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Pablo Trincia: “Garlasco? Uno stupro mediatico. Di Chiara Poggi non frega niente a nessuno”

Credit: AGF

Le parole del giornalista e podcaster

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 14 Set. 2026 alle 09:46

Dal true crime al caso Garlasco fino alla pornografia del dolore: Pablo Trincia si racconta in occasione dello spettacolo teatrale L’Uomo Sbagliato – Un’inchiesta dal vivo. In un’intervista a Leggo, il giornalista e podcaster spiega la differenza tra racconto e spettacolarizzazione del dolore: “Se racconti per denunciare un caso di mala giustizia, una condizione umana o il dolore di una famiglia, quel racconto ha un senso. Se lo fai soltanto per provocare brividi con sangue, sesso, coltelli e tradimenti, allora è pornografia del dolore, come con Garlasco. A me interessa capire i meccanismi umani, non raccontare un omicidio per il gusto di spiegare come qualcuno è stato ammazzato”.

E proprio sull’omicidio di Chiara Poggi afferma: “Stanno cercando di guadagnarci attraverso ascolti e vendite. Garlasco ormai è diventato qualcosa da comprare, vendere e rivendere: più dura e più il sistema mediatico è contento. Non frega niente a nessuno di chi abbia ucciso Chiara, ma neppure di Chiara in generale. Nessuno sa chi fosse, cosa le piacesse. Con Elisa Claps abbiamo cercato di riportare in vita lei, raccontando le sue passioni e quello che voleva fare. Altrimenti queste persone diventano soltanto volti e nomi da vendere”. E questo è il motivo per il quale non vuole occuparsi del caso: “Non voglio giocare a quel gioco, è uno stupro mediatico. Ci sono mille casi che meritano di essere raccontati, non ha senso buttarsi tutti sulla stessa storia”.

La storia che non è riuscito a dimenticare, invece, è quella di “Veleno. Mi ha abbastanza devastato. Si parlava di figli sottratti e messi contro i genitori. Quel caso non mi ha mai abbandonato. In realtà tutte queste storie ti segnano: entri nel dolore delle famiglie, nelle case di genitori che hanno perso i figli”. Poi, spiega come riesce a superare il dolore: “Vado in terapia. Negli ultimi quattro o cinque anni ne ho avuto bisogno perché ero abbastanza provato. È pesante fare questo lavoro, anche se non voglio lamentarmene: l’ho scelto io e mi piace. Ho anche accettato che il male faccia parte dell’essere umano, ricordandomi però che esistono anche empatia, aiuto reciproco e vicinanza”.

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