati al petto, scritte politiche, dettagli ironici che raccontano molto più di una didascalia Instagram.

Il padrone di casa: sobrio, strategico, immancabile
Carlo Conti apre la serata in modalità istituzionale. Smoking classico con lavorazioni in rilievo, postura impeccabile, nessuna voglia di rischiare. È il direttore d’orchestra del caos, quindi sceglie la stabilità. Il secondo cambio, total white, è un gioco leggero: un James Bond versione Toscana, autoironico quanto basta. Non rivoluziona nulla, ma fa il suo dovere. Voto 6.

Velluto, cristalli e rose nere: gli uomini che convincono
Raf punta sul velluto blu, una certezza. Elegante, lineare, con la camicia sbottonata che è ormai più prevedibile del televoto ma anche più rassicurante. Non sorprende, ma funziona. Voto 7.

Francesco Renga sceglie revers tempestati di cristalli e un foulard al collo che lo porta in zona dandy consapevole. È un upgrade d’immagine che gli regala carattere. Voto 7 e mezzo.

Chiello. Credit: Maria Laura Antonelli / AGF

Poi arriva Chiello e cambia la temperatura della sala. Goth raffinato, trucco nero calibrato, smoking doppiopetto con maxi revers in raso e una rosa nera appuntata sul petto. È teatrale ma controllato, oscuro ma elegante. Uno dei migliori della serata. Voto 9.

Ermal Meta gioca la carta del flâneur contemporaneo e la gioca benissimo: giacca in pelle effetto vinile d’archivio, camicia in raso con grande fiocco lasciato aperto, pantaloni impeccabili e guantino in pelle come dettaglio colto. Romantico, costruito, coerente. Voto 10.

Ermal Meta. Credit: Maria Laura Antonelli / AGF

Dive vere: quando l’eleganza diventa lezione
Malika Ayane è un’apparizione. Abito silver laminato, ampia gonna a corolla, guanti bianchi lunghissimi e capelli tirati indietro con il gel. Modernità pura. Nessun eccesso, nessuna esitazione. Una lezione di styling su come si aggiorna il glamour classico. Voto 8 e mezzo.

Malika Ayane. Credit: Maria Laura Antonelli / AGF

Levante continua a dimostrare che l’eleganza può avere personalità. Abito nero d’archivio, guanti in tulle e un piccolo cuore intagliato sul retro che lascia intravedere qualche centimetro di pelle. Un dettaglio potente, ironico, quasi cinematografico. Voto 9.

Arisa chiude la sua edizione in modo magistrale: canotta bianca essenziale, lunga gonna nera in raso e maxi fiocco posteriore che diventa strascico. Couture senza rigidità, maturità stilistica pienamente raggiunta. Voto 9.

Mara Sattei omaggia l’estetica punk con crinolina scenografica, corpetto tartan tagliato di sbieco e inserti in pizzo. È ribelle ma sofisticata, teatrale ma centrata. Voto 9.

Fashion twins e coppie cool
LDA e Aka 7even arrivano coordinatissimi in total leather nero. Giacca lunga con cravatta metallica per il primo, cropped e più tagliente per il secondo. Anfibi e occhiali scuri a completare il look. Moderni, compatti, con attitudine. Voto 8.

Maria Antonietta e Colombre trasformano il palco in una cartolina anni Sessanta: minidress con bordo piumato e stivali argento per lei, camicia floreale color mattone per lui. Matchy ma non stucchevoli. Memorabili. Voto 9.

Tra messaggi e simboli: quando la moda parla
Le Bambole di Pezza non girano intorno al punto. Completo bianco, trasparenze studiate e un “Give Peace a Chance” stampato sull’abito nude rosa della frontwoman. In un contesto internazionale delicato, il messaggio arriva diretto. L’intenzione è forte, l’estetica discreta. Voto 6+.

Serena Brancale sceglie l’abito nero appartenuto alla madre. Nessun brand può competere con un dettaglio del genere. Naturale, sincera, emozionante. Voto 7 e mezzo.

I compitini ben fatti (ma senza guizzo)
Leo Gassmann resta nel territorio del completo nero con camicia coordinata e piccoli punti luce. Pulito, sì. Memorabile, no. Voto 6.

Tommaso Paradiso sceglie la formula classica: completo nero, camicia bianca e spilla al rever. Ordinato, ma sembra più un esercizio di stile che un’idea. Voto 6-.

Gli scivoloni della finale
J-Ax insiste con il mood pistolero-country: total black lavorato, cappello, frange, bolo tie. Coerente con il personaggio, ma troppo saloon per la finale. Voto 4.

Nayt inciampa nei guantini senza dita e in una giacca con zip che abbassa drasticamente il tono. Più pomeriggio urbano che serata decisiva. Voto 5.

Sal Da Vinci tenta il dandy con giacca bianca e fiocco nero romantico al posto del papillon. L’idea è interessante, l’effetto meno. Voto 5.

Dargen D’Amico scende a piedi nudi e mescola tuxedo, gilet kimono color avorio e pantalone verde con fascia in velluto. Coraggioso o confuso? Probabilmente entrambe le cose. Voto 6 per l’impegno.

Il podio dello stile
Michele Bravi conquista uno dei gradini più alti con giacca doppiopetto in broccato dalle lavorazioni preziose e pantaloni ampi con pinces. Silhouette costruita, presenza sicura. Voto 9.

Michele Bravi. Credit: Maria Laura Antonelli / AGF

Tredici Pietro sorprende con camicia a righe, doppia cravatta concettuale che richiama il titolo della sua canzone e pantaloni di pelle a zampa. Narrativo, personalizzato, super cool. Voto 9 e mezzo.

Il dettaglio che ha dominato tutto
Se c’è un vincitore assoluto della finale 2026, oltre alle canzoni, sono i guanti. Lunghissimi, in pelle, in tulle, bianchi o neri. Più di una collana, più di un papillon, sono stati il segnale che quest’anno lo styling è stato pensato fino all’ultimo centimetro.

Perché alla fine Sanremo non è solo una classifica. È un archivio di immagini. E nella notte in cui ci si gioca tutto, l’eleganza – quella vera, consapevole, identitaria – è l’unica cosa che resta davvero.

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