Chi è Valter Lavitola, il presunto mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci
È Valter Lavitola l’uomo individuato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma come presunto mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci.
Sessant’anni, imprenditore noto alle cronache per svariati casi giudiziari legati agli ambienti del centrodestra berlusconiano, Lavitola ieri è stato oggetto di una perquisizione da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati su mandato della Dda capitolina. I militari dell’Arma gli hanno sequestrato il cellulare e il computer.
I reati che gli vengono contestati sono detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso.
Lavitola è indagato in concorso con le quattro persone arrestate lo scorso 30 giugno in quanto ritenute le esecutrici materiali dell’attentato: Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e Marika De Filippi. La presunta banda criminale è stata raggiunta dalle forze dell’ordine tra le province di Napoli e Avellino.
Al momento resta sconosciuto il movente ipotizzato dagli inquirenti.
Chi è Valter Lavitola
Una decina d’anni fa il nome di Lavitola divenne noto per alcune vicende poco chiare legate ad affari e manovre di potere a cavallo tra editoria e politica.
Nato a Salerno il 16 giugno 1966, Lavitola in gioventù è stato iscritto come apprendista alla loggia massonica Aretè di Roma e ha militato nel Partito Socialista Italiano, in particolare nella corrente che sosteneva l’allora leader del partito, Bettino Craxi.
Dopo la laurea in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli, negli anni Novanta fonda la cooperativa giornalistica International Press, che nel dicembre 1996 dà alle stampe un nuovo quotidiano, L’Avanti!, che richiama anche nella grafica l’Avanti! (senza articolo determinativo), lo storico giornale del Psi.
Nel 2004 – grazie anche agli ottimi rapporti con Silvio Berlusconi – Lavitola si candida alle elezioni europee con Forza Italia: raccoglie 54mila preferenze, ma non viene eletto.
Nel settembre 2010 L’Avanti! fa uno scoop: pubblica un documento ufficiale del governo dello Stato caraibico di Saint Lucia in base al quale si scopre che un appartamento a Montecarlo di proprietà di Alleanza Nazionale è stato venduto a un prezzo ritenuto inferiore al valore di mercato a una società offshore dietro cui si celerebbe Giancarlo Tulliani, cognato del leader del partito Gianfranco Fini, che all’epoca era presidente della Camera.
La notizia deflagra nel momento di massima tensione politica tra l’allora presidente del Consiglio Berlusconi e Fini: due mesi prima, nel luglio 2010, il presidente della Camera aveva lasciato il Popolo della Libertà per fondare Futuro e Libertà (Alleanza Nazionale nel 2009 era confluita nel Pdl).
Un anno dopo, nel settembre 2011, Lavitola viene indagato per un corruzione insieme allo stesso Berlusconi per la vicenda della cosiddetta “compravendita dei senatori” che sarebbe stata ordinata dall’allora premier per mantenere la maggioranza in parlamento. Per questa inchiesta Lavitola e Berlusconi verranno successivamente condannati in primo grado dal Tribunale di Napoli, ma poi il reato verrà dichiarato prescritto.
Quando il caso scoppia, Lavitola si rende irreperibile alle forze dell’ordine e rimane latitante all’estero per circa otto mesi. In quel periodo spuntano delle immagini risalenti a qualche tempo prima in cui lo si vede al fianco di Berlusconi in missioni istituzionali, anche all’estero, benché non avesse alcun incarico formale. Il 16 aprile 2012 l’imprenditore rientra in Italia e si consegna alle autorità: viene arrestato e condotto nel carcere di Poggioreale.
Nel novembre di quello stesso anno Lavitola patteggia una pena di 3 anni e mesi davanti al Gip del Tribunale di Napoli per il caso dei finanziamenti pubblici all’editoria destinati a L’Avanti!: il reato contestato all’editore era associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato.
Nel marzo 2013 Lavitola viene inoltre condannato a Napoli in primo grado a 2 anni e 8 mesi con rito abbreviato per tentata estorsione ai danni di Berlusconi: secondo i magistrati l’imprenditore chiese al Cavaliere (senza ottenerla) la somma di 5 milioni di euro per mantenere il silenzio sull’inchiesta di Bari che ipotizzava un giro di escort intorno al premier. Un anno dopo, tuttavia, il Gip chiede per Lavitola l’archiviazione.
Nel 2014 l’imprenditore viene inoltre condannato a 3 anni dal Tribunale di Napoli per tentata estorsione ai danni di Impregilo, nell’ambito di una vicenda legata ad appalti a Panama e alla richiesta di realizzazione di un ospedale pediatrico nella capitale panamense.
Da allora Lavitola pare abbia cambiato vita, prendendo in gestione un ristorante di pesce nel quartiere romano di Monteverde. Ora tuttavia la vicenda dell’attentato a Ranucci getta su di lui nuove ombre.
L’attentato a Ranucci
Lo scorso 6 ottobre davanti alla casa di Sigfrido Ranucci a Pomezia è esploso un ordigno che ha distrutto l’auto del giornalista e quella della figlia e danneggiato il muro di cinta. Non si sono registrati feriti. Al momento dell’esplosione, Ranucci era in casa.
Secondo gli investigatori, l’esplosivo utilizzato (“gelatina da cava”) aveva un elevato potenziale distruttivo e avrebbe potuto provocare vittime se qualcuno si fosse trovato nelle vicinanze.
La reazione di Ranucci
Alla notizia dell’indagine a carico di Lavitola, il conduttore di Report si è detto “sconvolto”. “Per me Valter è un amico”, ha detto a La Repubblica: “Dal 2019 ci sentivamo quasi tutti i giorni. Sono sconvolto, sconcertato, non so che cosa pensare, se non che mi affido alle indagini della Procura e dei Carabinieri. In questo momento non mi sento di rilasciare altre dichiarazioni”.