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    Emma Bonino a TPI: “La legge sul divorzio non cambiò l’Italia. La società era già cambiata, fu la politica ad arrivare tardi”

    Intervista alla senatrice radicale nel 50esimo anniversario della legge: "Nel 1970 io non facevo ancora politica, ma quella legge aprì la stagione dei diritti civili. Per la prima volta la politica entrava nelle case e le persone scendevano in piazza per problemi ritenuti fin lì da radical chic. Si affermò il principio per cui il personale è politico, ma il privato non è mai pubblico. Adesso invece il privato è diventato pubblico e il personale non è più politico"

    Di Enrico Mingori
    Pubblicato il 1 Dic. 2020 alle 12:29 Aggiornato il 1 Dic. 2020 alle 15:18

    Il primo dicembre 1970 il Parlamento italiano approvò la legge che introdusse il divorzio. A cinquant’anni esatti, parliamo di quella svolta storica con la senatrice a vita Emma Bonino, da quasi mezzo secolo portabandiera delle battaglie per i diritti civili in Italia.
    Senatrice, nel 1970 lei non era ancora entrata nel Partito Radicale. Cosa ricorda della campagna per la legge sul divorzio?
    “Non posso dire che si tratti di una bandiera che portai io. All’epoca ero disinteressata alla politica, facevo tutt’altro. Incontrai la politica radicale nell’autunno dell’anno successivo al referendum. Ma al partito, anche negli anni successivi, se ne parlava molto”.

    Era un’Italia diversa da quella di oggi?
    “A partire dalla legge sul divorzio si aprirono le porte alle più importanti riforme sui diritti civili: è dello stesso periodo la concessione del diritto di voto ai 18enni, l’obiezione di coscienza, la riforma del codice di famiglia, ci fu l’abolizione del delitto d’onore. Fu una grande epoca di attenzione ai diritti individuali”.

    Cosa rappresentò per quella Italia la legge sul divorzio?
    “Affermò il principio che Stato e Chiesa sono due entità diverse. L’una predica alle coscienze – e va benissimo, è un suo diritto che va tutelato -, l’altra ha il compito di trovare soluzione a problemi sociali molto estesi tra i cittadini e l’opinione pubblica”.

    Ebbe però un forte impatto anche nella sfera privata dei cittadini. No?
    “Forse per la prima volta le persone scendevano in piazza per problemi ritenuti fin lì da radical chic. La cultura dei diritti e doveri dell’individuo era assente nel nostro Paese, stretto com’era tra una cultura cattolica – “soffrirete in Terra ma tanto poi c’è il Paradiso” – e quella di massa comunista – “la politica si fa soprattutto nelle fabbriche”. Finalmente la politica entrava anche nelle case. Ma con un importante assunto”.

    Quale?
    “Che il personale è politico, ma il privato non è mai pubblico. Oggi, invece…”.
    Cosa?
    “Oggi mi sembra che il privato sia diventato pubblico – ognuno su Facebook racconta i suoi amori e dissensi individuali – ma il personale non è più politico: dei diritti civili ci si occupa molto poco”.

    Nel 1974, al referendum, 13 milioni di italiani su 33 votarono contro il divorzio. C’era una parte di Italia ancora molto antiquata… 
    “Non la metterei in questi termini”.
    Perché?
    “Sono concezioni diverse dell’individuo – e delle responsabilità e diritti dell’individuo – rispetto ai valori tradizionali. Normalmente i valori tradizionali hanno come scalino B l’emarginazione femminile. Certo, era una società più chiusa, meno aperta ai cambiamenti. Poi mi faccia dire un’altra cosa”.

    Prego.
    “Non è che il divorzio ha cambiato l’Italia. L’Italia era già cambiata sotto gli occhi di tutti, salvo di chi non voleva rendersene conto. È come per le unioni civili”.
    Cioè?
    “Anche quando è passata la legge sulle unioni civili (nel 2016, ndr) si disse che quella legge avrebbe cambiato l’Italia. Ma in realtà l’Italia era già cambiata: quella legge semplicemente legalizzò e mise un po’ d’ordine a quel cambiamento già in atto”.

    La politica che rincorre la società.
    “Sempre. La politica è sempre in ritardo. E deve essere tutte le volte spinta”.

    Oggi che Italia vede dal punto di vista dei diritti civili. Quali sono le battaglie di oggi?
    “Innanzitutto non c’è neanche più una applicazione corretta di quelle leggi che citavo prima. La legge 194 sull’aborto è disapplicata in intere regioni italiane per mille ragioni, compresa l’obiezione di coscienza di massa di medici e ginecologi. Nel 2005 ci fu la battuta d’arresto al referendum sulla fecondazione assistita, ossia sull’utilizzo della scienza per curare patologie o altro dei rapporti di genitorialità. E si può andare avanti. Sotto gli occhi di tutti c’è il tema dei diritti e doveri dei carcerati, di cui però pochi vogliono rendersi conto. C’è qualche passo in avanti, invece, sulla gestione dei diritti e doveri degli immigrati, altro tema tipico dell’umanità e che sarà con noi per sempre”.

    Guardando indietro al 1970 sembra inconcepibile che il divorzio fosse messo in discussione. Fra 50 anni avremo la stessa impressione pensando, ad esempio, alle unioni civili?
    “Già oggi mi sembra sia così. Le unioni civili sono già una realtà: ognuno di noi ha amici e conoscenti in questa situazione, non bisogna aspettare 50 anni”.

    Leggi anche: La legge sul divorzio compie 50 anni: la battaglia che annullò le ipocrisie sul concetto di famiglia
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