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Obsolescenza programmata: che cos’è e come funziona

Di Laura Melissari
Pubblicato il 21 Feb. 2019 alle 07:30 Aggiornato il 26 Feb. 2019 alle 18:20

Obsolescenza programmata – Il 23 ottobre 2018 il Garante italiano dei consumatori, l’Antitrust, ha comminato una multa di 10 milioni alla Apple e di 5 milioni alla Samsung: entrambi i giganti della tecnologia hanno imposto ai consumatori di scaricare aggiornamenti software che hanno reso meno efficienti o mal funzionanti modelli di smartphone nuovi e costosi.

La decisione del Garante è la prima al mondo che punisce la “obsolescenza programmata”.

Obsolescenza programmata | Che cos’è

Per obsolescenza programmata si intende la progressiva e significativa perdita di funzionalità dei prodotti elettronici dopo un tempo relativamente breve. Secondo la Treccani, l’obsolescenza programmata è quel processo “che provoca nei consumatori esigenze di accelerata sostituzione di beni tecnologici o appartenenti ad altre tipologie merceologiche. Tale processo viene attivato dalla produzione di beni soggetti a un rapido decadimento di funzionalità”, ovvero facilmente deperibili.

C’è chi identifica l’obsolescenza programmata come una precisa strategia produttiva che intende scandire i tempi di avvicendamento dei prodotti immessi sul mercato a favore del consumismo spinto.

Le origini di questa “strategia” si fanno risalire agli inizi del secolo scorso quando le aziende si accorsero che l’eccessiva durata dei loro prodotti avrebbe comportato una diminuzione delle vendite, provocando una crisi economica globale. La soluzione fu di progettare i prodotti in modo da poterli sostituire in un tempo più breve. Esempi storici ed eclatanti di come nacque questa strategia furono le lampadine a filamento, limitate a una durata di 1.000 ore e le calze collant da donna, il cui tessuto fu indebolito per farle rompere prima.

Obsolescenza programmata | Le accuse a Apple e Samsung

L’Antitrust ha scoperto che gli aggiornamenti del software “hanno provocato gravi disfunzioni e ridotto in modo significativo le prestazioni” degli smartphone, costringendo quindi i consumatori a comprare modelli nuovi e ancora più costosi prodotti dalle stesse aziende.

Secondo le indagini svolte dal Garante, Apple e Samsung hanno messo in campo una strategia che attraverso il costante invio di notifiche e senza fornire le adeguate informazioni, portava i consumatori a scaricare aggiornamenti che andavano ad intaccare l’efficienza dei cellulari.

A ciò si aggiunge che nei dispositivi non era presente una funzione che permettesse di tornare indietro al precedente software.

Secondo l’Antitrust, l’azienda Samsung realizza questa pratica, considerata contro legge, dal maggio 2016 ed è stata impiegata principalmente verso chi ha acquistato il modello Note, che è stato inserito nel mercato a settembre del 2014.

Chi ha acquistato il Note 4, spiega l’Antitrust, era portato “ad installare il nuovo firmware di Android denominato Marshmallow predisposto per il nuovo modello di telefono Note 7, senza informare dei gravi malfunzionamenti per il Note 4 dovuti alle maggiori sollecitazioni dell’hardware”.

Per poter risolvere il problema, ai consumatori che si rivolgevano ai centri di riparazione venivano richieste somme elevate.

Lo stesso comportamento è stato adottato anche da Apple, ma dal settembre 2016, nei confronti di coloro che hanno acquistato un modello allora nuovo di iPhone e che erano poi costretti a installare il sistema operativo iOS 10 sviluppato per il nuovo iPhone7.

Le persone inoltre non venivano informate sull’aumento di consumo energetico che tale aggiornamento comportava e “dei possibili inconvenienti che tale installazione avrebbe potuto comportare. Per limitare tali problematiche, Apple ha rilasciato, nel febbraio 2017, un nuovo aggiornamento (iOS 10.2.1), senza tuttavia avvertire che la sua installazione avrebbe potuto ridurre la velocità di risposta e la funzionalità dei dispositivi”.

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