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    Definito e riconoscibile: ecco perché il centrodestra, pur con le sue divergenze, funziona

    Di Stefano Mentana
    Pubblicato il 30 Ott. 2022 alle 21:27 Aggiornato il 29 Lug. 2023 alle 21:30

    I rapporti di forza del centrodestra sono stati stravolti più volte, ma i partiti che lo compongono sono sempre gli stessi. Qualche nome è cambiato, qualche compagno di strada anche, ma il centrodestra messo in piedi da Silvio Berlusconi nel 1994 era composto da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord, più alcuni alleati centristi, a partire dal CCD di Casini e dall’UDC (da non confondere con quella di oggi) di Costa e Biondi. Oggi, superata da quasi dieci anni la parentesi del PdL-partito unico, lo schema del centrodestra è esattamente lo stesso: c’è sempre Forza Italia, Fratelli d’Italia ha preso il posto di AN e la Lega ha tolto Nord dal nome. Tanti cambiamenti, qualche allontanamento temporaneo a partire dalla corsa solitaria leghista del 1996, ma le forze sono ancora facilmente identificabili in quelle del 1994 e i loro leader, tolto l’eterno Berlusconi, sono cresciuti nel vivaio delle forze politiche che oggi guidano.

    Se questo schema risulta essere estremamente lineare, non si può dire lo stesso del centrosinistra. Il PD, che tra una polemica e l’altra ha ormai spento la sua quindicesima candelina, rimane il perno di quell’area politica ma tutto il resto è un continuo fare e disfare cantieri, campi più o meno larghi, tira e molla con vecchi e nuovi alleati, poli liberaldemocratici e alternative a sinistra che rischiano di spaesare anche gli elettori più attenti. Una confusione che, oltre a essere il segno delle difficoltà nell’individuare una strada precisa, rappresenta un assist all’avversario. Perché il centrodestra italiano, anche nei momenti di maggiore difficoltà, anche quando ha optato per più o meno evidenti cambi di linea, è stato sempre una coalizione estremamente riconoscibile.

    Anche questo dovrebbe far riflettere sulla scarsa efficacia della strategia utilizzata dal centrosinistra a guida PD di demonizzazione dell’avversario. Il centrodestra, infatti, bello o brutto che sia, risulta essere una coalizione in piedi da anni, i cui attuali leader ricoprono da tempo tale incarico e sono tutti facilmente riconoscibili dall’elettorato. In poche parole, gli italiani li conoscono bene e li apprezzano o li ripudiano esattamente in base a opinioni verosimilmente consolidate da anni. Inutile svegliarsi di punto in bianco, sotto elezioni, per gridare a presunte emergenze: non sarebbe stato certo questo a far cambiare l’opinione degli italiani sul loro conto.

    Il centrosinistra dovrebbe anzi imparare questo dai loro avversari. Il saper consolidare uno schema d’alleanze al punto da farlo entrare saldamente nell’immaginario degli italiani, il sapersi parlare e ricomporre eventuali contrasti anche nei momenti di maggiore difficoltà. Ma per questo serve individuare in primis una strada e seguirla, senza emotività che rischierebbero solo di mettere in discussione un lavoro appena impostato. Anche perché, per dirla come Seneca, non esistono venti favorevoli per un marinaio che non sa dove vuole andare.

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