L’Europa spende già più di Cina e Russia per la difesa, eppure non è in grado di difendersi, anzi, dipende dagli Stati Uniti anche per il riarmo. «È un po’ il cane che si morde la coda», spiega a TPI Fabrizio Battistelli, presidente dell’Iriad e coordinatore scientifico del rapporto “Europa: quale difesa?”, presentato il 22 giugno a Roma al workshop “Difendere la pace in un mondo che cambia”, promosso dagli eurodeputati Tarquinio e Lucia Annunziata nell’ambito della delegazione del Pd al Parlamento europeo.
«Gli armamenti americani dominano il mercato europeo perché sono i più avanzati, e sono i più avanzati perché sono i più acquistati», Battistelli usa questa immagine per descrivere il paradosso strutturale al cuore del riarmo europeo. Nel 2025, i 27 Stati dell’Unione hanno speso per la difesa 430 miliardi di dollari. «È poco meno della metà degli Usa», sottolinea il sociologo, «più della Cina (335) e quasi tre volte la Russia (158)». Eppure non riescono a tradurre quella cifra in un’autonomia strategica reale.
Il riarmo in Europa non spezza questo circolo, lo consolida. L’intera campagna, rimarca il presidente dell’Iriad, «è improntata alla ri-nazionalizzazione dell’industria europea degli armamenti». La prova è nelle scelte di governance: 650 degli 800 miliardi previsti sono stati lasciati in mano ai singoli Stati, affossando i progetti comuni e bloccando le fusioni industriali transfrontaliere.
Ma per l’Italia il nodo è soprattutto fiscale. Rispettare l’impegno sottoscritto all’Aja di portare le spese militari al 5% del Pil è, per Battistelli, «semplicemente impossibile». Significherebbe 93 miliardi in più di spesa, calcola l’Iriad, «sino a raggiungere l’esorbitante cifra di 120 miliardi nel 2035». Soldi che non possono arrivare dal debito né da nuove tasse, ma soltanto tagliando sanità e pensioni. L’alternativa però esiste, ed è federale.
Presidente Battistelli, l’Europa ha davvero bisogno di aumentare le spese per la difesa?
«Nel 2025, i 27 dell’Ue hanno speso per la difesa 430 miliardi di dollari, una somma ingente che è poco meno della metà di quanto spende la massima superpotenza mondiale, gli Stati Uniti (929 miliardi di dollari), più della Cina (335) e quasi tre volte la Russia (158). È intuitivo che se – un’ipotesi al momento remota ma non da escludere – gli europei si unissero in un unico soggetto politico di tipo federale, i risparmi delle innumerevoli ridondanze e duplicazioni di infrastrutture, sistemi d’arma, logistica, amministrazione e reparti operativi sarebbero elevatissimi».
L’Ue punta a perseguire una propria autonomia strategica in materia di difesa, ma continua a dipendere dagli Usa per gli approvvigionamenti.
«La dipendenza dagli armamenti americani importati dagli europei ha un’origine duplice, tecnica e politica. La prima è dovuta alla (per lo più effettiva, ma talvolta anche presunta) superiorità tecnologica dei sistemi americani. La seconda, al predominio politico degli Usa. Qualcuno dovrebbe spiegare al presidente Trump, che rinfaccia ai suoi predecessori di aver difeso per decenni quegli scrocconi degli europei, che la deterrenza strategica esercitata dagli americani non è mai stata gratis. Essa è stata fornita dagli Usa agli europei nell’ambito di uno scambio molto chiaro: il predominio americano nelle decisioni politiche e strategiche a livello internazionale e il sostegno economico del “buy American”. I massicci ordinativi europei all’industria degli Stati Uniti hanno consentito di allungare la filiera produttiva, ammortizzando i costi dei prodotti a uso nazionale e finanziando la ricerca. È un po’ il cane che si morde la coda: gli armamenti americani sono i più acquistati perché sono i più avanzati e sono i più avanzati perché sono i più acquistati».
Il riarmo europeo può integrare l’industria continentale?
«Tutta l’attuale campagna del “Rearm Europe” (non modificata dal cambiamento estetico suggerito dalla Meloni in “Readiness 2030”) è improntata alla ri-nazionalizzazione dell’industria europea degli armamenti. Le decisioni strategiche (per esempio lasciare che 650 degli 800 miliardi di finanziamenti previsti siano gestiti dai singoli Stati e non unitariamente) hanno dato l’ultima spinta al progressivo ridimensionamento dei progetti comuni europei e alzato l’ultimo muro contro i tentativi di fusione tra industrie di Stati differenti. Due esempi in questo senso? Da un lato il definitivo fallimento del caccia franco-tedesco “Future Combat Air System”. Dall’altro il veto di Parigi alla fusione della francese STX con l’italiana Fincantieri (destinata a controllare il 66,7% della nuova azienda)».
Senza arsenali “interoperabili” rischiamo di compromettere la sicurezza collettiva?
«L’egoismo dei vari governi si manifesta nella protezione dei rispettivi campioni nazionali (tipo Leonardo Spa, per capirci). Altri costi, invece, sono impliciti nella moltiplicazione dei modelli di un sistema d’arma e delle conseguenti incompatibilità nella gestione degli stessi. Sempre per capirci, si pensi alle difficoltà incontrate dall’esercito ucraino, storicamente addestrato su apparati sovietici, quando ha dovuto imparare a gestire sistemi occidentali. In proporzione, perfino la Nato ha dovuto faticare a raggiungere una parziale interoperabilità tra i contingenti dei Paesi aderenti, riuscendoci solo grazie all’indiscusso predominio tecnologico e politico degli americani. Uno Stato federale può permettersi di avere un unico modello di carro armato, l’Europa invece ne ha 13, un po’ come se lo Stato di New York avesse un proprio modello, la California un altro e un altro il Delaware».
Cosa significherebbe per l’Italia portare le spese militari al 5% del Pil in ambito Nato?
«Per l’Italia significa che è semplicemente impossibile rispettare questi termini. Un anno fa, all’Aja, i ministri della Difesa europei (per l’Italia, Crosetto) hanno accettato di sottoscrivere un impegno: l’aumento delle spese per la difesa al 5%. Per alcuni tale aumento sarebbe attuabile sia pure con difficoltà (i Paesi nordici), mentre per altri (a cominciare dal nostro) l’aumento è completamente inattuabile. Se Paesi come Danimarca, Svezia, Finlandia ecc. dispongono dello spazio fiscale per provarci, altri, come l’Italia e la stessa Francia, non sono nelle condizioni (almeno finché valgono le norme europee) di ricorrere a un ulteriore aumento dello smisurato debito pubblico. Apparendo improbabile la seconda alternativa, quella di un aumento della pressione fiscale, rimane soltanto lo spostamento di somme ragguardevoli dalla maggiore delle voci della spesa pubblica, cioè la sanità e la protezione sociale (cioè le pensioni). Una misura difficilmente praticabile anche per un governo decisionista come quello di Giorgia Meloni».
Il costo politico sarebbe molto alto.
«Da qui, l’altolà della Presidente del Consiglio alle richieste di Crosetto, il drastico ridimensionamento del programma “Safe” per l’acquisto di armamenti da 15 a 5 miliardi di euro (e sarà un mal di testa per Giorgetti trovarli), ma anche l’imbarazzo di presentarsi all’imminente vertice Nato di Ankara con un aumento che è “solo” fino al 2,8% del Pil (di cui lo 0,7% per una non meglio precisata “sicurezza”). Meloni per prima si era resa conto del rischio politico di “spendere soldi per la difesa e lasciare irrisolti i problemi della gente”. Secondo fonti governative citate dal Corriere della Sera, l’obiettivo resta di non spaventare gli italiani che pensano che “le spese dell’Alleanza debbano venire dopo quelle sociali”. Del resto, è la filosofica conclusione, “gli accordi dell’Aja prevedono di salire al 5% in dieci anni, quindi c’è tutto il tempo”. Purtroppo non è affatto così».
Di che cifre parliamo?
«Abbiamo stimato che, per uniformarci al libro dei sogni dell’Aja, saranno necessari 93 miliardi in più, sino a raggiungere l’esorbitante cifra di 120 miliardi nel 2035. Una progressione iperbolica come quella del chicco di riso sulla scacchiera».
Come se ne esce?
«Recentemente il ministro della Difesa ha dichiarato che se si vuole far parte di una Alleanza gli impegni si rispettano, “in caso contrario l’alternativa è fare da soli”, ma questo “costerebbe infinitamente di più”. Ciò può essere vero nell’immediato, ma non è vero per sempre. L’alternativa esiste ed è quella di unire le risorse dei Paesi d’Europa e riorganizzare la Difesa secondo una specializzazione funzionale per Stati capofila, il che farebbe risparmiare ogni anno decine di miliardi di euro. Che si tratti di una soluzione a medio termine non la destituisce di fondamento, al contrario costituisce un motivo in più per cominciare subito a prepararla».
La denuncia del presidente dell’Archivio Disarmo Fabrizio Battistelli a TPI: “Servirebbero 93 miliardi per portare le spese per la difesa al 5% del Pil”
Queste risorse, ci spiega il sociologo e coordinatore scientifico del rapporto "Europa: quale difesa?”, non possono arrivare dal debito né da nuove tasse, ma soltanto tagliando sanità e pensioni. "L’alternativa esiste ed è quella di unire le risorse dei Paesi d’Europa e riorganizzare la Difesa su base comune"
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