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    Zingaretti risponde alle Sardine su TPI: “Caro Santori, ti scrivo”

    Credit: Emanuele Fucecchi
    Di Nicola Zingaretti
    Pubblicato il 28 Set. 2020 alle 18:02 Aggiornato il 28 Set. 2020 alle 18:04

    Caro Mattia,
    in primo luogo grazie per il tuo ennesimo contributo. Il sentimento di insoddisfazione verso la politica italiana attraversa anche tutti noi. La politica si è allontanata dalla vita. È troppo aerea, autoreferenziale, conchiusa in se stessa, destinata ad indebolirsi o perfino esaurirsi nel puro esercizio del potere, nelle ambizioni personali di carriera, senza empatia e senza passione. È il dramma anche mio personale e di tanti democratici che tentano di cambiare, ma in ogni momento combattono per conquistare spazi, rischiano di essere contagiati o sopraffatti da questa realtà.

    I motivi sono tanti. La rapidità dei processi economici, l’uniformità che la globalizzazione ha determinato nelle culture e persino nei corpi delle persone, la resa culturale di fronte alle mode cangianti del momento o ai modelli poveri e talvolta violenti. Si sono liquefatte le “forme”. Alle vecchie destinate a morire non sono seguite altre nuove e credibili. Non solo le “forme” politiche e istituzionali si sono slabbrate; ma anche insediamenti umani fondamentali: la famiglia, le comunità solidali, le istituzioni morali e religiose, la rete ampia di una partecipazione civica, sono sotto attacco o in trasformazione. Da qui un grande disorientamento.

    I progressisti hanno pagato i prezzi più alti, subendo le cadute più dolorose. In questa crisi, al contrario, ha sollevato la testa la destra sovranista più brutale e intollerante. Il messaggio semplificato, rozzo ma forte dei nostri avversari rischia di avere la meglio nell’incertezza, nell’atomizzazione degli individui, in un disordine permanente dove solo un pugno di persone decide le cose che veramente contano nel mondo.

    Nella crisi della rappresentanza democratica hanno fatto irruzione le idee negative e viscerali di un popolo che ha perso coscienza di sé, abbandonato in una terra di nessuno anche per responsabilità nostra e così inevitabilmente predisposto alla rabbia, all’invettiva, alla distruzione o alla falsa illusione che l’orologio della storia possa tornare indietro. In questo quadro il Pd sta cercando di navigare contro corrente per ricostruire, nonostante tutto, e tra tanti limiti, le fila di una politica più sincera, trasparente e dedita al servizio del bene pubblico.

    Appena eletto segretario, circa un anno fa, ho tentato di mettere in pratica un profondo rinnovamento del partito. “Piazza grande” fu il titolo di un’iniziativa aperta e coraggiosa, intesa come un primo passo per includere nel Pd rinnovato tante energie senza riferimento, disperse e molto spesso sfiduciate. All’inizio di quel cammino l’urgenza degli avvenimenti politici nel nostro Paese ci ha impegnato senza darci tregua e respiro, nella concretezza di una battaglia indispensabile e difficile alla quale era impossibile sottrarsi.

    Sono cose note: l’opportunità di dar vita a un governo (con il Movimento 5stelle, Leu e Italia Viva) per fermare quella che allora sarebbe stata una vittoria certa della destra più pericolosa e plumbea tra quelle d’Europa; la prova tremenda della pandemia; la necessità di ricostruire un rapporto con l’Europa e di mettere in campo politiche economiche e sociali d’emergenza e di prospettiva per cambiare il modello di sviluppo italiano e renderlo più giusto; infine le elezioni regionali che sembravano fino alla vigilia destinate alla nostra sconfitta e che il Pd, al contrario, troppo spesso da solo, ha vinto nelle tre regioni più significative e popolate.

    Cari amici, non tutto è andato bene. Rimangono lentezze, distanze tra gli alleati della maggioranza che si è costituita, provvedimenti ritardati e zone non marginali di diffidenza e anche di sofferenza tra i cittadini e settori significativi della società italiana. Ecco perché chiedo una maggiore unità delle forze politiche. Perché dopo l’emergenza occorre ricostruire. E per ricostruire ci vuole sincerità e visione unitaria sui compiti che ci aspettano. Naturalmente in un pluralismo di idee e nella differenza tra i partiti che governano; i quali, tuttavia, non si possono sentire avversari piuttosto solidali in un’impresa comune.

    Dopo un anno, possiamo dire che il Pd ha riconquistato il suo ruolo e la sua funzione. È il pilastro unitario intorno al quale ricostruire una proposta per il Paese. Ora sembra tutto naturale ma non era affatto scontato, e non ce l’ha regalato nessuno ma è figlio di scelte politiche compiute. Oggi siamo la forza intorno alla quale si può riorganizzare una parte importante della società, anche perché ho cercato di tenerlo lontano da ogni manovra politicista. Nella ricostruzione della Nazione è tempo anche di ricostruire e cambiare il Pd. Spesso noi stessi ci invitiamo ad aprirci di più. È un compito fondamentale.

    Tuttavia non basta un generico aprirsi, senza saper attraversare il magma così contraddittorio, spigoloso e talvolta impaurito e incattivito della società di oggi, senza avere forti consapevolezze e una nuova idea, visione e proposta per l’Italia e per il mondo. Occorrono sentimenti e convinzioni forti. Occorre saldarsi ad un punto di vista critico che pervada nel profondo l’animo dei progressisti e di tutti i democratici.

    Lo avete dimostrato voi quando, aiutando soprattutto la vittoria democratica in Emilia-Romagna, non vi siete accontentati di indicare proposte per un nuovo programma, ma valori e scelte di fondo di carattere ideale e si può dire di significato universale. La libertà, il rispetto delle persone, il desiderio di ognuno di esprimere le proprie sensibilità e le proprie potenzialità interiori. Voi, in questo senso, siete stati e siete un movimento intensamente politico. Che evoca un’altra politica. Tutto ciò è in sintonia con la ripresa da parte nostra, oggi più che mai necessaria, del tentativo di “Piazza grande”, che non ha avuto il seguito che avrebbe meritato perché gli avvenimenti che ho ricordato lo hanno in parte travolto. Intendo ripartire da qui.

    L’ho detto alla Festa nazionale dell’Unità: scusate se nei mesi passati non abbiamo cambiato sufficientemente il partito. Ora questo sarà uno dei nostri impegni prioritari. Sarà l’oggetto fondamentale dei nostri pensieri. Occorre una organizzazione nuova al nostro interno. Che privilegi il merito, l’esperienza, la creatività, la disponibilità anche a quei lavori umili e concreti ai quali ogni dirigente, a qualsiasi livello, non dovrebbe mai sottrarsi.

    Significa mettere in discussione un sistema di correnti a canne d’organo dove si intende racchiudere tutto, lasciando fuori coloro che non si vogliono arruolare. Significa trasformare le correnti in aree creative di pensiero, di cultura, di egemonia progettuale e ideale. Significa capovolgere la piramide dare ruolo ai territori e agli amministratori, ricollocare gli eletti alle differenti zone del Paese e non ai capi corrente. Significa costruire sedi autorevoli di direzione, riconosciute e di alta qualità, capaci effettivamente di costruire un gruppo dirigente attorno al segretario. Significa guardare a noi stessi, ma anche a un campo più largo di forze che pur mantenendo la loro autonomia, innervino la politica della sinistra e democratica e contino nelle scelte, per evitare che esse affluiscano e defluiscano nella scena politica come onde che non lasciano un segno.

    Ma non è, come è ovvio, solo un lavoro organizzativo quello che serve. Serve anche e soprattutto lavoro culturale. L’antipolitica è un dato strutturale della società italiana. L’invettiva rozza e opportunistica una pratica diffusa. Troppi vogliono lasciare il popolo in uno stato di povertà culturale, perché pensano di poterlo manovrare meglio. Lo abbiamo detto tante volte.

    Quel popolo non va respinto, ritenuto estraneo; altrimenti si diventa una oligarchia che invoca il riformismo ma realizza nel concreto la disfatta delle nostre idee. Quel popolo va affrontato, in un confronto serrato, in un corpo a corpo paziente ma risoluto, affinché si aprano spazi di dialogo vero, di reciproca conoscenza, di crescita di tutti in una esperienza comune. E, infine, una nuova organizzazione così come la battaglia culturale, debbono alimentare la pratica politica.

    La politica è sempre pratica politica, se vuole evitare di diventare ideologica o improduttiva e astratto posizionamento. Ecco. Tutto questo sento tremendamente urgente. Il cammino non lo vogliamo fare da soli. Ma ognuno deve avere bene la consapevolezza che mai come oggi le due dimensioni della politica sono da agire contemporaneamente, indissolubilmente unite: quella concreta, dell’oggi, del compromesso e della contingenza e quella di un anelito ad un mondo diverso che contenga il germe dell’utopia e persino del sogno.

    Ecco perché il Pd deve avere i piedi ben fondati nella realtà che spesso ci pare sopraffarci ma la testa e lo sguardo ben alti ad esercitare una funzione quasi “profetica”. Tutto questo non sarà un processo “naturale” ma sarà il risultato di un conflitto e di una battaglia politica che dovrà continuare. Non so se ce la farò ma credetemi è l’unico motivo per il quale, a questo punto, con il Pd di nuovo in corsa mi spinge ad andare avanti.

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