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    Dal blocco navale alla realtà: sbarchi, morti, rimpatri e regolarizzazioni, sull’immigrazione i conti del Governo non tornano

    Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

    Tra i provvedimenti impantanati in Parlamento e il ritorno dei richiedenti asilo per via del nuovo Patto Ue su migrazioni e asilo, la gestione dei flussi si scontra con i dati. Il calo degli irregolari avviene per via legale, mentre il Viminale spinge per esternalizzare a Bruxelles costi e identificazione in centri costruiti in Paesi terzi

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 25 Set. 2026 alle 12:06

    Il Governo Meloni esibisce i dati sul contrasto all’immigrazione irregolare come una svolta, ma il quadro è ben più sfumato. Al 31 luglio 2026, secondo i dati del Viminale, quest’anno erano sbarcati in Italia quasi 16.400 migranti contro i poco più di 41.500 dello stesso periodo del 2022, mentre al 1° settembre i rimpatri sono stati 5.825. L’anno scorso, invece, il ministero dell’Interno aveva contato 6.097 rimpatri, contro i 5.414 nel 2024 e i 4.751 del 2023, sempre oltre il record di circa 4.000 del governo Renzi nel 2015. Gli sbarchi però restano alti rispetto alle legislature precedenti: tra 2024 e 2025 sono stati 66mila, che sommati ai quasi 160mila del 2023 sfiorano quota 300mila, una media di circa 100mila l’anno da quando governa la premier. Inoltre, secondo l’Onu, al 1° settembre 2026 sono morte o disperse nel Mediterraneo almeno 2.292 persone (contro le 1.999 dello stesso periodo dell’anno precedente). È vero, infatti, che sulla rotta centrale verso l’Italia gli arrivi sono calati del 55%, ma quest’anno i decessi sono saliti da 844 a 996.
    Tra il 2022 e il 2025 però gli stranieri irregolari in Italia sono scesi da 506 a 339mila, il 33% in meno. Come? Con le regolarizzazioni di fatto garantite dai decreti flussi, che hanno previsto 83mila ingressi nel 2022, 136mila nel 2023, 151mila nel 2024 e 181mila nel 2025. Così il numero di stranieri residenti in Italia è salito dai 5,1 milioni del 1° gennaio 2023 ai 5,6 milioni dello stesso giorno del 2026, circa 177mila in più ogni anno. Numeri a cui vanno ad aggiungersi le 200mila nuove cittadinanze concesse nel triennio 2022-25.
    Intanto il “blocco navale” proposto da Meloni prima del voto del 2022, che prevederebbe fino a sei mesi di divieto di attraversare le acque territoriali, con multe e confisca per le navi, Ong comprese, che lo violano, è fermo da mesi in commissione al Senato dopo essere stato escluso dall’ultimo pacchetto sicurezza per i dubbi del Quirinale.
    La querelle con la Spagna di Pedro Sànchez, poi, ha scatenato un effetto boomerang sui cosiddetti “Dublinanti”. In virtù del nuovo Patto Ue su migrazioni e asilo, voluto anche da Meloni e che è entrato in vigore il 12 giugno scorso, Germania, Austria, Svizzera, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi hanno deciso di rimandare in Italia le persone entrate in Europa passando per il nostro Paese e che qui avrebbero dovuto fare richiesta di asilo. Parliamo di oltre 24mila richieste solo l’anno scorso.
    Sul fronte Albania, infine, l’accordo tra Roma e Tirana del 2023 ha creato due centri, a Shengjin e Gjader, per velocizzare i rimpatri ma finora sono rimasti quasi inutilizzati, ospitando 352 persone in due anni contro le 36mila l’anno promesse. Il tutto al costo di circa 134 milioni di euro all’anno.
    Per compensare quel flop, il Governo spinge ora per esportare tale modello in sede europea. Una lettera di Meloni con altri 18 leader ha chiesto a giugno all’Ue di attuare in fretta «norme sui migranti, inclusi gli hub» nei Paesi terzi, mentre una nuova proposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi punta a creare centri simili in Africa, con Ruanda, Uganda e Ghana tra i Paesi favoriti, pagati stavolta da Bruxelles. Per esternalizzare non solo la gestione del fenomeno, ma soprattutto i costi.

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