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Odiare ti costa, il promotore della campagna a TPI: “Le parole sono azioni e possono distruggere la vita degli altri”

Intervista ad Andrea Colamedici fondatore di Tlon, l'associazione che insieme a Cathy La Torre ha lanciato la campagna #odiareticosta

Di Giulia Angeletti
Pubblicato il 13 Ago. 2019 alle 16:07 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:57

Odiare ti costa, intervista ad Andrea Colamedici di Tlon

“È giusto. Arrivi stanco morto a casa dopo essere stato umiliato dal capo ufficio, dai colleghi, dagli automobilisti, dai linotipisti, dai gatti neri, e dopo tutta quella frustrazione ti meriti le tue belle ore d’odio sui social. Per esempio augurando una violenza a una donna colpevole di salvare vite di gente troppo scura. Va già un po’ meglio, vero? Tanto questo non ha ripercussioni su di te, e figuriamoci se ti domandi cosa hai provocato alla persona che hai aggredito. Bene. Però c’è un problema, perché da oggi ti tocca pagare per toglierti questi teneri sfizi”.

È questo il provocatorio messaggio, indirizzato a tutti gli haters della rete e dei social network, che si legge sulla home page del sito web dell’associazione Tlon per quanto riguarda la campagna – lanciata solo da qualche settimana ma che ha già raccolto tantissime adesioni e grande appoggio proprio dal popolo del web – #odiareticosta.  Tlon, fondata dai filosofi Andrea Colamedici e sua moglie Maura Gancitano, è una realtà dai diversi volti (scuola di filosofia, casa editrice e agenzia di eventi) che, insieme all’avvocato e attivista lgbt Cathy La Torre, ha avuto l’iniziativa di lanciare un’ancora di salvezza a chi si trova nel mare aperto e desolato della cyberviolenza e del cyberbullismo. Quest’ancora è la possibilità di difendersi, di denunciare e di ottenere un’assistenza legale da parte di chi, appunto, è vittima di hate speech, calunnie e minacce di ogni genere.

Si tratta, d’altronde, di un problema che in questi ultimi anni ha assunto contorni davvero drammatici, che si è esteso a macchia d’olio e che ha prodotto ferite nei destinatari degli attacchi che, molto spesso, non sono neanche riuscite a rimarginarsi. E mentre politica e istituzioni cercano (a fatica) di definire degli strumenti normativi per fare in modo di arginare questo fenomeno e permettere alle vittime di difendersi, Tlon e Cathy La Torre, insieme, hanno deciso di fornire assistenza legale gratuita a chi si ritrova bersagliato dall’odio del web. Proprio come la stessa Cathy La Torre, che ha spiegato di essere ogni giorno “vittima di odio in rete”.

Solo nei primi 10 giorni dal lancio della campagna sono giunte ben 10mila segnalazioni di odio in rete – inviate all’indirizzo di posta elettronica odiareticosta@gmail.com – e altrettante richieste di aiuto, il quale si concretizza con la possibilità di richiedere una consulenza a uno degli avvocati del pool di La Torre.

Di #odiareticosta –  di come è nata questa iniziativa, dei suoi obiettivi e di come risponde alle necessità di assistenza e tutela degli “odiati” come alle critiche che gli sono state recentemente rivolte  – TPI ne ha parlato proprio con Andrea Colamedici, fondatore di Tlon.

Mi racconti come è nata questa iniziativa e la collaborazione tra la sua associazione Tlon e l’avvocato Cathy La Torre.

L’iniziativa è nata dall’incontro tra Cathy La Torre e Maura Gancitano, e ora si è allargata alla scrittrice Michela Murgia, I Sentinelli di Milano, Bufale.net e altri, uniti dalla voglia di agire per migliorare lo spazio comune online, convinti che “il virtuale è reale”. Maura aveva intervistato Cathy (che è avvocato e consulente presso il Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri) in un suo programma web e si erano ripromesse di collaborare. L’iniziativa è nata per diffondere maggiore consapevolezza sul problema dell’odio online.
Senza aspettarsi minimamente l’eco che poi c’è stata, hanno quindi fatto una diretta Facebook raccontando le intenzioni del progetto. A quel punto è partita una grande mole di reazioni positive e sono state raggiunte diversi milioni di persone nel giro di qualche giorno.

A che punto siete con adesioni e richieste di assistenza legale? Mi racconti come si concretizza questo aiuto che vi proponete di dare a chi subisce offese e insulti in rete.

Le tante segnalazioni che sono arrivate testimoniano la gravità del problema, ma fortunatamente in molti stanno aiutando il progetto. Arrivano segnalazioni di tutti i tipi, dalla ragazza vittima di revenge porn (che è stata immediatamente invitata a rivolgersi alle Forze dell’Ordine) alla vittima di shitstorm. Una volta ricevuta la segnalazione attraverso la mail, che contiene già un’informativa su come verranno trattati eventuali dati personali, il team di avvocati di Odiare Ti Costa offre (gratuitamente) una lettura giuridicamente orientata.

Anche grazie a suggerimenti e indicazioni ricevuti in queste settimane si sta lavorando alla seconda fase del progetto, legata alle eventuali azioni civili vere e proprie. Un passaggio importante è stato quello di entrare in dialogo diretto con Facebook. Abbiamo incontrato i vertici di Facebook Italia, che hanno riconosciuto con noi il grave problema dell’odio online, la necessità di agire per divulgare gli Standard della Community, di migliorare ancora lo strumento delle segnalazioni e di impegnarsi nel diffondere un’educazione civica digitale. Da settembre inizierà anche questo versante – impegnativo ma necessario – del progetto, cominciando dallo spiegare le norme basilari di convivenza online, che dovrebbero essere scontate ma che non lo sono affatto.

Negli ultimi giorni ci sono state delle contestazioni alla campagna: c’è chi critica le modalità – sostenendo che l’assistenza legale non sia in realtà gratuita, che viene suggerito un legale di fiducia o che le segnalazioni possano sfociare in violazione della privacy – e chi, come il filosofo Riccardo Del Ferro, ritiene che non si possa “sanzionare un’emozione” e che si debba “rivendicare il diritto di odiare”. Come risponde?

Si tratta in tutti questi casi di supposizioni errate. Non abbiamo mai parlato di assistenza a pagamento, e lo scopo del progetto non è mai stato quello di “sanzionare un’emozione”. Come abbiamo scritto e detto spesso, odiare non è sbagliato. Odiare non è e non deve mai diventare un sentimento perseguito, come in un’orwelliana psicopolizia. Il problema nasce quando quell’odio viene scagliato addosso a qualcuno, nel pieno di un egoismo disinteressato all’altro.

Bisogna capire che quando si è online si è in piazza in pieno giorno, anche se si sta digitando dalla propria cameretta al buio. Molti non si sognerebbero mai di dire dal vivo le stesse cose che scrivono online a un vicino, a un vip a un amico. Le parole sono azioni e possono distruggere la vita degli altri. Odiare ti costa non vuole mettere limiti e catene al pensiero e alle idee. Vuole migliorare un clima che è diventato semplicemente irrespirabile.

Proprio per quanto riguarda quest’ultimo punto, da filosofo ed educatore per l’infanzia, al di là delle sanzioni e delle soluzioni “a valle”, quali sono i provvedimenti da prendere a monte per far in modo che le future generazioni facciano un uso diverso e più consapevole del linguaggio, sia in rete che nella vita quotidiana?

È fondamentale inserire l’Educazione Emozionale nelle scuole a partire dalla scuola dell’infanzia, come è stato fatto egregiamente, ad esempio, nell’Asilo del Bosco di Ostia a Roma. E sarebbe doveroso inserire anche la Filosofia a partire dalla scuola primaria. Come ha insegnato il più grande rivoluzionario del Novecento italiano, Gianni Rodari, se si vuole cambiare una società bisogna educare i bambini alla meraviglia, alla bellezza e alle domande. Per imparare a parlare bene bisogna imparare a pensare bene.

E per pensare bene bisogna, ancora prima, imparare a sentire bene, e cioè a saper dare spazio e nomi alle proprie emozioni e ai propri vissuti interiori, apprendendo da subito l’importanza dell’osservazione di sé e della condivisione.

E infine secondo lei in che misura il linguaggio di certi leader politici – spesso altrettanto aggressivo di quello di molti utenti in rete – contribuisce a legittimare e consolidare l’aggressività verbale e l’incapacità di confrontarsi e dibattere in modo sano all’interno della società civile (prima ancora che in quella virtuale)?

La politica italiana, oltre ad essere lo specchio del paese (un paese spaccato, perso e arrabbiato), ne è anche l’educatore. Ed è, a oggi, un pessimo educatore, da qualunque fronte la si osservi. Le costanti incitazioni all’odio verso le minoranze, l’identificazione perenne di un nemico da offrire in pasto agli elettori, i toni sempre accesi e offensivi verso i propri avversari (e alleati) sono orrori di cui dobbiamo disfarci al più presto, pena la diffusione di massa di un analfabetismo emozionale che andrà a fare il paio con quello funzionale.

Perché, oltre a non saper più interpretare un testo, non sappiamo più interpretare noi stessi. Di questo passo non potremo mai più interpretare il mondo e l’unica strada sarà quella di affidarsi a dei leader che decidano al posto nostro. E sarebbe un gran peccato, oggi che finalmente avremmo la possibilità di non delegare più le nostre scelte a nessuno ma di essere corresponsabili della vita comune.

Ma la società civile non starà a guardare. L’Italia è piena di realtà straordinarie (penso anche a quelle mappate da Italia che Cambia, che ha messo in rete chi sta cambiando senza troppo rumore il nostro paese in modo etico, solidale, sostenibile e innovativo), che hanno bisogno soltanto di sapere che non sono sole e che l’ondata di odio contemporanea (figlia della paura dei cittadini e della crudeltà di alcuni politici) non ha colpito davvero il cuore del paese. C’è un’ampissima fetta di italiani che, a prescindere dalla propria appartenenza politica, ha molta più voglia di costruire che di distruggere.

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