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    Occhetto a TPI: “La svolta di Zingaretti? Bene, ma la sinistra deve ripartire da un sovranismo sovranazionale”

    Achille Occhetto è stato segretario del Pci dal 1988 al 1991 e segretario del Pds dal 1991 al 1994. Credit: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

    Intervista all'ex segretario di Pci e Pds: "L'annuncio del segretario dem è un passo avanti ma non può ridursi a un congresso del Pd: serve una costituente delle idee per tutta la democrazia militante a livello globale. E le Sardine non vanno trattate come parte di una coalizione, la loro è una rivoluzione culturale. Renzi dice che non bisogna seguire Corbyn? Vero, ma lui ha seguito Blair e si è messo su una brutta strada"

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 14 Gen. 2020 alle 15:16

    “La svolta di Zingaretti? Un congresso non basta”: intervista a Occhetto

    Trent’anni dopo la svolta di Achille Occhetto, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha annunciato una nuova svolta per la sinistra italiana: dopo le elezioni regionali del 26 gennaio, Zingaretti vuole iniziare a lavorare a un “partito nuovo e aperto”.

    “Dobbiamo rivolgerci alle persone, aprirci alla società e ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane”, ha sottolineato il leader dem intervistato da Massimo Giannini su Repubblica lo scorso 10 gennaio.

    TPI ha parlato di questa annunciata nuova svolta della sinistra e del Pd con il promotore della svolta del 1989, l’allora segretario del Partito comunista italiano, Achille Occhetto.

    Che idea si è fatto di questo annuncio di Zingaretti?

    È un passo avanti, perché parte dal riconoscimento della necessità di un cambiamento profondo. Il problema è come fare questa svolta e di quale svolta si tratta. Innanzitutto, io ritengo che non sarebbe giusto farla nel chiuso di un congresso e solo con i militanti del Pd: servirebbe una costituente delle idee aperta, che parta dalla consapevolezza che oggi è necessaria una riorganizzazione complessiva non solo del Pd ma del riformismo e delle forze democratiche.

    Quindi estesa anche a sindacati e movimenti?

    Serve una nuova svolta progettuale della sinistra e di tutta la democrazia militante, che comprenda cioè non solo i partiti esistenti ma tutto l’insieme delle energie sociali e intellettuali che mal sopportano l’attuale deriva di destra.

    E per fare cosa?

    In questo campo aperto tutti devono cambiare, tutti sono chiamati a ridefinirsi, smettendola di combattersi tra loro su ragioni che appartengono al passato. Qui ci troviamo di fronte a una svolta epocale, al cui centro c’è la crisi planetaria della democrazia, che richiede una ridefinizione della democrazia stessa e che deve avere l’obiettivo di democratizzare la globalizzazione. Oggi non ci sono l’economia italiana o l’economia francese: esiste un’unica economia globale, che va sottoposta a controllo democratico. Altrimenti vinceranno  le destre autoritarie.

    Sta dicendo che comunque non basterebbe una svolta solo della sinistra italiana?

    La costituente delle idee deve contrapporre al falso sovranismo il vero sovranismo: cioè un sovranismo sovranazionale, a cominciare da una profonda riforma dell’Europa. Poi c’è un altro tema che riguarda l’informazione.

    E cioè?

    La democrazia si trova oggi di fronte al problema di un’informazione rapida, polverizzata e ad alto contenuto tecnologico, che a sua volta definisce il campo della politica. Si parla di crisi della politica ma c’è anche un problema di crisi dell’informazione che in parte ha determinato le ondate populiste. Per questo è necessario qualcosa che vada molto al di là dell’orticello nazionale. È necessario un riformismo sovranazionale politico e sociale che riguarda i partiti, i sindacati, tutta la cittadinanza attiva mondiale, come quella messa in campo da Greta e dalle Sardine.

    Che giudizio dà del fenomeno delle Sardine?

    Bisogna fare molta attenzione. Le Sardine non possono essere considerate un soggetto politico da enumerare in una nuova coalizione in cui c’è un misto di partiti, movimenti, associazioni e, appunto, Sardine. Fra l’altro è risibile chiedere loro se intendono costituirsi in partito. Questo movimento ha gettato il germe di una nuova narrazione, la loro è prima di tutto una rivoluzione culturale. Anche per questo serve una costituente delle idee: per favorire quella contaminazione tra i diversi riformismi di cui io parlo dai giorni della svolta della Bolognina.

    Ovvero?

    Bisogna favorire l’incontro in un luogo del futuro, in cui le radici germoglino su un nuovo terreno bonificato, non più quello delle fusioni a freddo tra apparati senza anima. Le Sardine sono una richiesta, che non va frettolosamente inglobata in uno schieramento. Questa è una generazione nata dopo la fine della Guerra Fredda che vuole andare oltre i vecchi conflitti di potere. E andare oltre significa non avere il terrore di andare in mare aperto verso inediti approdi. Voglio mettere in guardia la proposta di Zingaretti dall’idea di un semplice schieramento che nasce staticamente.

    Lei parla di un rinnovamento profondo e di ampio respiro. Ma intanto il Pd è al governo e deve fare le cose: come si può coniugare questo suo discorso con i temi quotidiani che pone la politica di governo?

    Questo governo è nato da uno stato di necessità. Ma ora, conclusa la fase dolorosa e difficile della finanziaria, bisogna iniziare a introdurre i primi fondamentali messaggi di una svolta che vuole dare veramente risposte a una generazione senza rappresentanza.

    E quali sono questi messaggi?

    Alcuni segnali si possono dare subito. Ne cito uno: nessuna svolta è credibile se non si interviene con decisione sui decreti sicurezza. Occorre un immediato segnale di discontinuità. Questo si può fare subito.

    La svolta annunciata da Zingaretti arriva troppo tardi?

    Tutto può essere fatto prima. Sicuramente il Pd ha perso un anno dopo la sconfitta del marzo 2018, ma l’importante è che questa svolta la si faccia bene.

    Zingaretti è segretario da marzo 2019: anche lui ha perso (quasi) un anno?

    Zingaretti ha avuto a che fare con un partito in cui sono ancora le guerre di correnti e ci sono equilibri che rendono difficile l’operatività. Per questo è necessario, come dicevo prima, muoversi in un campo aperto e aprire una fase che chiami in causa l’insieme delle forze democratiche della sinistra.

    A quali insidie va incontro questo percorso di rinnovamento? Lo chiedo a lei che si intende di svolte e, forse, anche di insidie…

    Di insidie me ne intendo molto. Alcune hanno anche dirottato la svolta dal suo alveo principale, come si è visto. L’insidia principale è quella di ridurre la svolta a un equilibrio tra le varie fazioni. Per questo dico: non rimanete semplicemente interni al congresso del Pd.

    Renzi ha commentato: “Se nel Pd fanno come Corbyn ci aprono un’autostrada”. Che ne pensa?

    Corbyn ha detto cose sbagliate e cose giuste, ma non credo che la sinistra italiana voglia fare come Corbyn. Renzi, peraltro, dovrebbe fare un’analisi di coscienza profonda: lui ha voluto fare come Blair e si è messo su una brutta strada. Oggi non bisogna fare come Corbyn né come Blair.

    C’è un modello nel mondo? Qualcuno che ci sta già provando a fare questo percorso?

    No, neanche l’internazionale socialista, che ha nel proprio nome la parola “internazionale”, sta ponendo con forza il tema di un riformismo sovranazionale. Non affronteremo mai una seria riforma fiscale senza una fiscalità organizzata a livello europeo, non riusciremo mai a controllare le delocalizzazioni delle industrie senza una politica e un sindacalismo europeo. Gli esempi sono tanti.

    A quali interlocutori fuori dall’Italia dovrebbe rivolgersi Zingaretti?

    Zingaretti dovrebbe iniziare a dire nel Partito socialista europeo: “Iniziamo a pensare a un vero partito socialista europeo, che non sia una camera di compensazione tra i vari partiti nazionali”.

    Quindi la sede in cui operare questa svolta è il Partito socialista europeo?

    Il Pse dovrebbe farsi promotore, ma la svolta non dovrebbe chiudersi nel Pse.

    Dovrebbe andare anche dall’altra parte dell’Atlantico?

    Sì.

    Veniamo a temi più concreti: quale politica del lavoro dovrebbe portare avanti, oggi, un partito di sinistra?

    Un partito di sinistra deve avere al proprio centro la capacità di coniugare i diritti divili con i diritti sociali, cosa che spesso è mancata perché si è ritenuto che gli uni e gli altri fossero in contrapposizione. Il tutto deve avvenire nel quadro di un progetto di sviluppo che deve avere al proprio centro un rapporto virtuoso tra pubblico e privato. Bisogna abbandonare sia l’idea antica della mera statalizzazione sia l’idea neoliberista del primato del mercato per dar vita a una economia green e sociale.

    E in questa visione il reddito di cittadinanza ci sta o non ci sta?

    Di fronte a un processo in cui la tecnologia sostituisce il lavoro, condivido l’idea di spalmare i risultati della scienza su tutta la società intervenendo nei settori in cui non si trova immediata occupazione. Il modo in cui è stata proposta l’ho trovato propagandistico e non funzionante.

    E Quota 100?

    Bisogna rimettere in discussione l’attuale modello di sviluppo e andare oltre le piccole proposte programmatiche che oggi sono sul terreno. Il tema pensionistico deve essere affrontato e impostato sulla base della capacità di risolvere il rapporto tra le diverse generazioni e in collegamento con un altro punto che è quello dell’invecchiamento della popolazione

    Quando Zingaretti dice che serve un partito nuovo decreta il definitivo fallimento dell’operazione Pd?

    Io fin dall’inizio ho detto che il Pd era nato male: sono l’autore della famosa frase, che ora vedo usata da molti, secondo cui il Pd è stata una fusione a freddo tra apparati. Per questo non sono mai entrato nel Partito democratico. Diciamo che questa è la prova che avevo ragione, ma a me non interessa avere ragione. L’importante è che si superi questo difetto di fabbricazione.

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