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    Washington Dis(con)sensus

    L'editoriale del direttore di TPI Giulio Gambino sul settimo numero del nostro nuovo settimanale

    Di Giulio Gambino
    Pubblicato il 28 Ott. 2021 alle 17:24
    Se c’è qualcosa che questi due anni di pandemia ci hanno insegnato è la necessità di tornare a dare importanza al tempo, e non solamente a rincorrere la vita, perseguendo un modello che alla fine ci ha reso più fragili. Da qui nasce l’idea di questo settimanale, in grado – almeno nel fine settimana – di fermare il tempo per riappropriarci di uno spazio che abbiamo a lungo perduto e che è invece il sale della democrazia. Le parole del premio Pulitzer Lawrence Wright, che abbiamo intervistato in esclusiva questa settimana, ci dicono che le città hanno perso la loro centralità, che la famiglia tornerà a essere protagonista visto che abbiamo compreso l’importanza di chi ci è più vicino, e che il lavoro sta assumendo una dimensione completamente diversa, come tra l’altro conferma anche Domenico De Masi in un suo commento pubblicato a p. 24.

    Abbiamo spesso sentito dire che questo virus ci avrebbe reso migliori, ma in realtà ne siamo usciti a pezzi e profondamente divisi, polarizzati, arrabbiati. In cerca di un riscatto sociale. La rabbia che si è scatenata nelle piazze italiane, da Roma a Milano passando per Trieste, una sorta di populismo 3.0, ne è il risultato più chiaro. Ma quelle persone – ed è questo che molti ignorano o che volutamente omettono — non sono tutte quante No Vax, No Pass, No Mask, negazionisti, fascisti, ed estremisti. Non aderiscono necessariamente a ogni principio del movimento anti-vaccino, ma sono una comunità in cerca di rappresentanza, e per questo sono pronte a tutto (vedi Freccero e Revelli da p. 62). Il che non vuol dire naturalmente che vadano giustificati. Ma non capire questo fenomeno equivale a non comprendere quello che sta accadendo nella nostra società. È l’inizio di una nuova era, che chiude questi ultimi vent’anni iniziati nel 2001 con i fatti di Genova e le Torri Gemelle, e terminati simbolicamente con il Covid scaturito dagli eccessi e dagli egoismi dell’uomo a danno dell’ambiente che ci circonda. Scandito da una globalizzazione feroce e da un iper-consumismo nel nome della velocità e della tecnologia.

    Oggi l’America è più piccola, ma non per questo battuta. L’idea che gli Usa siano tramontati è semplicemente una balla. Sono ancora oggi la più importante potenza economica, militare e tecnologica. Il mondo bipolare a cui siamo stati abituati per decenni oggi non esiste più e prende sempre più piede un sistema multipolare e difforme. Il mondo è un gran caos, e anarchica è la dinamica con cui le cose accadono. Nel nome del “realismo” di Vladimir & Co. In crisi è anche il modello di democrazia che l’occidente ha esportato per anni. Oggi comprende che non può più farlo, e chi può se ne disfa agevolmente (Covid docet).

    A Kabul – dice Wright – “non avevamo speranza, e nessuna nazione dovrebbe avere il diritto” di imporsi in paesi che non sono i loro. Giusto. E per questo Biden ha fatto bene a ritirare le truppe.Col virus poi ci siamo anche “giocati”, forse per sempre, le organizzazioni sovranazionali (Oms su tutti): neutre per definizione senza di fatto fungere a nulla, salvo a tenere in piedi il Washington Consensus. Utile solo agli Usa. Ma ecco il nuovo mondo che arriva. Nel primo giorno post-pandemia.

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