Giornata conclusiva dell’International Scledum Film Festival (Isff) dedicata a Valeria Golino che, dopo la proiezione al Teatro Civico di “Come il vento” (2013), ha incontrato il pubblico insieme al regista Marco Simon Puccioni e al produttore Giampietro Preziosa.
Il film, uno dei titoli italiani più intensi degli ultimi anni, si è rivelato perfettamente in sintonia con il tema dell’edizione 2026, “La mente umana”. Un incontro emozionante, intenso, fatto di ricordi, curiosità e momenti di grande commozione per raccontare la storia di Armida Miserere, una delle prime donne a dirigere istituti penitenziari di massima sicurezza in Italia.
Una donna chiamata a conciliare il rigore del proprio ruolo con una profonda umanità, fino a quando l’assassinio del compagno Umberto Mormile, educatore carcerario ucciso dalla criminalità organizzata per essersi opposto alla corruzione, cambia radicalmente la sua vita. Da quel momento Armida sceglie di proseguire il proprio lavoro nei penitenziari più difficili del Paese, affrontando il dolore con determinazione e uno straordinario senso del dovere, in un percorso che finirà però per consumarla.
Per quel ruolo Marco Simon Puccioni aveva un solo nome in mente. «Non poteva essere che lei. Senza Valeria non avrei mai fatto questo film», racconta il regista. «La sua grande sensibilità, la sua empatia e il suo talento erano esattamente ciò che mi serviva per unire l’immagine pubblica di Armida, percepita come una donna fredda, rigorosa e quasi militare, con quella privata che ho scoperto leggendo i suoi diari, messi a disposizione dalla famiglia, e ascoltando i racconti degli amici. Armida aveva un’anima dolcissima, era profondamente interessata all’essere umano. Aveva studiato criminologia proprio per cercare di comprendere le ragioni che portano alcune persone a compiere determinate scelte. Il problema è che Valeria non voleva assolutamente interpretarla». Valeria Golino conferma sorridendo: «Assolutamente no. Ero decisa a non farlo. Gli ho detto di no in tutti i modi. A un certo punto me lo trovavo ovunque: sotto casa, alle presentazioni dei film… Alla fine ho pensato che avrei fatto prima ad accettare il film piuttosto che continuare a dirgli di no».
Poi, però, il tono cambia. «Non voglio dare un’immagine sbagliata di questa storia. Adesso ci scherziamo, ma non volevo farlo per un motivo molto preciso. Avevo incontrato Armida Miserere molti anni prima, ben prima di sapere che avrei interpretato questo film e anche prima che decidesse di togliersi la vita. Ero a un festival a Sulmona dedicato proprio al mondo del carcere, dove lei era direttrice. Avevamo presentato “Respiro” di Emanuele Crialese e, solo dopo, ho capito che l’avevo incontrata probabilmente nel momento più difficile della sua esistenza.
Lei venne a salutarmi. Era quella che tutti chiamavano “la Femmina Bestia” per il suo modo duro di gestire il carcere. Invece mi trovai davanti una donna minuta, dolce. Abbiamo fatto una fotografia che conservo ancora oggi e, non so perché, ebbi la sensazione che ci fosse in lei una sofferenza profonda. La abbracciai molto forte. Quel ricordo è rimasto troppo vivo dentro di me. Interpretare una persona così reale, con una storia tanto importante e una scelta finale così estrema, lasciando una lettera in cui non perdona nessuno e nemmeno se stessa, non è stato semplice. Ho dovuto trovare la giusta distanza emotiva per poter entrare davvero nella sua storia».
Marco Simon Puccioni spiega come il film abbia scelto di raccontare soprattutto il lato più intimo della protagonista. «Noi abbiamo dato la nostra interpretazione di Armida, quella più dolce che emerge dai diari e dai racconti dei familiari e degli amici. Una versione diversa da quella pubblica, quella della direttrice severa che non poteva permettersi di mostrare alcuna debolezza perché doveva farsi rispettare in un mondo di uomini. Lei stessa raccontava di aver incontrato detenuti gentiluomini e secondini mascalzoni. Era un universo estremamente complesso».
Anche la lavorazione del film è stata particolarmente impegnativa. «È stato un progetto molto difficile da realizzare», racconta il produttore Giampietro Preziosa. «Dovevamo raccontare tredici anni della vita di Armida, attraversando stagioni diverse e numerosi cambiamenti. Le riprese sono state interrotte più volte, anche per un mese consecutivo, una cosa davvero insolita nel cinema. Sono stati realizzati moltissimi costumi, firmati dalla maison Mila Schön, e abbiamo girato in quattro regioni diverse seguendo i vari incarichi ricoperti da Armida. Inoltre abbiamo dovuto affrontare tutte quelle difficoltà che, nel gergo cinematografico, vengono considerate le più complicate: bambini, animali e riprese in barca».
Le riprese si sono svolte anche all’interno di alcuni istituti penitenziari. «Naturalmente non potevamo entrare nelle sezioni detentive, ma ci venivano messi a disposizione alcuni spazi», spiega Puccioni. «Abbiamo lavorato anche con diversi ex detenuti, molti dei quali compaiono nel film. È stata un’esperienza molto bella. Erano curiosissimi e seguivano tutto con grande attenzione. Ricordo che, passando davanti alle celle, i detenuti cercavano di osservare il set attraverso i piccoli specchi».
Tra i ricordi più divertenti della lavorazione c’è quello raccontato da Valeria Golino. «Eravamo a Pianosa. Nell’ex carcere hanno ricavato alcune strutture di accoglienza gestite proprio da ex detenuti. Uno di loro, credo si chiamasse Mario, ogni mattina mi lasciava dei fiori e un croissant davanti alla porta della pensione dove alloggiavamo. Ero molto lusingata e anche commossa da quelle attenzioni. Mi interessai alla sua storia e scoprii che aveva trascorso quattordici anni in carcere e doveva scontarne ancora sei. Mi chiesi che cosa potesse aver fatto di così grave e scoprii che aveva ucciso la madre. Siccome avevo qualche anno più di lui, pensai che forse sarebbe stato meglio mantenere una certa distanza… magari mi vedeva come una figura materna. Ma è stata comunque un’esperienza molto intensa entrare in contatto con persone che, nella maggior parte dei casi, cercano davvero di ricostruire la propria vita».
Un ruolo complesso, quello di Armida Miserere, una donna che ha vissuto fino all’ultimo scegliendo sempre in piena coscienza. «Anche il gesto finale», conclude Valeria Golino, «non l’ho mai considerato un atto di disperazione, ma una decisione lucida, dettata dall’impossibilità, per lei, di continuare a essere se stessa».