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    [Retroscena] Morra rischia di perdere la presidenza della Commissione Antimafia

    Di Alessia Bausone
    Pubblicato il 22 Giu. 2020 alle 16:45 Aggiornato il 22 Giu. 2020 alle 16:47

    Commissione Antimafia, Nicola Morra rischia di perdere la presidenza

    Alla fine di questo mese (salvo rinvii in autunno), allo scoccare di metà legislatura, la politica parlamentare sarà presa nel rinnovo delle presidenze delle commissioni parlamentari. Undici presidenze di commissioni (sei al Senato e cinque alla Camera) sono attualmente occupate dalla Lega, che si era rifiutata di lasciarle dopo il cambio di governo. Le presidenze dei leghisti, stante ai rumors di palazzo, dovrebbero essere divise tra Pd, Leu e Iv mentre le quattordici guidate attualmente da esponenti del M5S dovrebbero essere confermate, ma non è detto che i grillini non debbano cederne qualcuna in ottica di bilanciamento nell’esecutivo giallorosso.

    Non sono esenti da questo turnover le commissioni di garanzia, incluse le bicamerali, come la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, istituita per questa legislatura dalla legge 99/2018. Tra gli importanti compiti di questa commissione vi è quello di indagare sul rapporto tra mafia e politica, con riguardo alla sua articolazione nel territorio e negli organi amministrativi e con particolare riferimento alla selezione dei gruppi dirigenti e delle candidature per le assemblee elettive. Ecco perché gli “scheletri nell’armadio” di taluno dei suoi vertici, a partire dal presidente, ne potrebbero imporre il rinnovo non senza imbarazzo dei partiti di appartenenza.

    Certo, storicamente, solo una volta nella storia il presidente della Commissione Antimafia non è stato confermato a metà legislatura, quando nel 2000 Ottaviano Del Turco divenne ministro e gli subentrò Giuseppe Lumia. Rosy Bindi rischiò nel 2016 di non essere riconfermata perché all’epoca Matteo Renzi bramava di sistemare in quella casella Emanuele Fiano, ritenuto più competente (in quanto presidente forum sicurezza del Pd e componente del Copasir) rispetto ad una antirenziana militante che nel 2013, durante un incontro elettorale in Calabria con Marco Minniti, dichiarò di non essere per nulla esperta della “materia antimafia”.

    Oggi la Commissione parlamentare Antimafia è presieduta dal docente di filosofia Nicola Morra, che nei due anni e mezzo che si vanno a concludere è stato oggetto di numerose critiche e accuse di un certo rilievo. Già subito dopo che iniziò a circolare il suo nome per ricoprire tale carica furono numerosi gli esponenti del suo stesso partito che sussurrarono a Luigi Di Maio circa l’inopportunità di tale scelta. Non solo una presunta vicinanza personale e politica tenuta sottotraccia, ma sussurrata negli ambienti cosentini, con l’ex sottosegretario dei governi Renzi e Gentiloni Tonino Gentile (prima di Area Popolare, poi FI, poi area Toti), ma un ulteriore motivo è stato riportato dal quotidiano La Verità in un articolo datato 4 novembre 2018.

    Nell’articolo si racconta che una società della famiglia Morra -avente in gestione il locale Ginger beach nel tirreno cosentino, chiamata Sangi s.r.l. (la cui procedura di scioglimento è iniziata, visure alla mano, proprio il giorno dopo l’uscita dell’articolo), acquisita dal noto imprenditore della movida cosentina Sergio Aiello – è stata affittata come ramo d’azienda alla società Foodies s.a.s. di Pietro Francesco Samuele, Hr manager della Mazzei Consulting & Partners di Andrea Mazzei, commercialista vicino al Partito Democratico.

    Quest’ultimo è stato recentemente coinvolto nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Cosenza “Money for nothing” (riguardante il presunto dirottamento per finalità differenti da quelle stabilite di finanziamenti di Invitalia e Fincalabria) e lo scorso dicembre il Gip ha disposto nei suoi confronti l’interdizione per 12 mesi dall’esercizio delle attività inerenti uffici direttivi.

    Non solo, prima ancora, nell’aprile 2018 il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto scrisse pubblicamente su Facebook: “Se mi girano, il grillino posso farlo anche io denunciando pubblicamente anche le porcherie di chi pensa forse (sic) di essere diventato un grande politico”, accusando Morra di avere “un sacco di scheletri nell’armadio” avendo “commesso schifezze personali”. Il successivo 11 settembre lo stesso Occhiuto scriveva, sempre su Facebook: “da quel che mi dicono (ma io non voglio crederci), un suo stretto congiunto esercita addirittura le sue attività imprenditoriali spesso in società con soggetti in odor di mafia”.

    A rincarare la dose in questo senso il vicepresidente vicario del gruppo di Forza Italia alla Camera Roberto Occhiuto (fratello di Mario Occhiuto) che nel maggio 2019 su Facebook postò: “Morra invece di rivolgersi a me per rispondermi nel merito, parla di mio fratello. Bene, allora la prossima volta anch’io, invece che rivolgermi a lui, parlerò di suo figlio”. Lo stesso deputato, insieme alla ormai ex vice di Morra in Commissione Sntimafia (eletta presidente della Regione Calabria) Jole Santelli accusarono in conferenza stampa il senatore grillino di aver creato “una struttura inquirente parallela allo Stato” perché “tutti i procedimenti aperti su esposti di Morra vedono come agente di polizia giudiziaria incaricato il maresciallo ora distaccato alla Commissione Antimafia e come pm incaricato la dottoressa Manzini (quest’ultima poi chiamata per un periodo come consulente proprio della commissione, ndr)”.

    Anche la conferenza stampa di Morra sugli “impresentabili” alle elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria indetta pochi giorni prima del voto (come fece Rosy Bindi nel 2015) fece storcere a molti il naso, incluso alla sua ex vice Santelli che lo ri-accusò di utilizzare la commissione da lui presieduta per fini politici e di parte. Un’accusa simile gli arrivò, sempre lo scorso gennaio, dall’europarlamentare grillina Laura Ferrara che dichiarò come secondo lei Morra utilizzasse “una carica istituzionale che implica ponderatezza, competenza e obiettività” per fini differenti da quelli canonici (in quel caso, gli veniva imputato di voler “distruggere il M5S in Calabria)”.

    C’è da chiedersi di quanta salute possa godere una commissione così importante se la vice arriva a denunciare il presidente più volte. Eppure, quel ruolo dovrebbe avere caratteri di neutralità e garanzia e proprio per questo motivo non è prevista alcuna modalità di sfiducia o sostituzione. Non prima del compimento quella “metà legislatura” che è in dirittura di arrivo a giorni e non è peregrino pensare che in molti torneranno a sollecitare il capo politico del M5S, questa volta Vito Crimi, a ripensare una scelta che, alla logica dei fatti, forse si è rivelata sbagliata.

    Interpellato da TPI, il senatore Morra non ha voluto commentare l’ipotesi di una sua mancata conferma alla guida della Commissione.

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